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Alla vigilia di Natale del 1915, la mia compagnia (106ª del Belluno, ndw),
al comando del capitano Dragotto, venne inviata di rincalzo in località Cengia
Martini dove il nemico attaccava spesso. Comandava il plotone il tenente Cadorìn.
Aveva l'ordine di rinforzare la 228ª compagnia del battaglione "Val Chisone",
che occupava le trincee di Punta Berrino, denominata anche Quota Nord del Lagazuoi.
A poca distanza da questa posizione, tenuta dal tenente Egidio Soave, vi era uno
strapiombo di 50 metri, sotto il quale sorgeva la baracca destinata ai rincalzi.
Eravamo collegati alla trincea di prima linea tramite una scala di corda. Noi di
rincalzo avremmo dovuto salire i cento gradini a pioli a un segnale d'allarme di
coloro che stavano in alto di fronte al nemico. Gli Austriaci s'accorsero della
baracca e della scala di corda e con grosse bombe a tempo lanciate o fatte rotolare
tentarono per due giorni di distruggerle. Questi ordigni micidiali esplodevano
con grande fragore dopo aver rotolato di roccia in roccia, ma la baracca rimaneva
in piedi a dispetto del nemico. Ogni giorno però, perdevamo un paio di compagni
che venivano colpiti dalle schegge. Verso la fine di dicembre, il nemico iniziò
un nuovo, furioso e preciso bombardamento. Cadevano come grandine le famose bombe
orologio, miste a granate e a shrapnels d'artiglieria.
Una mattina, il tenente Soave e il sergente Boga, accortisi che il nemico allungava
il tiro, preludio di attacco, chiesero il nostro intervento. Il mio tenente,
Cadorìn, fece per attaccarsi alla scala a corda ma si avvide che era stata troncata
dalle schegge a due metri dal gancio. La scala precipitò a terra come un groviglio
di grosse reti. Quelli di lassù, ignorando il guaio, reclamavano il nostro intervento
e noi non sapevamo come spiegar loro la nostra impossibilità a salire. La parete
di roccia era alta quasi 50 metri e piuttosto impraticabile, perché incrostata
di ghiaccio. Non vi era altro rimedio che tentare la scalata, perché più in alto
vi era una scala di riserva già agganciata che bastava lanciare nel vuoto. Mi
offrii volontario per tentare l'impresa, senza badare a quello che mi poteva
capitare se fossi rimasto ferito anche leggermente. Con sforzo disperato, tenendomi
aggrappato con le mani, coi gomiti e con le ginocchia, riuscii ad arrampicarmi fin
quasi sotto la nostra trincea. Giunsi in un punto dove non potevo più né avanzare,
né retrocedere. Ero aggrappato alla roccia come un ragno. Invocai aiuto con tutta
la voce che ancora avevo in petto, finché quelli di sopra se ne accorsero. Il
tenente Soave mi calò un fucile perché mi aggrappassi, ma non riuscii a afferrarlo.
Stavo per perdere le forze, chiudere gli occhi e finire nell'abisso sottostante,
quando mi sentii accarezzare la faccia da una cinghia lunga un paio di metri.
L'afferrai e venni tirato su in trincea. Un gesto bastò a far comprendere al
tenente Soave che la scala di corda era stata spezzata, di modo che lanciò nel
vuoto quella di riserva, alla quale si attaccarono i rincalzi che giunsero ben presto
in nostro soccorso.
L'assalto che il nemico sferrò venne respinto sanguinosamente. L'avversano lasciò
sul terreno una dozzina di morti e 25 feriti: gli altri se la diedero a gambe.
Noi pure fummo provati: in quell'occasione avemmo 6 morti e 18 feriti. Cessata
l'azione ebbimo il cambio da altri alpini della nostra stessa compagnia e
ritornammo alla famosa baracca. Eravamo entrati da poche ore quando una bomba a
tempo, rotolando dall'alto, sfondò il tetto del ricovero e finì fra i pagliericci,
fumava e fischiava come una piccola locomotiva; tutti rimasero interdetti: presi
l'ordigno fra le braccia, lo portai fuori e tentai di scaraventarlo in un valloncello
sottostante. Scoppiò invece a tre metri di distanza e caddi a terra per lo
spostamento d'aria. Me la sono cavata per miracolo e anche i miei compagni
l'hanno scampata bella.
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