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Altrove, le mine austriache non avevano mancato del tutto al loro scopo e ne era
prova il Dente del Sief che si vedeva così bene dalla Cengia. In quei giorni il
costone del Sief pareva in continua ebollizione e la notte il rombo era permanente
come il borbottìo di una pentola di fagioli. Quello che avveniva sul Sief aveva
per alcuni di noi un particolare interesse, perché lassù si trovava da qualche
giorno l'amico Tassinari, il quale poco tempo prima si era rammaricato nel timore
di dover lasciare le "fiamme Verdi" in quanto passava al comando d'una sezione di
mitragliatrici. Di lassù ci aveva mandati a salutare, con la notizia che aveva
mantenuto la sua uniforme di alpino e questa corrispondenza fra "scarponi" ci aveva
ancor più avvicinati al Sief, malgrado fosse separato da quel maledetto cuneo del
Sasso di Stria.
Ricordo che durante una notte di fitta nebbia, i fragori delle esplosioni provenienti
dal Sief si fecero più frequenti, mentre i bagliori giungevano fino a noi attraverso
lo spesso strato di caligine. Quella notte sognai l'amico Tassinari e rammento bene
quello strano caso di telepatia, perché il mattino seguente fui attratto dalle grida
di sorpresa dei soldati che additavano il Sief squarciato.
Che cosa sarà mai capitato a Tassinari? Il costone, quasi diritto il giorno prima,
presentava ora un largo solco fatto a "V". Seppi più tardi che il tenente Tassinari
era scomparso proprio la notte dello scoppio.
Il tenente colonnello Martini, venuto egli pure a osservare, sembrava rallegrarsi
che un simile disastro non fosse capitato alla sua Cengia; ma i suoi giorni sereni
dovevano durare poco, perché qualche tempo dopo avemmo la certezza che sarebbe
toccato anche a noi saltare in aria.
Un giorno che gli alpini del "Val Chisone" si trovavano a riposo nel vallone di
Falzarego, vollero suonar la fanfara in barba al Sasso di Stria che, dalla selletta,
tirava con il cannone e la mitragliatrice in direzione della teleferica di Col
dei Bus. I proiettili fischiavano pochi metri sopra i baraccamenti e gli alpini,
divertiti, gonfiavano le guance per strombettare certe pernacchie che, ostrega,
facevano concorrenza alle cannonate. Quel giorno il colonnello Martini ebbe un'idea
luminosa: per la sua Cengia era capace anche di questo. Mandò tutti i trombettieri
in prima linea, in modo da festeggiare a suon di musica il probabile scoppio della
mina austriaca. Malvezzi venne a visitare la Cengia, decidendo di tenerla sotto
attenta osservazione. Martini, nel frattempo, non dormiva più: andava e veniva
dalla sua Cengia tutto solo e sempre assorto, senza la più lontana idea che gli
austriaci potessero pizzicare anche lui...
Venne il maggio 1917 e Martini sentiva che quei diavoli stavano con il moccolo
in mano per accendere la miccia: non respirava quasi più e non la abbandonava
neanche un minuto. Il 22 mattina, il telegeofono che captava ogni minimo rumore
sotto terra sembrò annunciare un ultimatum: "Heute nochts gehet's los!".
Dalle posizioni avanzate erano già stati ritirati quasi tutti gli uomini e
quella sera si tolsero anche le guardie, per quanto alcune nostre trincee fossero
ritenute fuori perìcolo. Appena fu notte, la fanfara fu fatta uscire all'imbocco
della gallerìa dove il rimbombo doveva essere più forte ... e la Cengia saltò!
Sul serio questa volta! La fanfara si mise a suonare la Marcia degli Alpini (il
famoso "33"), destando tutti gli echi di Val Costeana e di Valparola, sovrastando
il fracasso della frana, il cui rovinìo durò diversi giorni.
Chissà come rimasero gli austrìaci, sicuri d'aver fatto strage di alpini e pronti
a completare l'effetto della mina con un attacco. Fatto sta che capirono l'antifona
e se ne stettero cheti. Gli alpini invece soffiarono tanto nelle trombe che, poveretti,
si ritrovarono gola e polmoni a pezzi. Il mattino seguente, alle prime luci dell'alba,
vedemmo il tenente colonnello Martini affacciato alla sua ex Cengia, al limite non
franato del sentiero. I sassi continuavano a precipitare rumorosamente giù per la
china, ma egli, senza dar retta ai suoi ufficiali che lo sconsigliavano, andò
avanti col cuore in tumulto: venne fotografato così, mentre attraversava imperterrito,
e fortunatamente incolume, l'impressionante ruina. Tornò indietro disperato. La
trovata della fanfara era andata bene, è vero, ma la Cengia Martini (o per lo meno
la sua parte più avanzata) non c'era proprio più.
Trincee, camminamenti, postazioni di mitragliatrici, anche quelle ritenute più
sicure, erano finite infondovalle. "Sic transit gloria mundi" fu sentito biascicare
da don Traunero, nostro cappellano militare, che se ne rallegrò credendo si trattasse
di orazioni.
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