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Nel tratto di fronte tra il Seikofel (Monte Covolo) ed i Frugnoni erano schierati
6 battaglioni (24 compagnie) italiani.
I tubi di gelatina ottennero alcuni successi parziali che danno il via libera alle 5
all'avanzata delle colonne verso il Roteck (Monte Rosso) e la Schöntalhöhe. Dal lato austriaco,
tutto il settore di combattimento è sotto il comando del t.col. tedesco Von Epp che ha
a disposizione:
- Lato Ovest: 1 plotone della 20ª compagnia ciclisti
- Lato Sud (ten. Luksch): 1 plotone della 20ª ciclisti ed 1 della 29ª con
2 mitragliatrici
- Lato Est (ten. Gallian): 1 plotone della 20ª, 1 della 29ª ed una mitragliatrice
- Avamposto Sarre: 27 standschützen
- Sella Cinese: 17 standschützen ed 8 ciclisti
Il 30 agosto alla brigata Marche in Auronzo si presentava il comandante d'Armata, gen.
Nava; in seguito a questa visita, il 55° veniva assegnato alla nuova operazione
affidata al gen. Ferrero (comandante della brigata Basilicata) e scese ad
accamparsi in Valle di S. Valentino.
La zona del Col Quaternà vista dai Prati di Croda Rossa
(Foto webmaster)
Al comando del III viene assegnato il magg. Belmonte (I° capitano del 56°, che
si era distinto nell'azione dei Laghi dei Piani).
L'obiettivo del battaglione era occupare la Schöntalhöhe da q.2367 a q.2630.
A destra, il I/55° doveva occupare l'Eisenreich da q.2653 a q.2665.
A sinistra il III/92° doveva occupare il fronte compreso tra q.2375 e q.2593 e
poi dirigere mezza compagnia sul rovescio della Schöntalhöhe per facilitare il
compito del III/55°.
A destra del I/55°, il III/91° doveva occupare Cima Frugnoni (da q.2544 a q.2620
esclusa).
Un battaglione per ciascun reggimento era di rincalzo sulla Cresta di Vallorera
col comando reggimentale, così che tra i rincalzi e la linea da attaccare c'era
tutto il bacino dell'Alta Val Padola (4 ore di cammino su terreno scoperto e
battuto).
Sulla sinistra della Basilicata, la brigata Ancona (69° e 70° reggimento)
doveva attaccare la linea Burgstall (Castelliere) - Seikofel (Monte Covolo).
A partire dal 1 settembre iniziano a rombare i grossi calibri italiani. Per i
tre giorni successivi i colpi si susseguono ad intervalli sempre più brevi, cercando
e battendo i ripari di tutta la cresta austriaca. L'attacco è inizialmente
progettato per il 4, ma le condizioni meteo non sono favorevoli per cui viene
rimandato di due giorni; nonostante le condizioni non siano migliorate, l'attacco
non può più essere rimandato.
Il giorno 4 settembre il magg. Belmonte conduce ufficiali e sottufficiali sulla
Cresta di Vallorera per mostrare loro la parete da risalire e le varie quote
da raggiungere.
L'ordine d'operazioni del 55° prescriveva:
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[...] oltrepassato il Padola, formassero le colonne di attacco (3 linee)
schierandosi per ala e destinando poi, quando lo ritenessero opportuno,
le Compagnie per l'assalto dei vari punti del fronte loro assegnato.
[...]
Ogni colonna di attacco avrà una "testa di colonna" di pochi uomini, composta
di esploratori e di elementi scelti di ogni Compagnia. In ogni battaglione le
"teste di colonna di attacco" delle quattro Compagnie saranno munite, rispettivamente,
quelle alle ali di due tubi di gelatina ciascuna, quelle interne di un tubo.
I reparti di seconda linea saranno muniti di un tubo ciascuno. In totale 10
tubi per ciascun battaglione. Pel trasporto ed impiego dei tubi, ogni battaglione
avrà un gruppo di dieci squadre, una per tubo. Il gruppo del I battaglione sarà
comandato dal sottotenente del Genio sig. Canavatto; il gruppo del III dal
sottotenente del Genio sig. Bailo. Ogni squadra non potrà avere dalla Compagnia
del Genio che un caposquadra (caporale o soldato) e due soldati, od anche
soltanto un soldato, di modo che, occorrendone sei pel trasporto ed impiego
di ogni tubo, bisogna che i battaglioni provvedano a destinare gli altri quattro
o cinque mancanti. In totale ogni battaglione dovrà destinare 43 soldati per
lo scopo suddetto. Per le ore 16 di oggi (5 settembre) ogni battaglione farà
trovare presso la polveriera di Coltrondo i 43 uomini destinati in ausilio
a quelli del Genio, per essere ivi divisi nelle diverse squadre. I battaglioni
passando poi da Casera Coltrondo (il III) e da Casera Rinfreddo (il I), cureranno
che le dette squadre si uniscano al battaglione.
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I complicati preparativi dell'attacco occuparono tutta la giornata del 5 settembre;
le varie colonne partirono da Valle di S. Valentino al buio del tramonto ma si scontrarono e si
confusero; il III/55° giunse alla Cresta di Vallorera al varco per il quale doveva
passare con un'ora di ritardo e senza i tubi di gelatina del s.ten. Bailo. Il
comando viene allora affidato al comandante della 10ª (ten. Meneghetti) che tra
le 22 e le 4, esposte al buio ed alla tramontana, porta tutte e 3 (4 secondo
Tosato) le compagnie del III/55° con le
teste di colonna al reticolato austriaco. Ma vengono qui accolti da
60 standschützen del battaglione Silz al comando del
ten. Hildebrandt (del battaglione ciclisti): questi tra le 7 e le 8 respinsero l'attacco
italiano che lascia sul campo 30 morti e 60 prigionieri. Dopo la ritirata delle fanterie,
l'artiglieria italiana bombarda la zona, ma i tiri risultano troppo corti e colpiscono
le truppe italiane in ritirata.
Sul Roteck i due battaglioni d'attacco raggiungono i reticolati al buio. Forti nuclei
procedono per la valle del Pullbach puntando sulla China Sattel (Sella Cinese).
Riescono a sopraffare gli ungheresi e piazzano una mitragliatrice tra il Roteck
e il Demut, ma alle 10 devono abbandonare la posizione colpiti dai tiratori
appostati sulla Schöntalhöhe e da un cannone spostato sul Demut che sparava
da meno di 400 metri.
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E' rimasto lassù, solo, vivo fra tanti morti e libero sempre, un soldato stupendo,
Angelo Arbasi, medaglia d'oro. Mentre tagliava i reticolati nemici è stato ferito
ad un braccio; ha veduto cadere, vicino, il tenente; pronto, ha atterrato l'uccisore;
è balzato all'assalto della trincea sovrastante; ferito ancora due volte, si è
ancora disperatamente lanciato più oltre, penetrando in un'altra trincea, uccidendo
i difensori; si è spostato in un'altra, e ha continuato per ore e ore a far fuoco;
ha veduto i superstiti del suo battaglione ridiscendere a valle, ed è rimasto
ancora lassù ... Quando caleranno le ombre della sera anche lui scenderà, solo solo.
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Contro la Äussere Sarre si lanciano inutilmente masse di italiani respinti dagli
Standschützen di Silz (che per la maggior parte erano ottimi tiratori).
Tra la Schöntalhöhe el'Eisenreich un gruppo di fanti nella notte ha
raggiunto una insellatura del crinale, è riuscito a penetrare nella trincea austriaca
ed a piazzarci una mitragliatrice; ma gli austriaci vi puntano contro 2 cannoni
e la distruggono in breve tempo.
Sull'Eisenreich l'attacco è meno violento, ma il battaglione destinato all'attacco
si è perso nel buio; solo un esiguo gruppo è riuscito a giungere a breve distanza
dai reticolati. Viene scorto e costretto a rifugiarsi in un avvallamento. Ricorda
un comandante austriaco (Pöltzleitner):
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Da lì potevamo dominare di fianco tutto il terreno dell'attacco. Una dozzina di
italiani stavano rannicchiati a terra dietro una roccia affiorante. La prima
granata oltrepassò di poco il bersaglio. Nel gruppo nessun movimento. La seconda
cadde un po' troppo corta. E il gruppo, fermo. La terza colpì in pieno il
bersaglio. Si videro corpi roteare nell'aria. E gli altri sempre fermi. Fu solo
allora che ci rendemmo conto che quei dodici uomini erano già morti da tempo ...
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Il cannone non ha più bersagli sull'Eisenreich, per cui si può dirigere a destra,
a battere i resti degli italiani sul Roteck.
Sulla cresta dei Frugnoni, tre plotoni di fanti riescono a giungere a 70 metri dal
crinale ma non trova nessun varco nei reticolati e sono distrutti dalle bombe a
mano e da un lanciamine.
Sulle pendici di Cima Vanscuro, dove la lotta dura dalle 5 alle 8, sostenuta dai
pezzi del Col Rosson, gli italiani, pur indietreggiando riescono a scavare delle
rudimentali trincee a circa 300 metri dalla linea austriaca. Ma un plotone di
austriaci si lancia di sorpresa su un rilievo al di sopra della improvvisata linea
italiana e, defilato al tiro dei cannoni italiani, la stermina.
Così sintetizza gli attacchi il Berti:
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Ai primi barlumi dell'alba gli austriaci, al sicuro riparo delle trincee profondamente
scavate nel sasso, scorgono poco davanti, tra i reticolati, figure umane che
strisciano caute: sono i minatori del genio, che postano i tubi esplosivi e tagliano
i fili, e si attardano a compiere intera la loro pericolosissima mansione. E
scorgono, al di là dei reticolati che si stendono in linea fitta e continua, una
larga fascia vivente; sono i fanti delle brigate Basilicata e Ancona che avanzano
in silenzio, carponi, strisciando, cercando con l'occhio ogni più minuta asperità
del terreno, pronti a balzarvi, a cercarvi protezione al primo sparo. Salgono,
cauti ma decisi: e sanno che poco più su è l'olocausto. Gli austriaci attendono
che la marea umana raggiunga il labirinto spinato; poi d'improvviso, fanno fuoco
tutti ad un tempo. Si sentono talmente sicuri nei loro profondi ripari che, qua
e là, cantano in coro.
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Ricorda invece un ufficiale austriaco:
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Dritti in piedi nelle trincee, scagliamo la morte nell'aurora. Qualunque cosa si
muova è colpita. Orribile assassinare così; tanto più orribile in quanto non un
grido di dolore si ode, e gli assalitori si abbattono muti.[...] A righe intere
gli italiani si abbattono, si risollevano, balzano indietro, corrono verso gli
alberi. [...] Alle sette del mattino è tutto finito. E' finito un episodio
profondamente, spaventosamente impressionante, è finita la danza della morte
sulla Cresta Carnica.
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Tutti i battaglioni ridiscesero al Padola, mentre il III/55° ricevette l'ordine
di ripiegamento solo al tramonto. Tra i feriti in questa azione si ricordano il
s.ten. Alfieri (che poi morirà in Francia nel 1918), il pattugliere della 10ª
caporal maggiore Boido ed il serg. Basei (capo della 16ª squadra della 10ª) che
venne inutilmente cercato per le 2 notti successive.
L'attacco italiano contro l'ala sud viene respinto grazie al fondamentale apporto
della batteria 8 di cannoni da montagna che trattiene e respinge la compagnia
italiana di riserva.
Verso le 5 il Roteck viene colpito dalle mitragliatrici italiane da est e da dietro
(cade il ten. Obst e viene gravemente ferito il ten. Lerch, per cui il comando
passa al ten. Luksch): un plotone italiano era infatti riuscito a portarsi sopra la Sella
Cinese sulla dorsale tra il Roteck e la Diemut (La Mutta). A questo punto metà della 6ª compagnia
bavarese al comando del ten. Schumann passa al contrattacco e con l'aiuto di 7
lanciabombe respinge definitivamente i 2 battaglioni italiani.
In totale l'azione costò agli italiani 672 tra morti e dispersi e 598 feriti, mentre
da parte austriaca si registrarono appena 47 tra morti e feriti, a maggior riprova
di quanto affermò un ufficiale austriaco:
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Voi potete arrivare a Trento e Trieste, ma queste posizioni non riuscirete mai
a farle vostre!
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Nei giorni seguenti la battaglia, il 55° venne ritirato e trasferito a riposo in val
Padola (il comando, il II ed il III al bivio per valle S. Valentino, il I al bivio
per Valgrande, carreggio e salmerie a Padola).
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