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Una delle più grandi valanghe che colpì il settore fu quella caduta nella notte
sul 10 novembre, alla testata del Canalone Falzarego. Nei primi giorni di novembre
il tempo si mantenne buono, ma dalla mattina dell'8 iniziò a peggiorare con neve
fitta e nebbia. La mattina del 9 una valanga travolgeva 4 minatori (poi ricoverati
a Pocol) e nelle prime ore del pomeriggio altre 3 bloccavano le colonne delle
salmerie. Alle 17 i soldati si ritirarono nelle baracche.
Corvee in montagna
(Fonte: Trenker, "Berge in flammen")
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Un paio d'ore dopo, s'udì improvvisamente un tuono assai più forte e prolungato
degli altri, verso la testata del sovrastante canalone, che annunciava il repentino
staccarsi d'una enorme valanga. Questa divenne così imponente da non poter più essere
contenuta nel canalone stesso, travalicando e ingrossando a dismisura. Accadde così
che, al momento dell'urto contro il costone di roccia che forma il vertice dell'immenso
anfiteatro, la valanga si suddivise in due grandi colate che precipitarono in un
attimo in fondo alla Val Costeana: l'una seguendo il corso del canalone e l'altra
deviando verso sud-ovest.
Quest'ultima, ingrossandosi ancora con moltissima altra neve incontrata nel rimanente
percorso, veniva a sua volta scissa in due da una sporgenza di roccia. I due rami
della valanga lasciarono completamente intatta la parte centrale della base,
distruggendo però tutte linee telefoniche. Una delle due, l'orientale, travolgeva
quattro baracche: due adibite a magazzini di materiali e derrate e due momentaneamente
vuote. L'occidentale invece ne schiacciava una: proprio quella in cui aveva trovato
riparo l'intera 228ª compagnia del Val Chisone, che venne seppellita sotto
uno smisurato cumulo di neve.
Data la considerevole distanza da dov'era avvenuto il distacco, la sentinella e
il trombettiere non poterono immaginare che la valanga sarebbe caduta sulle baracche:
non furono quindi neppure in grado di seguire l'intero corso e comprenderne il
successivo e complicato scindersi, che fu ricostruito solo l'indomani dopo attente
osservazioni sul posto. Essi diedero l'allarme solo nel momento in cui la sovrastante
sporgenza rocciosa compiva l'ultima fatale suddivisione della massa nevosa; ossia
così tardi che essi stessi furono quasi subito travolti.
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Il cap. Masini con due compagnie del Belluno assunse la direzione dei lavori con
a disposizione 4 squadre di soccorritori che si davano il cambio in modo regolare.
Il posto di medicazione gli ordine del ten. Motti (Belluno) e del cappellano don
Traunero (Val Chisone) venne allestito nella mensa degli ufficiali del Val Chisone.
Dopo circa un'ora e mezza iniziarono ad affiorare i primi superstiti. In seguito
si registrarono alcuni episodi curiosi
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tra cui quello di quattro alpini che riportarono in diverse parti del corpo scottature
di secondo e terzo grado, perchè erano rimasti per oltre un paio d'ore a contatto
d'una stufa metallica infuocata che continuò a bruciare per tutto quel tempo.
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Dopo 3 ore mancavano all'appello solo i caporali Panero e Penasio e l'alpino Franco
che non furono più trovati. Nei
giorni seguenti si recuperò gran parte del materiale che stava nelle baracche travolte
e furono ristabiliti i collegamenti e le comunicazioni.
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