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Così esclamava l'aspirante medico Gregorini, un giovanotto di appena ventanni,
arrivando a Passo Falzarego in una sera d'aprile del 1917, ritenendosi giunto in
linea. Si era servito, in 24 ore di viaggio, di ogni mezzo di locomozione (dal
treno al mulo, dall'auto alla slitta, dalla carretta di battaglione al cavallo
di S. Francesco) e ora era proprio desideroso di mettersi un po' tranquillo. Vana
illusione e amara constatazione! Non aveva fatto i conti con la teleferica e non
ricordava che gli alpini - ai quali era stato aggregato - sono come le aquile:
fanno il nido molto in alto. Stanco, insonnolito, con certi brividi caratteristici
della prima impressione del fronte, stava guardando un gruppo di alpini che inchiodava
delle tavole.
- Vedelo che disastro, sior tenente - gli dice il caporale addetto ai lavori,
dopo averlo salutato.
- Vedo, ma cos'è successo?
- Stemo riparando el barachin de la teleferica, perché un carelo stamatina el se
ga sfondà.
Dopo qualche minuto di silenzio e di meditazione, l'aspirante riprende:
- Sentite, caporale, Cima Bòs dovrebbe essere qui vicina e ci si potrebbe arrivare
anche a piedi!
- Sì, sior tenente, se poi, ma no ghe lo consiglio, perché el sentier el ze bruto
de giorno, figurarse de note e spesialmente per uno - el scusa salo - non pratico
del posto e con un per de scarpe come le sue. Ma el gàbia un pò de pazienza e ghe
sarà subito al collaudo.
Non si sa se il caporale intendesse, con questa parola, riferirsi al carrello o
all'ufficiale. Passava intanto per l'aria qualche sibilo di pallottola randagia,
proveniente dal Piccolo Lagazuoi ad avvertire che anche lassù si vegliava. Gregorini
passeggiava su e giù e ogni tanto rimaneva estatico dinanzi a quelle incombenti
pareti paurose, a quei canaloni tenebrosi, chiazzati da qualche tardiva placca
nevosa, a quei pinnacoli dritti e lisci come fusi e illuminati ogni tanto dai razzi
indagatori e si stupiva che là in alto, così in alto, stessero di casa gli alpini
e vi facessero per di più la guerra.
- Semo pronti, sior tenente, sel voia comodarse.
Aiutato da due alpini, si mette per benino seduto sul fondo del carrello, ma il
caporale gli fa osservare che sarà meglio se si mette lungo disteso per evitare
qualche "sucada" (in italiano: zuccata) passando sotto i cavalletti. Vicino
al viaggiatore si accovacciano due pellacce e la teleferica parte. La salita
normalmente durava un quarto d'ora, ma quella notte - destino! - durò molto di più:
raggiunta una discreta quota, si levò un'inopportuna brezza che faceva graziosamente
dondolare il carrello e come se questo non bastasse, giunti nella campata più lunga
e più aderente al canalone, la teleferica, quasi per stanchezza, si fermò.
- Siamo arrivati?
- No, sior tenente, semo a metà strada e par che ghe sia un guasto.
La teleferica rimase ferma il tempo più che necessario per far passare nella testa
del nostro viaggiatore tutta la gamma dei più brutti pensieri; ma del resto, poveraccio,
non aveva tutti i torti: sotto ... il vuoto, sopra le stelle, a destra, a sinistra
e a tergo la nuda parete, davanti ... il vuoto ...
- Non ci sarà mica perìcolo che si sganci?
- No - risposero in coro i due alpini - speremo piutosto che i fasa presto,
perché ghe ze un serto frescheto e pol capitar anca un ta-pum che el ne fasa un
buso nela pansa, come a quele pagnoche de ieri.
Il povero martire cominciava veramente a sentirsi a disagio, quando la teleferica,
con uno strappo, riprese l'ascesa. Dopo poco si passò vicino al carrello di ritorno,
carico di due feriti e poco mancò che con l'oscillazione prodotta dal vento, non
succedesse uno scontro e non si dovessero lamentare dei feriti anche da parte nostra.
Dopo un'ora dalla partenza si arrivò in cima e il nostro medico, riprendendo uno
a uno i tenui fili di speranza che aveva abbandonati salendo e togliendosi da quel
letto di Procuste, potè infine sospirosamente esclamare: "Signore, vi ringrazio,
ma non credevo che gli alpini fossero più vicini a Voi, che agli uomini".
E si chinò a baciare la terra come Colombo!
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