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L'occupazione della cengia avvenne in modo inavvertito. Ricorda Schemfil:
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Il posto d'osservazione austriaco (fino a quel momento non vi era stato motivo
di dislocare nulla di più importante sulla parte occidentale della cengia)
credette in effetti di scorgere a valle solo un attacco portato con deboli forze
e non deve quindi aver prestato attenzione alla parete dell'anticima che gli
alpini stavano scalando.
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Il comando del III/3° Kaiserjäger segnala alla 49ª Divisione che:
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dal 20 ottobre si fa sentire in misura considerevole questo annidamento di
mitraglia. La 9ª cmp., posta al di sotto, ha perso una decina di uomini al
giorno e cinque la 12ª, che si trova affiancata sotto il Sasso di Stria.
Di giorno, ogni collegamento rimane interrotto.
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Il III/3° Kaiserjäger (magg. Ullman) presidiava le posizioni del settore
Valparola da q.2571 del Settsass fino alla parete ovest del Lagazuoi su cui era
allestita la FW 12 (6 jäger con un ufficiale). Il settore Lagazuoi era invece
presidiato dalla 4ª/3° Kaiserjäger (cap. Pfrogner) che aveva sistemato
una linea di sentinelle. Nel diario del settore di combattimento si legge:
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Sulla cengia del Lagazuoi si è annidata una mitragliatrice. Un vero tormento!
Essa potrebbe esservi giunta dalla Val Travenanzes. Per neutralizzarne il fuoco,
dovremmo inviare dalla postazioni del Lagazuoi una pattuglia munita di bombe a
mano, per colpire dall'alto l'arma nemica. A tal fine, la cima del Lagazuoi
dovrebbe rimanere sempre presidiata
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Posto di vedetta (Feldwache) 12
(Fonte: Trenker, "Berge in flammen")
La sera del 24 ottobre si tentarono due incursioni: dapprima il magg. Ullman inviò
la guida Senfter e lo jäger Nocker con dieci Standschützen presso la
FW 12 per tentare l'attacco con le bombe a mano, ma l'artiglieria italiana li
individuò e li costrinse a tornare sui loro passi verso le 22.45.
Il giorno 26 tentarono 10 kaiserjäger, ma incapparono in un tratto di
parete strapiombante che impedì loro di proseguire; lanciarono ugualmente le
bombe a mano e per quella giornata la mitragliatrice non sparò, lasciando
intendere che l'azione aveva avuto un qualche esito.
Nel contempo il gen. Goiginger affidò il comando del settore Valparola al cap.
Kulka (Landesschützen): le sue osservazioni furono molto precise tanto da
annotare con sorprendente precisione:
- 27/10: costruzione di ricoveri per 40 persone;
- 28/10: ricoveri per 70 persone ed inizio dei lavori di scavo;
- 29/10: piazzamento di un obice da 52 e di uno da 100, lavori su un camminamento;
- 30/10: individuate tre mitragliatrici e 300 uomini ai piedi della parete.
Da parte italiana, il 28 ottobre, il trentino Emilio della Brida riferisce agli
ufficiali del Genio italiano che lo stanno interrogando che:
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Gli austriaci sono molto impressionati dal tiro delle artiglierie appostate sotto il
Lagazuoi, che hanno causato danni rilevanti [...]. Il rancio che si riceve in
linea è discreto, ma da qualche tempo giunge saltuariamente, perchè i sentieri
d'accesso sono sempre sotto il tiro delle mitragliatrici [...]. Il disturbo che
recano queste armi è tale che pensavamo di assalire queste posizioni per impadronircene.
Le perdite subite in questi giorni sono rilevanti: in particolare la 3ª
Kaiserjäger, ha avuto una media di dieci morti al giorno, senza contare i
feriti. Tutte queste perdite sono dovute essenzialmente all'occupazione della
cengia sottostante il Lagazuoi.
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Nella notte tra il 30 ed il 31 ottobre alcune pattuglie italiane scesero in
Valparola e si scontrarono con un reparto austriaco che si stava preparando per
un attacco, infatti non reagì alle fucilate ed alle bombe italiane. Verso le
6.20 un razzo lanciato dalla vetta del Piccolo Lagazuoi verso il Sasso di Stria
segnala l'inizio dell'attacco; come prima azione si fecero rotolare sassi inframmezzati
da bombe SIPE senza fermagli di sicurezza poi anche ordigni di ghisa pieni di
esplosivo e barilotti contenenti 20 Kg di cartucce esplosive con le micce accese.
Una batteria di 3 obici da 240 dietro il passo di Valparola aprì il fuoco con
proiettili a gas. Le linee italiane vennero sconvolte (saltarono anche i 3 cannoni
finti) ed all'inizio dell' attacco austriaco risultava in esercizio solo una
mitragliatrice. L'artiglieria italiana non intervenne scatenando le proteste dello
stesso magg. Martini.
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L'arma più pericolosa per gli occupanti [gli italiani, ndr], e nello stesso tempo
la più difficile da controbattere, era una mitragliatrice appostata sulla sommità
del canalone di Andraz, alle nostre spalle, a meno di 150 metri dal punto centrale
della cengia.
Nei suoi confronti, risultò vana la reazione di alcuni fucilieri e quella d'una
mitragliatrice, che fu subito crivellata da proiettili e messi fuori combattimento
i suoi serventi. Più tardi (precisamente verso le ore 7.30), quando fu costretta
a esporsi in parte per controbattere un nuovo bersaglio, venne quasi subito ridotta
al silenzio dal fuoco incrociato del comandante di battaglione e del tenente Gino
Cossu del 59° rgt. fanteria, ai quali si aggiunsero poi altri ufficiali e alpini.
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Ma verso le 12 la situazione volse a favore degli italiani; la sezione mitragliatrici
"La Sarda" iniziò a sparare contro gli austriaci ammassati in Valparola creando
una gran confusione. Solo verso sera gli animi si placarono. I difensori della cengia
contarono 5 morti e 28 feriti, che vennero affidati alle cure dei tenenti medici
Tosi (228ª) e Luciani (106ª).
L'11 novembre un nuovo attacco, sempre agli ordini del cap. Kulka si concluse con
un nulla di fatto. Dopo questo attacco subentrò in zona una relativa calma
interrotta solo dai tiri di artiglieria e dalle mitragliatrici appostate sul
Sasso di Stria.
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