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A Riccardo [il fratello minore, NdW]
10 ottobre 1915
... vuoi che ti parli di guerra? Sai cos'é la guerra? Credi che la guerra sia un
intreccio di schioppettate e di baionettate? Così hanno creduto tutti i volontari
e qui sta la causa di intempestivi pentimenti. Quello che voi dite guerra è l'atto
meno penoso, più poetico, più soddisfacente della guerra: è la Battaglia, la corona,
desiderata come il pane, per mesi interi. Guerra sono i disagi che preparano la
battaglia; le notti insonni, le veglie su massi ghiacciati e duri; le piogge che
bagnano le ossa senza che ci si possa cambiare; il vento pieno di ghiaccioli che
taglia la faccia; le marce clandestine, notturne, in cui ad ogni sasso, ad ogni
sterpo, si lascia un brandello di noi; le lunghe, pazienti attese sotto le buche
improvvisate, goccianti acqua e umidità, i piedi ghiacciati che gelano; i viveri
che non arrivano; guerra è subire il fuoco, la pioggia nemica di granate e non
potersi difendere e dover star fermi e mordersi di rabbia per non poter arrivare
al fianco di chi ci è nemico e che non conosciamo ... Guerra è ... (non ho più
spazio in questa cartolina). A conclusione, sappi che quanto ti ho detto non è
ancora la guerra, anche se vi aggiungi il cadavere dell'amico fatto a pezzi vicino
a te, ricoveri saltati in aria e gente orrendamente e orribilmente macellata.
Assalto al Sasso di Stria
Ore 20 - 17 ottobre 1915
Ill.mo Sig. Prevosto, ho radunato il mio plotone ed abbiamo ricevuto in massa
l'assoluzione dopo aver recitato in coro l'atto di contrizione. Fra mezz'ora parto
per un'azione delicata a me affidata: darò la scalata ad una roccia con corde,
arriverò alla sentinella, m'impadronirò della località. Riuscirò? Ne ho piena
fiducia, perché spero nel Signore.
Non mi nascondo la difficoltà enorme, la probabilità di restarvi. Mi sono offerto,
per salvare la compagnia, il Reggimento. Quel che avverrà nella notte, lo sa il
Signore, che ho tanto pregato. Se io morrò, a Lei l'incarico pietoso di consolare
la mia mamma, il mio babbo, la mia Maria, il mio nonno, la mia nonna, il mio
Riccardo, il mio Augusto (1). Li ho tutti qui, nelle occhiaie, incisi per l'ultimo
bacio.
Lei comunichi agli amici: i miei amici, lo giuro, e mai ho fatto giuramento più
sacro, il maggior motivo per cui piango la vita giovane, è quello di non poter
essere con voi a fare del gran bene, domani, a riorganizzare le nostre file, a
mettere un soffio di vita cristiana nella società che si rinnoverà, domani. (2)
(1) Riccardo, Augusto e Maria, fratelli e sorella minore di Braschi
(2) Queste due ultime lettere erano state scritte poco dopo che il Colonnello
Achille Papa aveva riunito a rapporto un gruppo di ufficiali. Le parole che egli
disse le troviamo nel discorso che, sei anni dopo, il capitano Vincenzo Damiano
Lugaro (lui pure appartenente all' 81° Reggimento Fanteria) fece in occasione
della consegna della medaglia d'oro alla memoria di Mario Fusetti: " ... Quando
si ebbe sentore di una grande azione che si doveva compiere contro il nemico,
tutti noi ufficiali fummo chiamati a rapporto. E ci riunimmo attorno al Colonnello
Achille Papa, aspettando da lui la parola della battaglia ... "
Il Sasso di Stria
Bolzano, 22 ottobre 1915
Ho sempre incisa dinanzi a me quella tremenda giornata del 18 ottobre.
La vigilia erano tutti pronti e raccolti, quei bravi figlioli, all'Ave Maria,
nel bosco: io avevo scritto l'ultimo saluto a casa, agli amici, recitata l'ultima
preghiera, presa la browning, ed ero corso fra loro. Tutti pronti: gli elmi
francesi luccicavano in testa; sotto la visiera breve luccicavano gli occhi, sicuri.
Pronte le corde, le scarpe di pezza e la cioccolata in tasca e la galletta per
domani e il caffè per la notte. "Pronti?". "Non manca nessuno?".
"Nessuno manchi, figlioli. Vedete la vetta? Domattina saremo lassù quella si chiamerà
la vetta del secondo plotone. Che nessuno cada, che l'altro non l'aiuti; che nessuno
manchi, che l'altro non lo sproni. O Sasso di Stria, o la morte: via di mezzo non
c'è ... Che ognuno pensi un pochino alla morte, la guardi in viso per non temerla;
poi, vedete? che è la morte vista con la fede?". Don Lardone ci dà la benedizione
commosso e filiamo nella macchia: io in testa, tutti gli altri dietro, in fila
indiana, con silenzio di tomba. Con me è Fusetti che mi parla di domani: domani
lui ed io padroni di Sasso di Stria! I soldati sentono il nostro entusiasmo, si
amano come noi ci amiamo; come noi li amiamo. Dietro noi vengono gli altri plotoni;
il caro Addario, che seguirà, se non arriveremo, e altri due giovani, arrivati
oggi e già pieni d'entusiasmo. Si procede franchi come s'andasse a casa di nostra
madre e andiamo per strade che nessuno percorse o percorrerà mai, che non sappiamo
neppure di poter percorrere. Mario ed io precediamo: si sente un rumore, si vede
una luce. "Alt!" e tutti scompaiono tra le felci, dietro le rocce e noi si va
avanti, si sonda, ci si consiglia, si discute: la decisione è sempre comune. Siamo
al limitare del bosco: dietro a Col di Lana si proietta uno scialbore di luna che
ne guiderà i passi: Fusetti andrà con la pattuglia, monterà su, sonderà e, se si
potrà andare, mi avvertirà: con un suono, un lume, un uomo. Mi dice: "Resta con
i tuoi, al limitare". L'accompagno un po': "Ci vedremo sul Sasso di Stria". Mario
con i suoi è scomparso nel buio; lontano si ode il rumore dei ciottoli. Sulla vetta,
pare si veda un lumicino austriaco. Un raggio luminoso fende l'oscurità, sopra
Valparola: seguono poche schioppettate. Siamo ai piedi della rupe cui dobbiamo
dare la scalata. Fischiano i sassi, mossi da chi precede; le corde malsicure sono
allungate da qualcuno dei miei. Saliamo.
Di Fusetti non si sa nulla, non so neppure se posso, se debbo salire: attendere
può essere fatale. Ci arrampichiamo con le mani, coi piedi, con le unghie, coi
denti nelle corde. "Su, presto! che non ci veda il sole, appesi. All'alba, Sasso
di Stria deve essere sotto i nostri piedi".
C'è qualcuno che scende. "Chi va là? ". "Io, Signor tenente. Lassù non si sale,
c'è un masso che non si scavalca". "E Fusetti? Dov'è Fusetti?". "E' avanti, s'è
smarrito, non lo trovano". "Avanti, avanti, vigliacchi! Bisogna salire". Il filo
viene a mancare, altri retrocedono: dalla vetta rotolano sassi; dalla Selletta e
da Valparola sbocciano sinistri razzi luminosi: "Avanti!". Uno schianto, un sasso
più grosso rotola, poi una sassaiola in piena regola "Giù, nella insenatura",
chi è scalfitto alla testa, chi ha rotte le mani.
Attendiamo che passi la furia, mentre i sassi mi sfiorano 1'elmo che mi salva la testa.
Compare, dall'alto, un'ombra nera.
Italiano? Austriaco? Chi sa? "Chi va là?". Nulla. Piovono i sassi: li gettano gli
austriaci? "Non si torna indietro: Aloisio, tu sempre bravo e tu caro Montanari,
tutti e due volontari, su, trovate il collegamento!". Vanno contro i sassi, io seguo.
Che pesantezza nel salire! Ma è tardi; non si arriverà a salire prima del giorno.
E qui, appesi come le capre, non si può stare domani. Su per l'erta, qualche ferito
si lamenta; la fila dei miei è spezzata per gente che non sa arrampicarsi. Bisogna
sgombrare la zavorra e poi salire con pochi, con i validi, con i pronti a tutto.
Mi metto ad essi in testa e: "Avanti, sul Sasso!".
Di Fusetti non si sa nulla; guardo col binocolo: non si vede nulla; ascolto: nulla,
nulla. Telefono: "Signor Colonnello [Papa, NdW], mando due squadre sul Sasso; io
dò l'assalto alla Selletta, con la compagnia". "E Fusetti?". "Non si sa nulla,
doveva segnalare; non si sa nulla, vari dei suoi tornano esterrefatti: temo sia
sulla rupe". "Alla Selletta andrà un altro, lei salga il Sasso". "Salgo". "Pierotti,
vieni?". "Eccomi". Tutti dietro a me, ad ogni costo: arrampicarci o sfracassarci
rotolando. La rupe è impervia; una traccia di sangue a chiazze, dice dove altri
si trascinò. Andar su ad ogni costo. Da tutte le parti la nostra artiglieria getta
lo spavento; vediamo, salendo, le posizioni del Col di Lana, di Settsass, di Monte
Sief, di Falzarego, sotto una pioggia infernale dei nostri pezzi di tutti i calibri.
Vediamo la Selletta, prima tanto alta, ora sotto di noi; vediamo nelle trincee
qualche austriaco che potrebbe freddarci e che non ci tocca. "Avanti! Avanti! perchè
non vengono gli altri?". "Ma Signor Tenente, non si può montare, i sassi cadono!".
"Da bravi! Qua, De Angelis che fai il muratore, che sai salire sui tetti! Passa,
tenderai la corda e verremo anche noi!". E così De Angelis tirava su i fucili,
poi tendeva la corda e salivamo anche noi. Quante volte ci vedemmo sospesi a un
sasso, che tremava alla nostra stretta, mentre sotto era un abisso profondo,
terrificante. "E i nostri? Che fanno? Si odono fucilate sulla rupe: ci hanno visto?".
"Niente paura: Avanti!". "Signor Tenente, ma Fusetti, sarà morto, forse? o lo
troveremo annidato sulla rupe, senza che possa salire?". "Avanti, un minuto perduto
può essere fatale. Non guardate in basso: in alto. Chi guarda il fondo è attirato
dal fondo, chi guarda la cima, andrà alla cima!". "Signor Tenente io sento molto
coraggio salendo con Lei; Sento che i miei bambini pregano per noi". "Bravo Pierotti!
il più fido dei graduati. I tuoi bambini pregano, forza Pierotti, aiutaci". Resta
l'ultimo sasso: De Angelis tende la corda e noi saliamo tutt: non ce n'è uno che
non abbia rovinate le mani, rotte le vesti, gettato la coperta e la mantella:
hanno però tutti il fucile, le cartucce, le bombe. Lungo la rupe non si può vedere
se siamo seguiti: nel bosco brulicano soldati nuovi; l'artiglieria nostra terrorizza
le posizioni che ci circondano.
Troviamo un pianoro di pochi metri quadrati, carico di neve: ci dissetiamo, ci
riposiamo pochi minuti, rallentando la grande tensione dei nervi, poi, andiamo:
tutti dietro a me, verso la cima più alta. La neve è intatta: non sono saliti i
nostri, o hanno preso altra strada o sono rotolati nell'abisso, la notte? Svoltiamo
sotto un sasso a picco e troviamo una sagoma! I soldati dipinti che ci facevano
rabbia quando eravamo in trincea. A destra, una baracca cui mettono tanti fili.
Deve essere l'osservatorio d'artiglieria. "Marianelli, c'è nessuno, dentro?".
"Nessuno". "Pietrolati, taglia tutti i fili. Non sono passati i nostri, i fili
sono rimasti intatti".
"Oh! Signor Tenente, una sentinella! E' a trecento metri,
nel frastaglio della roccia". "E' un italiano? Uno dei nostri, di questa notte?
Ci volta le spalle e non si discerne". Cauti, strisciamoci più su a dominare.
Sporgiamo il capo da un poggetto: c'è un piccolo posto con uomini al coperto:
qualcuno mira attorno. Pare abbiano l'elmo in capo, quasi l'elmo nostro. "Sono i
nostri!". Per poco non gridiamo, per poco non corriamo loro incontro. Ci aprono
sopra il fuoco. "Giù, a terra. Ci hanno preso per austriaci! No, sono essi, gli
austriaci!". "Fuoco, fuoco!" e tutti si spara, quasi con voluttà, dopo tanto che
si cercava il bersaglio. "Attenti allo sbocco! lancia una bomba! ... coraggio,
finchè si hanno munizioni". "Ahi! Signor Tenente" De Angelis è ferito. "Da bravo,
non è nulla ... coraggio fasciati la ferita". Siamo tutti inchiodati al terreno
e non si può muovere un gomito che non si offra bersaglio al nemico. "Qualcuno
guardi a destra; che non ci accerchino". "Ahi ... Ahi". Povero Pierotti, il più
fido dei graduati, quello che tirava più giusto. Colpito alla fronte, si riversa
con il fucile ancora nella sinistra; con la destra ancora tremante per lo scatto.
Pochi contorcimenti per l'angoscia della morte improvvisa e violenta, e non si
muove più: gli austriaci lo discernono, buon bersaglio sulla neve, e gli sparano
ancora addosso. Io prendo il suo fucile: c'è ancora, dentro, il bossolo dell'ultima
cartuccia sparata; gli prendo le cartucce e sparo io.
Povero Pierotti, caduto a due passi dal mio fianco. Povero Pierotti che mi aveva
raccomandato prudenza, tante volte, salendo, sperando: "I tuoi bambini hanno pregato
per noi ..." e non potrebbero aver pregato? E come può giudicarsi da noi, la vita,
la morte, nella breve cerchia in cui ci agitiamo?
Le palle fischiano da ogni parte, ci passano sul dorso, ci lambiscono la testa
mal appostata nella neve. Più lontano da me, altri cascano. De Angelis si lamenta
della sua ferita e, macchiando di sangue la neve, si trascina per trovare il posto
per curarsi. "Fermo, fermo - gli grido -, ti scopri, ti ammazzano!". "Ahi, ahi,
un altro colpo!". Si spara tutti come indemoniati.
Essi sbucano da tutte le parti, ci avvinghiano, ci serrano; ci hanno visto in così
pochi ed ora ci aggirano. Io non ricordo più nulla.
Andavo svuotando il tascapane di Pierotti, pieno di cartucce, incoraggiavo tutti
i miei, ad uno ad uno. "Ci sono sopra, Signor Tenente!". "Ahi ... io muoio ... "
grida De Angelis. Ci sono sopra alle spalle, ovunque.
"Io muoio ...". "Ma moriamo tutti, figlioli!".
Ho uno scatto di disperazione: "Fuggire". Ma dove? Alle spalle c'è la rupe a picco,
da tutte le altre parti ci son loro: i cani. Getto la mia pistola perchè non vada
nelle loro mani. Sono morti Pinci e Aloisio. E siamo morti anche noi che siamo
sopraffatti da ogni parte. Siamo morti anche noi. Sono le 14,30.
La Prigionia
26 ottobre 1915 - martedì
Valeva proprio la pena di fare la guerra? Ho, fra un sogno e l'altro, pensato
stanotte. Che c'è nelle viscere della nostra razza, nelle cellule di noi,
omiciattoli, di breve durata, fragili come il vaso di creta in cui ci laviamo,
che c'è che le avventa velenosamente le une contro le altre? Signore, ma è questa
la "militia hominis super terram"? e non è questo, piuttosto un momento di
pazzia, di regno dell'odio? io amo tutti; dall'austriaco, a noi lupo, all'italiano,
a noi consanguineo: tutti sento fratelli, senza il confine, causa di divisione,
senza razze, nostro passato doloroso, tutti cristianamente fratelli, abbracciati
in una famiglia. Che visi dalle finestre qui davanti! Crani fasciati, bendati,
camiciotti bianchi, facce incadaverite, occhi vitrei. Sono gli avanzi delle battaglie,
è la società nostra che si ammazza, che si stermina, che aumenta le sue miserie.
Mando le sigarette e le cartoline ai miei soldati; mi rispondono commossi. Giorni
mi dà la nota completa(*). Nel cortile, con Portilatti, vado a prendere aria. Un
soldato austriaco al nostro passaggio si leva e fa un rispettoso saluto: lo imitano
altri. Dunque, anche il prigioniero si rispetta ancora? Io mi commuovo nell'abbiezione
in cui mi considero e vorrei baciare quel soldato, quei soldati che domani partiranno
a trucidare i miei soldati, i miei fratelli. Vorrei in tutti accendere una santa
rivolta, la santa rivolta dell'umanità che non vuol spegnersi, che vuol amarsi,
che vuol vivere. Non armi, non frontiere, non razze: una razza: l'uomo, tutti figli
di Dio, che a l'uomo ha dato frontiere il limite della terra; armi: l'intelligenza
e l'amore.
Penso a casa mia. Anch'io esule, anch'io lontano, con l'anima spezzata, con l'angoscia
di tanti ricordi cari, con la tortura di tanti pensieri, di tanti desideri, io vi
ripenso tutti, in quest'ora stanca, nostalgica e vorrei esser con voi a dividere
tutte le vostre pene.
(*) Ecco la nota dei soldati: Giorni, Marianefli, Merlotti, Aresi, Pasini, Segatori,
Alberti, Bonazza, Proietti, Petrolati, Fiori, A.Uegrini [?, NdW], Troiani, Terzani, Fametani,
Scavone, Cerando, Mercandali, Rapicavoli, Moscatelli.
Quelli feriti sono: Serpetti, Martini, Montanari, Paloschi, Bazzoni, De Angelis, Magnifico.
29 ottobre 1915 (Mauthausen)
Arriviamo alle cinque, zaino in spalla e march.
Giungiamo subito, chè il baraccamento non è lungi dalla stazione di Mauthausen.
Si entra in due diverse baracche: sono occupate, allora andiamo all'ospedale. La
prima impressione è triste, triste soprattutto per la narrazione che ce ne fa un
soldato. Viveri scarsi, molte malattie (800 serbi morti di tifo!), cibo insufficiente.
Pane fatto con paglia, fieno, finocchio: tutto, fuorchè frumento.
5 novembre 1915
... Di malati ci sono piene intere baracche: smunti, scarni, deperiti, in balìa
di se stessi e del loro male: non un cane di dottore austriaco che li guarda; i
nostri con tutta la buona volontà non ne hanno il tempo. E i medicinali? L'Austria
non vuol saperne di dar medicinali.
Sono passati i miei soldati, li ho visti, mi hanno fatto una festa di saluti e di
sorrisi. Poverini, sono trattati così male! II dottore diceva stamane che se dura
cosi, c'è il pericolo di una malattia contagiosa che ci porti tutti all'altro mondo.
Un malato di tifo, l'hanno trovato a letto legato, coi ferri: è stato il capitano
medico austriaco! Barbaro! Barbaro! Barbaro! I soldati hanno anche freddo. Hanno
sequestrate a tutti i soldati il farsetto a maglia, col pretesto di sterilizzarli,
poi non glieli hanno dati più: si assicura che è prossima una spedizione di tali
farsetti ai loro soldati al fronte. Sarebbe il colmo: staremo a vedere!
Stamane è venuto il Capitano di fregata Bianchi, comandante italiano di tutti i
prigionieri; è stato molto affabile, ma ha dichiarato di non poter fare proprio
nulla per migliorare la nostra condizione e quella dei nostri soldati. Son venute
due commissioni; quella della Croce Rossa e quella della Stampa neutra. La prima
passò di corsa; non la si lasciò parlare con nessuno e la condussero dove vollero
e finì con un bel pranzo. La seconda pure, passò di corsa, prese qualche appunto
e fuggì di corsa, non dimenticando però neppure essa, un pranzo succolento offerto
dalle autorità austriache di cui naturalmente non potranno, per gratitudine, dir male.
Si è parlato di Gorizia presa. Sarà vero? Stanno per arrivare circa altri mille
prigionieri con una ventina di ufficiali. Vedremo, sentiremo!
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