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Tuttavia, per quanto grave fosse la minaccia, altrettanto facile sarebbe riuscito
anche questa volta prevenirla, pararla e forse anche sfruttarla a nostro vantaggio,
mediante la costruzione di una breve galleria di contromina che avrebbe potuto
permetterci d'irrompere finalmente alle loro spalle, nel malaugurato "Appostamento
degli archi".
Peccato che gli eventi, precipitando verso il lugubre autunno del 1917, non avessero
permesso di sfruttare, com'era nei piani del nostro comando, la colossale mina
che il tenente Tazzer e i suoi minatori stavano scavando proprio sotto i piedi -
si può dire - degli austriaci.
La quarta mina sul Piccolo Lagazuoi
(Fonte: Burtscher, "Die kampfe in der felsen der Tofana", Teutsch)
La cengia, senza più tormento di scoppi, senza più insidia di pattuglie, senza
più agguati di cecchini, un giorno tristissimo e precocemente invernale tacque
definitivamente.
Quella cengia infernale, abbandonata dai suoi difensori per la ritirata dal Cadore,
non rioccupata dagli invasori che scesero per le valli e poco si curarono delle
vette, rimase deserta per sempre: aspra, ferrigna, crucciata, sigillando
nell'immobilità della sconvolta pietraia il tumulto della sua breve, incredibile vita.
Dopo l'armistizio, fu poi asserito dagli austriaci che la quinta mina, costituita
da due enormi camere di scoppio, avrebbe dovuto distruggere i nostri in un attimo
e allo stesso tempo il nostro immane lavoro di due anni; né, a dir il vero, possiamo
opporre alcun diniego a una così recisa affermazione.
Possiamo solo osservare che, se tale spaventoso progetto avesse dovuto e potuto
realizzarsi, sarebbe stato, per nostro conto e a prescindere dalle conseguenze
che avrebbe potuto avere nei riguardi della situazione generale, preferibile
l'abbandono forzato da parte nostra della posizione.
Se la sola contabilità delle perdite o la misurazione metrica delle superfici
dovessero costituire elemento di valutazione dell'importanza di un'impresa di guerra,
forse il Lagazuoi, tormento e passione per tanti mesi di cinque battaglioni alpini:
"Val Chisone", "Belluno", "Val Pellice", "Monte Granero" e "Pallanza", non avrebbe
meritato così grande copia di sforzi nella conquista, nella difesa, nell'offesa.
Ma che cosa valesse, come posizione strategica, si è visto dalla sua struttura e
dalla posizione geografica e si può comprendere dall'entità delle forze impiegate
e dall'accanimento col quale il nemico tentò di togliercela.
Scrive il comandante austriaco della zona, Viktor Schemfil:
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Questa roccia nemica nelle mani degli italiani cagionò più perdite ai difensori
dei Tre Sassi che non la difesa contro tutti i grandiosi attacchi italiani.
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