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Il 15 luglio alcuni reparti della Torino riescono a raggiungere ed a rafforzarsi
ai margini del bosco che fronteggia la linea austriaca, ma non riescono ad andare
oltre. Il comandante della brigata, gen. Papa, descrive così quel periodo in una
lettera alla moglie:
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Mi sono passati sotto gli occhi tutti i morti e tutti i feriti dei giorni scorsi,
e non ti dico del senso che si prova! Mi son fatto molto più forza di quanto mi
sarei creduto capace. Ufficiali che non valevano nulla, qui sono perfettamente a
posto: altri che erano dei valorosi, qui cadono come castelli di carta. Eh, si è
certi che la guerra è una grande prova! Il fischi dei proiettili e lo scoppio
delle granate per alcuni è una spinta, è vita; per altri significa stati più o
meno completa di ogni facoltà. I giovani, però, in guerra rispondono meglio e i
soldati in genere rispondono in quanto sono guidati. Una compagnia che perdette
più di cinquanta uomini, ossia un quarto della forza, è in efficienza più di altre
che ebbero limitatissime perdite. Tutta questione di ufficiali.
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Verso la metà di ottobre maturò nella mente del colonnello l'idea di approfittare
della più ampia azione contro la linea Valparola-Settsass per tentare l'occupazione
di sorpresa del Sasso di Stria. Secondo il col. Papa si doveva conquistare la
vetta del Sasso di Stria, per poi battere il nemico annidato sulla Selletta e
facilitare l'accesso di qualche plotone che avrebbe dovuto scavalcare lo schienale
del Sasso e portarsi alle spalle degli austriaci trincerati in Valparola.
Un reparto del 3° Kaiserjäger presidiva il trinceramento sulla Selletta del
versante sud-est, ed un altro stava sull'opposto versante a q.2325;
la cima (q. 2477) serviva come osservatorio di artiglieria e si raggiungeva
facilmente per la dorsale nord.
La salita austriaca al Sasso di Stria (versante N)
(foto webmaster)
Il piano d'azione prevedeva che una pattuglia di volontari fosse seguita a breve
da un plotone con una sezione mitragliatrici, e poi dal resto della compagnia.
La principale necessità secondo il col. Papa era l'occupazione della cima in modo
da poter poi battere gli austriaci dall'alto. La pattuglia fu affidata al s. ten.
Fusetti, il quale a sua volta chiese che il plotone di rincalzo forse affidato
al s.ten. Braschi.Di lui così scrisse Alighiero Castelli l'8 gennaio 1916 su
"La Tribuna" di Roma:
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Il sottotenente Braschi, romagnolo di nascita e d'animo è uno dei più noti e fervidi
propagandisti del campo cattolico nella sua regione. La sera del 17 ottobre, poco
prima che le truppe si muovessero per l'ardita spedizione, le fece adunare e
pronunciò un breve discorso: "non vi nascondo che l'impresa cui prenderemo parte
è arditissima. Tutti dobbiamo essere lieti di esporre la vita per la Patria. Se
qualcuno di voi ha delle disposizioni da dare, si rivolga al Cappellano che fra
poco sarà qui per benedirci". E infatti giunse il sacerdote che, mentre i soldati
si scoprivano il capo in silenzio dinanzi al profilo del Sasso della Strega tutto
roseo nei vagori del tramonto, impartì loro l'assoluzione.
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Il Fusetti organizzò una pattuglia di 14 uomini, composta dagli aspiranti Magnifico,
Rapicavoli e Moscatelli, i sergenti Serpetti e Giorni, i caporali Martini e Ludovisi
ed i soldati Paloschi, Marcandali, Pinci, Montanari, Fiori, Bazzani, Pasini e Arese.
La sera del 17 ottobre alle 19 la pattuglia parte dal Castello di Buchenstein;
attrezzò con una corda fissa la parete sud-ovest ma la scalata durò più del
previsto: un soldato rimase ferito dai sassi fatti cadere dai primi ed in tre si
offrirono per riportarlo indietro: ma questi "animosi" si incontrarono con il
plotone Braschi e per giustificare quella che poteva sembrare diserzione, dissero
che tutta la pattuglia stava tornando indietro: anche il Braschi decise
allora di fermarsi. Solo 5 soldati del plotone decisero di proseguire e raggiungere
la pattuglia di testa. Questa alle 2 raggiunse la selletta che trovò libera e
decise di tagliare il cavo telefonico che scendeva dall'osservatorio, in attesa
di rincalzi. Che però non arrivarono per cui il Fusetti decise di proseguire
verso la vetta lasciando alcuni uomini. Giunsero in vetta alle 4 e, stranamente,
non ci trovarono nessuno. Fusetti assegnò i posti agli uomini in modo da poter
colpire dell'alto il trincerone Vonbank nel momento dell'attacco italiano.
Alle prime luci dell'alba si presentò dal sentiero proveniente dalla Valparola la
squadra degli osservatori austriaci, composta dal te. Stradal, altri due ufficiali
e 4 telefonisti; gli italiani intimano la resa e catturano un componente della
pattuglia, feriscono un ufficiale d'artiglieria ma Stradal riesce a dare l'allarme
al posto di guardia N.10. Così racconta Schemfil:
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Il tenente Fritz informò telefonicamente, alle ore 9 antimeridiane, che una
pattuglia nemica era salita sul Sasso di Stria. Essa stava combattendo da mezz'ora
contro la guardia da campo. Il maggiore Ullman inviò sul posto il sottotenente
Hazon, un bergführer e venti kaiserjäger della 9ª cmp., che si
trovavano presso lo sbarramento "Tra i Sassi". Questi però, furono subito
individuati dalla Cengia Martini e presi sotto tiro, al punto da dover retrocedere
per mettersi al riparo. Intervennero, salendo dall'opposto versante (Trincea
Edelweiss), due altri distaccamenti con il medesimo compito e costituiti l'uno da
14 e l'atro da 6 jäger, agli ordini rispettivamente dei capiplotone Rieder e
Frankauser. Frattanto il tenente Stradal, con gli artiglieri e gli uomini del 10°
posto di guardia, aveva tenuto a bada gli italiani che ormai non avevano più scampo.
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Nel frattempo il Braschi ripiegò fino al margine del bosco, dove però trova il
comandante di compagnia che gli intima di tornare a verificare cosa ne sia stato
della pattuglia Fusetti.
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Il plotone Braschi tornò ad arrampicarsi sulle rocce con la prima luce del giorno.
A metà ascensione, udirono una voce forte e chiara che veniva da lassù. La voce,
forse forse rafforzata da un megafono, diceva: Venite Italiani, il Sasso di Stria
è preso!
I soldati, benchè stanchi, si entusiasmarono e presero a salire con maggior lena.
Non sospettarono l'inganno, non pensarono che questa voce potesse essere del nemico.
L'ansia dava loro allucinazioni: già vedevano l'impetuoso sottotenente Fusetti,
ch'era salito agilmente alla testa dei suoi, piantare la bandiera italiana sulla
sommità del Sasso. Il nemico era stato messo in fuga? Ma cosa aveva quel vecchio
lassù, col barbone irsuto e la voce rauca, che si chinava di frequente nell'incavo
di una roccia e traeva bombe a mano e le gettava, inframezzandole con colpi di fucile?
Era senza dubbio un austriaco. Fortunatamente le bombe non colpivano nessuno, ma
il vecchio continuava a chinarsi ed estrarre ordigni esplodenti come se nella
cavità della roccia ne avesse un deposito. I nostri soldati, mentre si arrampicavano,
deridevano quel vecchio e lo chiamavano il "farmacista": ma perdio! Non ha ancora
terminato la provvista di pillole quel maledetto? ... Il barbone gridava: "Avanti
Italiani, se avete coraggio".
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Ma il plotone si fermò, immaginando che la vetta fosse già occupata dal Fusetti
e non ci fosse più bisogno di loro.
Il Fusetti era sì in vetta ma era del tutto circondato e cominciò a fare
segnali per inviare l'artiglieria. Alle 11 quando il plotone di rincalzo decise
di muoversi, gli austriaci erano già ben appostati e li respinsero facilmente
uccidendo il s.ten. Salvati (sezione mitragliatrici) e l'asp. Amicizia. Anche
il Braschi, venne catturato. Fusetti venne ucciso e tutti gli altri catturati.
Così l'allievo ufficiale Rapicavoli ricorda Fusetti:
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Appena potei salire all'osservatorio per salutare la salma del Fusetti non trovai
nessuno presso il cadavere; a carponi potei vedere il volto dell'eroico camerata
che, disteso, sembrava stesse per dormire, come per riposarsi dal suo angoscioso
tormento. La sua fronte, spaccata dal proiettile nemico, coperta da un rivolo di
sangue, era serena, guardava in alto. Tolsi la bandierina tricolore che ancora
sventolava sulla vetta del Sasso e la distesi sul volto insanguinato, come un
sudario, e questa si tinse di sangue vermiglio.
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Nel seguito, racconta l'allievo ufficiale Magnifico:
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Intanto il nemico servendosi dei corridoi larghi 60-70 cm e alti dai 3 ai 4 metri,
che trasversalmente, orizzontalmente e parallelamente tagliano il Sasso di Stria,
ci aggirava. Un'ora dopo circa, 8 uomini ben appiattati e a breve distanza
aprirono un forte fuoco d'infilata contro il piccolo corridoio (più largo e molto
più basso, però) da noi occupato, corridoio che noi nella mattinata avevamo costruito
con un muricciolo di sassi e neve. Intensificata la sorveglianza, noi pochi che
occupavamo il corridoio e le adiacenze aprimmo pure il fuoco, sostituendoci senza
bisogno di ordini.
La situazione si complicava: le munizioni benchè si sparasse solo a colpo sicuro
scemavano a vista d'occhio; i validi al combattimento si erano ridotti a pochi,
ognuno dei quali aveva, si può dire, un obiettivo diverso.
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Questo il racconto di parte austriaca (Stradal e Schemfil):
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Quando arrivammo sulla cima, io e un kaiserjäger, erano le 4 del pomeriggio.
Il camminamento in quel punto era molto stretto e si poteva passare soltanto due
per volta. Sparammo a distanza ravvicinata e, in quell'ultimo scontro, rimasero
uccisi altri due o tre italiani. Il resto della pattuglia si arrese, non per
vigliaccheria (questo lo voglio mettere bene in chiaro), ma perchè gran parte di
loro era già stata ferita durante il precedente fuoco di fucileria. All'imbrunire
vennero condotti giù i prigionieri: erano quasi tutti feriti al braccio, perchè
sporgendosi verso la cresta più bassa, offrivano una buona mira ai nostri.
Dei caduti, soltanto due furono trasportati a fondovalle: gli altri (tra cui
l'ufficiale) furono gettati nei profondi canaloni del versante sud.
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L'azione ebbe una sosta dal 2 al 12 novembre ma la ripresa non portò gli italiani
più vicini al successo. Il 30 il col. Papa assumeva il comando della brigata
Liguria (in altra zona del fronte).
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