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Da parte italiana, l'azione venne ricordata principalmente per un curioso episodio,
di cui era stato involontario protagonista il sergente maggiore Bruno Orsini della
7ª batteria del 13° rgt. artiglieria da campagna. Quest'ultima, ch'era stata
piazzata su di un piccolo ripiano a quota 2.176 del Nuvolao con possibilità
d'intervenire a vista in difesa della Cengia Martini, non s'era proprio mossa,
malgrado gli impegni presi. Questa mancanza di collaborazione era dovuta a un
incidente capitato al sottufficiale in questione, che vigilava per intere giornate
appollaiato nel suo osservatorio.
Costui, intelligente, colto, sempre spiritoso e di buon umore, s'era guadagnato
una particolare simpatia da parte degli alpini, forse per il suo colorito
interloquire in dialetto romanesco.
Nella mattinata del 10 novembre, mentre stava controllando lo scavo di una galleria
nella parete nord-est del Sasso di Stria, un proiettile di fucile gli attraversò
il berretto, causandogli una ferita superficiale al capo. Senza scomporsi e in
modo quasi enigmatico, esclamò, rivolto ai commilitoni che gli erano accanto:
«Questo è un semplice avvertimento della mia fine imminente...». Poi, seguendo
il consiglio dei compagni, si recò a farsi medicare in infcrmeria, rimanendo per
qualche ora all'interno della sua tenda per mettere ordine nelle proprie cose.
Tra l'altro bruciò un pacchetto di lettere e diverse carte personali e scrisse
su di un foglio, come dichiarò lui stesso, le sue ultime volontà. Gli alpini,
naturalmente, ritenevano che scherzasse: tanto più che alle ore 14 del suddetto
giorno rientrò - seppure con la testa fasciata - nel proprio osservatorio ove,
sorridendo come al solito, rimase fino all'imbrunire.
Il giorno seguente, dalle 11 alle 24, vi fu contro la Cengia Martini un terribile
uragano di ferro e fuoco, che mise fuori combattimento molti nostri soldati.
Malgrado la drammaticità del momento, l'Orsini rimase al suo posto nell'intento
d'individuare la precisa ubicazione delle artiglierie di grosso e medio calibro
in Valparola. In tale frangente furono particolarmente moleste due mitragliatrici,
appostate sulla vicina cengia austriaca, ch'era in pratica il prolungamento
occidentale della nostra.
Quella sera stessa, quando già il bombardamento cominciava a rallentare il suo
ritmo, l'Orsini si diresse verso il Nuvolao, ove si trovava la sua batteria, per
dirigere il fuoco contro gli appostamenti nemici che aveva da poco individuato;
ma con grande meraviglia degli alpini i cannoni del Nuvolao rimasero in preoccupante
silenzio. Quel giorno, la Cengia Martini non solo veniva nuovamente battuta
dall'artiglieria avversaria, ma anche assai tormentata dalle due mitragliatrici
che sarebbe stato opportuno togliere di mezzo.
Invece, verso le ore 17 arrivò un laconico e inaspettato fonogramma del capitano
Cisotti, il quale annunciava che - un paio d'ore prima - l'Orsini era rimasto
vittima di una valanga. In quella circostanza, oltre al dolore per la scomparsa
dell'amico, i commilitoni rimasero molto impressionati per l'inesplicabile
presentimento della sua fine violenta, da lui manifestato due giorni prima che
si verificasse.
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