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Da quota 2779, che corrisponde al punto più elevato del Piccolo Lagazuoi, osservavamo
in basso verso est una cengia la quale, a mezza altezza, immediatamente sotto
l'anticima del Piccolo Lagazuoi, trovava il suo termine in una muraglia profondamente
incisa. Quel tratto di cengia era separato dal rimanente da un restringimento largo
poche spanne difficilmente percorribile. Esso sporgeva come un bastione in direzione
"Tra i Sassi" e dominava gran parte della Valparola: veniva indicato dagli Italiani
con il nome di "Cengia Martini" e dal nostro presidio come "Cengia nemica". Dirimpetto,
un po' più elevata e divisa dal sopraindicato restringimento, si ergeva la posizione
della nostra cengia. Entrambe le posizioni erano di grande importanza: da parte
nostra c'era grande determinazione a distruggere la posizione occupata dagli Italiani
e dall'altro il tenace proposito dei nostri avversari a non retrocedere, malgrado
subissero notevoli perdite. La nostra posizione minacciava direttamente la "trincea
avanzata" degli Italiani sulla muraglia del Piccolo Lagazuoi e si univa a questa
nel cosiddetto "Strebestein" [Roccia d'appoggio]. Questo, era un dente di roccia
che si ergeva per una trentina di metri d'altezza e misurava 18 metri di diametro
alla sua base. Al suo interno erano state scavate gallerie su parecchi piani, con
feritoie per l'appostamento di una mitragliatrice e l'apertura di una cannoniera.
Questa posizione era in grado di battere l'anticima del Lagazuoi, il fianco del
"Trincerone Vonbank" e alle spalle la trincea (Goigingerstellung) alla selletta
di quota 2.306 del Sasso di Stria. Come seconda linea, esisteva la cosiddetta
"Totawaerter Stein" [Pietra tatuata], con una prominenza di venti metri e una
larghezza di circa diciotto.
Attorno vi erano diversi posti d'osservazione. Anche questa posizione era perforata
da gallerie e caverne e poteva battere sia l'anticima del Lagazuoi che il fianco
del "Trincerone Vonbank". Una terza linea era visibile sulla stessa anticima del
Lagazuoi. Gli Italiani si erano sforzati, nel corso del tempo, di salire su questa
importante vetta ed erano giunti a poco più di trenta metri dalle nostre posizioni.
Così, nell'estate del 1916 non si poteva più ignorare il pericolo che gli Italiani
estendessero la loro occupazione sulla muraglia del Lagazuoi e che, ad ogni loro
ulteriore avanzata, crescesse il loro campo visivo e l'azione delle loro armi.
Il comandante di quel settore, capitano Eymuth, decideva quindi di ricorrere
all'utilizzo di mine, dopo il fallimento degli attacchi della fanteria e l'ormai
evidente inutilità dei bombardamenti dell'artiglieria.
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