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Ci furono azioni nella Grande Guerra 1915-1918 che apparvero ai comandi
strategicamente interessanti e sicuramente realizzabili e poi, nel corso dell'esecuzione,
si rivelarono del tutto inutili, sanguinose e inconcludenti. Si trattò per lo più
di errati calcoli sulla possibilità di mantenere le posizioni conquistate ed ancor
oggi esaltate e ricordate dalla pietà valligiana con croci, messe e cappelle, per
l'imponenza di sacrifici che costarono e per le indiscutibili prove di eroismo cui
diedero luogo. A questa categoria appartengono, ad esempio, la conquista del Monte
Piana in Cadore e l'Ortigara nel Trentino. Ce ne furono altre che apparvero del
tutto assurde, inutili, insostenibili, micidiali e poi per la pazienza, la fiducia,
l'abilità di chi le attuò si rivelarono positive, quasi incruente e strategicamente
determinanti. A queste ultime appartiene l'insediamento (e di conquista infatti
non si può parlare) di reparti del battaglione territoriale "Val Chisone" su di
una specie di gradino, di cornicione-insenatura, di "cengia", per adoperare il
termine più appropriato1 alla terminologia dolomitica, sospesa approssimativamente
alla metà della parete est del Piccolo Lagazuoi, uno dei pilastri dello sbarramento
Passo Falzarego-Valparola, porta d'ingresso della strada delle Dolomiti in direzione
Val Badia, obiettivo strategicamente importante e risolutivo. Il "Val Chisone"
sembrava non aver rinunziato alla sua volontà di forzare in qualche modo quel
munitissimo ma essenziale traguardo (forte "Tra i Sassi") di cui, come vedremo,
aveva conquistato e non mantenuto - ma non per colpa sua - l'altro pilastro sinistro
nel suo orientamento, nella funzione micidiale, nella foggia a becco di civetta,
nel nome: Sasso di Stria (strega) sulla stregoneria del quale si era anche sbizzarrita
la musa popolare: "Vittorio Emanuele s'è recato a visitar Cortina e i suoi soldati;
avanti a balzare co' fu arrivato il generai i monti gli ha mostrato: Sasso di Stria!
Facciamo dietro-front e andiamo via!" |