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Il trincerone da assaltare cominciava da una cengia del Lagazuoi e attraversando
una selletta finiva sulle pendici del Sasso di Stria: fortezza naturale tutta
forata da gallerie con appostamenti di mitragliatrici e cannoncini. Già da due
giorni le nostre artiglierie battevano la trincea del nemico e verso sera il fuoco
assumeva un ritmo tambureggiante.
Quale comandante di una sezione di mitragliatrici Fiat, ero destinato alle truppe
di copertura e avevo piazzato le due armi micidiali in un buco protetto da sacchetti
di terra, sui fianchi della direttrice d'attacco.
Prima dell'imbrunire del secondo giorno di bombardamento, vidi passare alcune
squadre di esploratori volontari carichi di spezzoni di gelatina da far brillare
sotto i reticolati nemici. Purtroppo, molti di loro non ritornarono più indietro.
Scoccò l'ora! Transitarono i plotoni d'assalto, cui seguirono urla e clamori,
che a intervalli venivano soffocati dal rumore infernale di numerose mitragliatrici
e diversi cannoncini da trincea che sparavano contro i nostri. Per tre giorni e
tre notti i reparti di fanteria si avvicendarono incessantemente nell'assalto
dell'imprendibile baluardo, ma vennero respinti.
La mia sezione Fiat, pur non avendo preso parte attiva alla prima fase dell'assalto,
venne fatta segno dai tiri di repressione dell'artiglieria avversaria. All'alba
del secondo giorno, ricevetti finalmente l'ordine di aprire il fuoco per proteggere
i superstiti delle nostre ondate d'assalto, che dovevano rafforzarsi a poche decine
di metri dal trincerane nemico.
Senza risparmio, rabbiosamente, iniziai a sparare le prime raffiche sulla trincea
nemica sconvolta: le due fiat divoravano caricatori su caricatori, crivellando
sacchetti a terra e cassette di sassi che il nemico ammucchiava nervosamente a
protezione della posizione. L'acqua dei manicotti di raffreddamento bolliva
gorgogliando come quella dei radiatori dei vecchi camion.
Verso le 10, dal Sasso di Stria partirono i primi colpi di una sezione di cannoncini
nemici da 37 mm diretti contro di noi: non faticai troppo a individuarli, perché
stavano quasi all'imboccatura di due caverne. Ebbe inizio allora un duello mortale
fra la mia sezione fiat e quei due cannoncini. Le raffiche sparate dalle mie
mitraglie e le salve dei loro pezzi si incrociavano con ritmo accelerato. A volte
ero costretto io al silenzio, a volte loro: poi la lotta riprendeva più accanita.
Lo scambio dei colpi durò fino a sera: sicché, ben raramente potei rivolgere il
mio tiro alle feritoie del trincerone durante quell'infausta giornata.
Dall'alba al tramonto avevo perduto oltre la metà dei miei uomini e in pure ero
ferito: due schegge mi avevano aperto due profondi squarci in fronte all'altezza
delle sopracciglia. Per poter continuare a dirigere il tiro delle mitragliatrici,
mi ero legato un fazzoletto al di sopra degli occhi affinchè il sangue non mi
offuscasse la vista. Il dolore che sentivo era abbastanza sopportabile. Non potendo
controllare con uno specchio la ferita, la ritenni una cosa da poco, ma il gelo
della notte che seguì complicò assai le cose e poco mancò che perdessi la vista.
Verso l'alba del 30 ottobre un portaordini mi recò un biglietto del mio capitano,
dove stava scrìtto: "Rientri subito con la sua sezione nella linea di resistenza,
ho già provveduto a piazzarne un'altra che batterà i suoi stessi obiettivi".
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