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Dopo gli scarsi effetti dei primi sforzi offensivi, il comando del IX Corpo d'Armata
si orientò verso il sistematico martellamento della linea austriaca, non disdegnando
qua e là qualche piccola azione di sorpresa.
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La necessità di assicurarsi il possesso di posizioni apparentemente imprendibili
costrinse gli austriaci a rimanere su vette vertiginose, in condizioni climatiche
avverse, evidenziando uno spirito d'adattamento sino ad allora impensabile. Infine
l'impossibilità di sviluppare azioni di massa, costrinse l'attaccante ad
accontentarsi di realizzare la conquista di obiettivi minori impiegando sovente
accorgimenti tattici derivanti dalla pratica alpinistica [...]
L. Viazzi
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Il 13 luglio un plotone della 5ª/45° occupò uno spuntone di roccia (q. 2509)
ad est di Cima Falzarego.
Forcella Lagazuoi
(Fonte: Trenker, "Berge in flammen")
Tre il 15 ed il 20 luglio il IX Corpo d'Armata spinse a fondo le operazioni
intraprese contro il Col di Lana e le Tofane disponendo le forze d'attacco su
5 gruppi. La narrazione che segue è riferita solo ai gruppi operanti in zona.
Il 3° gruppo era composto dal II/45° (magg. Rossero) e del III/46° (magg. Piano)
ed era affidato al col. Luparini; questi mantenne le truppe a contatto con le
difese austriache di Valparola ma senza portarle allo scontro, infatti attendeva
l'esito dell'azione sul Col dei Bos in direzione Val Travenanzes. Questa era
affidata al 4° gruppo (col. Arrighi), composto dal Belluno (cap. Gregori) e dal
III/45° (magg. Ottina), cui si unì il Val Chisone nella sera del 15 luglio.
Il piano prevedeva per il giorno seguente l'attacco del Val Chisone contro Val
Travenanzes, mentre il Belluno da q. 2509 doveva puntare su Cima Falzarego ed una
compagnia del II/45° (?) contro Forcella Travenanzes. Ma il valico del Col dei Bos
era battuto da ogni parte dai tiratori e fu impossibile proseguire in quella
direzione. Il 19 luglio il s.ten. Grimm (I Jäger) dall'alto del Castelletto
con la sua "pattuglia alla forcella di Rozes" sparò contro gli italiani (una
squadra della 10ª/45°) causando notevoli perdite.
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Al mattino sorprendemmo e colpimmo con grande efficacia l'accampamento italiano
più vicino alle nostre postazioni, al punto che dovette essere sgombrato. Decidemmo
quindi, nonostante il fuoco di artiglieria, di proseguire nell'azione di disturbo
finchè le nostre forze ce lo avrebbero permesso. Le perdite complessive inflitte
al nemico tra mezzogiorno e le ore 7 pomeridiane da me personalmente e dal
sergente Xaver Witsch con il solo fuoco dei nostri fucili muniti di cannocchiale,
fu di almeno un centinaio di uomini e parecchi muli. Ostacolammo inoltre l'afflusso
di viveri, materiali e munizioni, e lo sgombero di altri tre accampamenti. Dobbiamo
questo successo oltre alla grande precisione dei fucili di cui disponevamo e alla
limitata distanza, da quattro a seicento metri, soprattutto all'eccellente posizione
ben sopraelevata sopra una delle guglie del Castelletto. Vorrei ancora ricordare
che il posto avanzato di avvistamento del nemico, costituito da sei uomini, è
stato completamente annientato.
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Da parte italiana, uno dei caduti fu il soldato Cesare Valentini; la sua morte
venne descritta da un commilitone in una splendida lettera.
Nonostante tutto, gli italiani non abbandonarono le posizioni, che vennero invece
occultate alla vista; gli avamposti furono portati 100 metri più avanti, nascosti
dietro i sassi dell'alta Val Travenanzes.
Dopo il 12 luglio continuarono ad arrivare rinforzi austro-tedeschi, tanto che
per la fine di luglio le forse in zona erano:
- tutto il I Jäger (4 compagnie e molte mitragliatrici);
- la 2ª e la 3ª del 165° Landstürm;
- la Gendarmerie Assistanz di Cortina;
- un reparto di zappatori austriaci;
- 4 cannoni da montagna ungheresi sul Lagazuoi, cui se ne aggiunsero altri
sette (di cui quattro tedeschi) e due mortai da 240 vicino a Malga Valparola.
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