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L'azione, fin dal momento della sua ideazione e proposta fu oggetto di forti
discussioni e contrasti. La stessa Relazione Ufficiale ammette che "l'operazione
era fra le più difficili della fronte della IV Armata". Il piano d'attacco
non è molto diverso da quello precedentemente fallito (9-12 luglio), ma si decide da
parte italiana di mobilitare forze maggiori, aggiungendo come obiettivo anche Cima
Vanscuro ed i Frugnoni.
Il Passo Silvella dal Col Quaternà
(Foto Riccardo Zaccaria)
Nell'alta Val Digon operano tre colonne: dal Passo Silvella il II/69° deve puntare
al versante ovest di Cima Frugnoni, mentre
da sud si avvicina il III/69°. Il III/92° deve risalire da Casera Silvella per
occupare Forcella Pala degli Orti, e la 68ª alpini (battaglione Pieve di Cadore)
deve attaccare Cima Vanscuro.
Gli alpini partono per primi. Dal Col Quaternà scendono a Casera Silvella e da questa
riprendono la via che hanno seguito nell'attacco precedente, ma giunti alla gola che
scende da sinistra, non proseguono verso Casera Rigoietto ma salgono direttamente
puntando su Cima Vanscuro. Le tre colonne si inerpicano nella notte buia sotto la
pioggia mista a nevischio, ma all'alba le nuvole basse si disperdono e gli
austriaci scorgono le tre colonne che salgono, vanificando così l'effetto sorpresa.
Tutti gli sforzi italiani si infrangono; le colonne di destra attendono la notte
per ripiegare e riescono a salvarsi. La compagnia di alpini (che conosce il terreno
per l'attacco precedente) perde un solo alpino. A sinistra invece le truppe che
stanno passando per il Passo Silvella vengono fatte oggetto di raffiche di mitragliatrice
che uccidono il comandante t.col. Buonajuti.
Le truppe dirette contro il Cavallino (al comando del generale Ferrero) sono
praticamente le stesse già respinte durante l'attacco precedente, ovvero:
- Sinistra: II/91° ed un plotone della 28ª alpini che devono procedere sulla
dorsale erbosa ad ovest della valletta Cavallino;
- Centro: il V/8° bersaglieri che deve avanzare sul fondo della valletta stessa;
- Destra: la 29ª ed un plotone della 28ª alpini (agli ordine del comandante
del battaglione, magg. Gazagne) che devono risalire la
valletta del Rio Pian di Formaggio per puntare contro La Pitturina.
L'unica novità rispetto allo schema d'attacco utilizzato nell'azione precedente è
costituita da 2 plotoni della 28ª (Fenestrelle) che dovranno scendere da Cima
Vallona verso nord per prendere gli austriaci alle spalle.
Le tre colonne, partite la notte sul 17 luglio, risalgono il bosco e per la valle
del Rio Cavallino e quella del Rio Pianformaggio raggiungono il terreno ripido e
completamente scoperto. Attendono la notte sul 18 per procedere all'attacco. Il
peso è sostenuto principalmente dalle 2 compagnie del Fenestrelle: ma sulle trincee
della cresta displuviale sono scaglionate eccellenti truppe asutriache quali
Standschützen di Sillian, reparti della LVI Brigata da Montagna e dell'Alpenkorp.
Il plotone di punta (s.ten. Aldè) verso le 3 del 18 luglio sorprende un posto di
guardia avanzato del 59° IR Rainer. L'episodio è così riportato da Schaumann:
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Le due sentinelle dell'avamposto austriaco situato nell'insellatura fra il Cavallatto
e il Cavallino se ne stanno appoggiate ai ruvidi parapetti di roccia. Tolta la
sicura ai fucili scrutano il terreno antistante costituito da ripidi pendii dirupati.
La notte è scura e la visibilità è scarsa. Nei giorni precedenti attorno al loro
avamposto c'era stata una tensione maggiore del solito. Pattuglie italiane si erano
accostate ai reticolati dai settori vicini e anche l'artiglieria aveva bersagliato
con maggiore intensità le posizioni. Il comandante, prima che montassero la guardia,
aveva loro raccomandato di stare all'erta più del solito. Ma tutto tace; si odono
soltanto i consueti rumori ormai familiari. Alle loro spalle, fra le possenti rocce
del Cavallatto e del Cavallino, il cupo fragore di massi che precipitano a valle.
Di lontano si sente l'eco attutila di qualche sparo isolato sfuggito ad una sentinella
innervosita. Poi silenzio di tomba. Solo il vento sibila gelido salendo dalla
Erschbaumer Tal [...]
Sotto, a 50 metri dal parapetto, il sottotenente Aldè solleva cautamente il capo
oltre il blocco di roccia che lo protegge e scruta in direzione dell'avamposto
austriaco. Non si sente che il sibilo del vento. All'improvviso un leggero tintinnio;
probabilmente una sentinella ha sfiorato il parapetto con la propria arma. Oppure
hanno notato qualcosa lassù? Passano alcuni minuti interminabili, un incubo. Ma
lassù tutto è normale. Fatto un breve cenno con la mano, il sottotenente sale quatto
quatto sfruttando ogni appiglio della roccia. Il suo plotone lo segue in silenzio.
Ora si trovano a 30 metri dalle sentinelle. Il comandante si ferma ancora una volta
ad attendere che il suo plotone sia nuovamente compatto.
Una sentinella controlla ancora una volta il suo orologio: le 2.57. In questo stesso
istante dal basso giunge un rumore come di metallo contro la roccia. Anche l'altra
sentinella si sporge timorosa verso il basso, deve aver udito qualcosa. Ma non si
vede, né si sente nulla. Le sentinelle si fanno irrequiete; una sistema il fucile
nella piccola feritoia fra i sacchi di ghiaia e l'altra afferra il filo che tiene
fermo un ammasso di sassi, pronta a farli cadere come una frana sugli eventuali
intrusi.
Improvvisamente dall'oscurità balza fuori l'ombra di un alpino; un urlo "Avanti
Savoia!" ed il pendio brulica di italiani. Uno strappo alla fune della frana
artificiale e i sassi rotolano fragorosamente verso il basso. Ma è ormai troppo
tardi, questione di secondi. Soltanto due alpini vengono investiti dai sassi; uno
rimane a terra, l'altro si rialza e si accoda al suo plotone. Le sentinelle fanno
partire un paio di colpi, ma Aldè è già a cavallo del parapetto, balza su una di
loro, la scaglia a terra e un alpino le da il colpo di grazia con il calcio del fucile.
L'altra sentinella fugge verso la baracca dalla quale per primo esce il comandante.
Un colpo di pistola del sottotenente Aldè lo toglie di mezzo per sempre. Gli altri
occupanti della baracca fanno appena in tempo ad uscire che già devono tornare
indietro per ripararsi; la baracca viene invasa dagli italiani. I difensori, con
le poche armi arraffate alla meglio tentano di ingaggiare un combattimento, ma il
fuoco concentrato degli alpini non perdona. Il miglior tiratore austriaco, nascosto
dietro uno spuntone di roccia, spara a raffica contro gli italiani nel tentativo
di centrare l'Aldè; ma l'arma gli cade dalle mani mentre rotola su un fianco,
colpito al capo. Gli alpini forzano i tempi respingendo il resto degli austriaci
ai quali non rimane altra via di scampo che darsi alla fuga. Per gli italiani ora
la via di salita al Cavallatto e al Cavallino è completamente aperta.
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Trincee su Forcella Cavallino
(Foto Riccardo Zaccaria)
Il plotone così avanzato si incunea tra le rocce basali del Cavallino ed inizia a
battere di fianco gli austriaci sulla Pitturina.
Contemporaneamente le due compagnie del Fenestrelle partite alle 21 del 17 da
Vanbariuto giungono ai reticolati della Forcella Cavallino e vi aprono una breccia.
Anche i plotoni partiti dalla sella di Cima Vallona alle 3 del 18 raggiungono la
prima linea dei reticolati austriaci ma si fermano di fronte ad un salto di roccia.
La nebbia si alza e nevica. Gli austriaci ricevono i rinforzi (un intero battaglione
di bavaresi) e li lanciano contro gli alpini già sottoposti ai tiri dell'artiglieria.
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I due plotoni della 28ª Compagnia alpini, provenendo da Cima Vallona, stavano
minacciando la posizione austriaca "Filmoor" con un'abile manovra di aggiramento.
Un gradino di roccia interruppe brevemente l'avanzata degli alpini. Il capitano
von Falkenhausen sfruttò a dovere quell'attimo prezioso ed inserì due plotoni a
difesa della pericolante ala sinistra della posizione. Proprio mentre gli alpini
stavano completando l'accerchiamento, i bavaresi passarono all'attacco che si trasformò
ben presto in un terrificante corpo a corpo. Il sottotenente degli alpini Angiolini
vi perse la vita ed il suo secondo rimase ferito gravemente. I bavaresi bloccarono
anche la ritirata ad alcuni reparti alpini e 30 italiani vennero fatti prigionieri;
le perdite italiane ammontarono ad una cinquantina tra morti e feriti.
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Una pattuglia di bavaresi condotta dalla guida Eller issa una mitragliatrice sul
versante sud-est del Cavallino. Ricorda il soldato Albanese:
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Più in alto, proprio dove cominciava la roccia del monte, scorgevo alcuni soldati
e seppi in seguito che erano del plotone della 28ª ed i resti della mia compagnia
con il comandante Bianco Cristi. Verso le 16 vidi sul versante sinistro del Cavallino,
a circa 200 metri su una sporgenza di roccia, molto sotto la cima, un soldato con
il cappotto che stava piazzando una mitragliatrice. Avevo già puntato contro di
lui quando il mio comandante di plotone mi ordinò di non sparare essendo uno dei
nostri (ora posso comprendere l'allora inspiegabile ordine; l'ufficiale sapeva
che sia a destra come a sinistra altre colonne stavano attaccando, mentre io ne
ero del tutto ignaro). Quel soldato nemico era sicuramente la guida Eller che
difatti alcuni istanti dopo cominciò a sventagliare raffiche che colpirono per primo
il mio tenente e tutti gli altri rimasti scoperti e che si trovavano più sotto.
Una raffica sfiorò sulla destra la pietra che mi proteggeva e colpì la canna del
mio fucile. Tre o quattro uomini che erano più sopra caddero colpiti dietro il masso
nel tentativo di ripararsi, mentre io venivo leggermente ferito al viso e alle mani
da piccole schegge di pallottola o di sasso. Potevo osservare la strage che quest'arma
compiva sui miei compagni, ed è da notare come fino a quell'ora sulla cima non c'era
alcun soldato nemico e come pure la nostra artiglieria non sparò un solo colpo sul
tratto di fronte alla nostra colonna d'attacco. Posso affermare che se avessi sparato
contro la guida Eller l'avrei certamente colpita (ero tiratore scelto e in posizione
favorevole) o almeno le avrei impedito di sistemare la mitragliatrice così
tranquillamente come fece, poiché la maggior parte delle perdite subite da noi in
quel giorno furono dovute al tiro micidiale di quell'arma che da lassù, a poche
centinaia di metri, dominava il terreno sottostante.
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Nel frattempo, racconta ancora Schaumann
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Il plotone del sottotenente Aldè continua imperterrito nella sua opera di
fiancheggiamento bersagliando gli austriaci della postazione "Filmoor". Le due
sentinelle italiane che proteggono la salita al Cavallino non hanno ancora notato
nulla di sospetto. I bavaresi salgono invece silenziosi, percorrono cenge e dirupi
e si avvicinano alla prima sentinella; tre uomini la aggirano, le piombano addosso
dall'alto e la mettono fuori combattimento. I bavaresi proseguono la scalata e
riescono a piazzare l'unica mitragliatrice che si sono faticosamente portati appresso.
I colpi isolati ma ben centrati degli alpini continuano intanto a raggiungere la
Pitturina; nessuno si accorge che i bavaresi in alcuni punti si trovano già più
in alto degli alpini. D'improvviso dalle rocce alle spalle degli alpini parte una
raffica di mitragliatrice che ne abbatte alcuni; gli italiani rispondono al fuoco
lanciandosi contro i nuovi arrivati [...]
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Il sottotenente Aldè cade colpito a morte ed il suo plotone è costretto a ripiegare.
Sul far della sera il sergente Dillis armato di bombe a mano si arrampica su una
cengia, lancia le bombe sugli alpini: in 17 sono costretti alla resa.
Anche i fanti che hanno occupato le trincee di Forcella Cavallino non riescono
a conservarle. Tutti gli ufficiali della 29ª cadono morti o feriti; dei due plotoni
della 28ª passati al di là delle linee austriache rientrano solo 1 ufficiale e
8 alpini. Al rientro, il 18 luglio, il Fenestrelle registra 105 perdite, pari al
38% degli effettivi.
In Val Digon non fu più possibile alcun attacco italiano. La forza delle fanterie
austriache non fu accresciuta; si era già infatti dimostrata più che sufficiente
ad infrangere qualsiasi tentativo d'attacco.
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