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Un intero anno passò sul Lagazuoi in relativa calma; l'attenzione austriaca era
maggiormente mirata al Col di Lana ed alle Tofane, dove la pressione italiana si
era fatta sempre più forte ed erano state fatte esplodere con successo due mine.
Fu forse anche questa constatazione che indusse gli austriaci a tentare di conquistare
Cengia Martini con lo stesso mezzo.
L'osservatorio italiano sul Nuvolau
(Fonte: Mariotti, "Operazioni militari in Ampezzo ...", Coop. Poligrafica Cortina)
I lavori iniziarono il 25 luglio 1916 ma gli italiani se ne accorsero solo il 10
ottobre quando il magg. Martini nel corso di una ricognizione sul Nuvolau scorse
terra smossa 50 metri ad est dell'Appostamento degli Archi. Agli inizi il Martini
non intuì la portata del progetto austriaco che divenne chiara in seguito ad
attente e metodiche osservazioni del ten. Gimpel dal posto fisso di q.2350 del
Nuvolau (munito di binocolo a 40 ingrandimenti).
Il 17 (per mezzo dell'aiutante maggiore Sartore) ed il 19 lo stesso Martini
espose al comandante del settore la necessità di preparare una contromina, mentre
nel frattempo si dovevano disturbare i lavori austriaci (con l'uso dei riflettori
e dell'artiglieria). Il mattino del 23 il ten. Malvezzi (dopo un'osservazione
condotta con i ten. Sartore e Cadorin) riferì le sue opinioni al col. Tarditi che
subito decise per lo scavo della galleria di contromina. La direzione fu affidata
al ten. Malvezzi, coadiuvato dai ten. Cadorin, Tazzer e Maraviglia. Si calcolò che
il tempo rimasto fosse di 40 giorni, basandosi sulle esperienze precedenti.
Nello stesso pomeriggio una compagnia di Volontari di Feltre (ten. Beretta e Del
Vesco) fece pervenire alla base del Canalone Falzarego una notevole quantità di
gelatina. Durante la notte un riflettore dall'Averau iniziò ad intervalli regolari
ad illuminare l'Appostamento degli Archi per agevolare il tiro delle sezioni
mitragliatrici di q.2107 e 2350 del Nuvolau. L'unica difficoltà fu il piazzamento
di 2 pezzi da 149 a q.2350: infatti il colonnello comandante dell'artiglieria non
riteneva probabile la mina austriaca, ma invitato ad osservare con i suoi occhi,
dispose immediatamente il piazzamento dei pezzi q.2176 del Nuvolau.
L'artiglieria italiana nelle giornate del 28 ottobre e 2 novembre bombardò a lungo
l'intero sistema di posizione austriache specialmente nei punti del cantiere della
mina.
Mina su Cengia Martini
(Fonte: Burtscher, "Die kampfe in der felsen der Tofana", Teutsch)
Il 28 novembre il Martini indicò al magg. Nasi (comandante del 2° settore di
artiglieria) i bersagli da battere prima e dopo dell'esplosione. Venne anche
installata un'altra stazione di intercettazione telefonica (oltre a quella di
Base Canalone Falzarego): richiesta il 2 dicembre, fu impiantata sulla Cengia il
3 gennaio dal ten. Canali del 7° Alpini; il suo operato fu però spesso disturbato
dai rumori delle vicine perforatrici (se italiane che austriache). Nel frattempo
gli austriaci si accorsero dei lavori italiani e richiesero 2 pezzi da 65 che però
non ottennero.
In definitiva le molestie degli italiani e del tempo causano grandi ritardi ai
lavori austriaci: il 20 dicembre la galleria italiana (costruita 3 metri sopra
quella austriaca) era ormai giunta a soli 2 metri dal suo obiettivo. Ma alle 19
del 14 gennaio
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un enorme blocco di roccia si staccò, con scroscio immane, dalla sovrastante
muraglia, proprio sul lato ovest della nostra "trincea avanzata". Contemporaneamente,
dalle scarpate più alte, presero a rotolare diverse frane costituite da detriti
e anche grossi macigni, che asportarono un buon tratto della nostra linea di
reticolati, inabissandosi poi con rumore assordante. Ma gli effetti sulla nostra
posizione furono pressoché nulli, poiché lo spostamento d'aria prodotto dalla grande
massa d'esplosivo, invece di agire verso l'alto e far crollare quindi il nostro
appostamento, trovò uno sfogo attraverso la controgalleria italiana, essendosi
facilmente infranto il diaframma ormai sottilissimo che divideva le due gallerie.
Per giunta, a causa del forte intasamento della camera di scoppio, si determinava
nella galleria austriaca un contraccolpo così accentuato da provocare il crollo
parziale, non senza qualche vittima. Tosto sull'intera cengia si scatenò il consueto
violentissimo tiro di proiettili e granate d'ogni calibro, comprese numerose e
precise raffiche sparate da una mitragliatrice appostata dietro la feritoia recentemente
aperta a ovest di quota 2668. Folti gruppi di tiratori si affacciavano anche sulle
creste sovrastanti, tormentando con tiri ai fianchi e alle spalle i difensori della
posizione.
Da parte nostra, con le armi di reparto già pronte e puntate, fu subito aperto,
a onta dell'oscurità della notte e della densissima polvere che frattanto si era
sollevata, un intenso fuoco in varie e opposte direzioni, mentre l'artiglieria del
settore - come da precedenti intese - batteva l'ampia vetta del Piccolo Lagazuoi,
la "Trincea occidentale" e "l'Appostamento degli archi".
Com'era già avvenuto l'anno precedente, la scena del combattimento rimase illuminata
sino alle ore 22 dai sinistri bagliori dei proiettili incendiari, dai fasci di luce
dei riflettori e dall'incessante pioggia di razzi, senza che gli austriaci tentassero
questa volta alcun attacco di fanteria. Però, come previsto, anche questa seconda
mina non produsse eccessivi danni alle nostre postazioni. Si trattò di uno scoppio
quasi a vuoto, perché la pressione smossa dall'esplosione sfiatava attraverso il
tratto di roccia che, già assottigliato per lo scavo della contromina, si disintegrò
sotto la spinta dei gas dell'imponente carica della mina austriaca. Per tale motivo,
l'esplosione provocò soltanto profonde incrinature nelle pareti della nostra galleria,
lasciando illesi i minatori ancora intenti allo scavo. Invece, a causa del forte
intasamento della camera di scoppio, il conseguente contraccolpo sull'opposta galleria
austriaca riuscì tanto forte da determinarne il crollo, seppellendo sotto le macerie
il personale tecnico che aveva trovato riparo in caverna.
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