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Dall'11 giugno 1915 ero dislocato col 2° plotone della 228ª cmp. del btg.
Val Chisone in avamposti alla forcelletta sud-ovest di Monte Averau. Il mattino
del 15 ebbi improvvisamente il cambio e discesi col plotone al vecchio accampamento
di Prà da Pontin. Dopo poche ore di sosta, il battaglione si adunò in armi e il
ten. col. Ratti tenne un breve discorso alle truppe dicendo che l'ora dell'attacco
a una forte posizione nemica, al torrione del Sasso di Stria dominante il Passo
Falzarego, stava per scoccare ed era sicuro che i vecchi alpini del Val Chisone,
fieri del compito ricevuto, avrebbero agito con slancio e coraggio pari alla
loro fama. Aggiunse che alla nostra destra avrebbe operato un battaglione del 46°
Fanteria, verso Val Parola; alla sinistra un battaglione dell'81° Fanteria.
Alle ore 21 partimmo nel massimo silenzio e accompagnati da una pioggia fine fine,
c'inoltrammo, protetti da elementi di sicurezza, nel fitto bosco Buchenstein
raggiungendo il Rio Andraz alle ore 3.
Dopo un breve alt fatto nei pressi dell'Hotel Marmolada, alle prime luci dell'alba
le compagnie, disposte in ordine di combattimento con i plotoni e le squadre
affiancate, iniziarono l'ultima fase dell'attacco alla colletta del torrione,
risalendo a sbalzi le pendici occidentali del Sasso di Stria favorite da una buona
copertura del terreno: pini, cespugli, rocce.
La mia compagnia, 228ª, seguiva la 229ª d'avanguardia, guidata dal
capitano Trivulzio, sempre primo nel dare fulgido esempio di coraggio e di sprezzo
del pericolo. Gli Austriaci s'accorsero della nostra presenza allorché gli alpini
del plotone di punta, scalando arditamente le rocce che dominano la colletta da
ovest, spuntarono di fianco ai reticolati ancora intatti perché la sezione da
montagna che ci sosteneva nell'azione aveva ricevuto l'ordine di aprire il fuoco
solo nel caso fosse stato richiesto, dovendosi tentare un'occupazione di sorpresa.
Fra le nostre squadre bene appiattate fra le rocce del canalone e gli Austriaci
riparati negli elementi di trincea che difendevano la colletta verso nord-est e
ovest, si sviluppò un nutrito fuoco di fucileria che durò circa una mezz'ora;
alle ore 6.30, con lo splendore del primo sole, i 2 ufficiali e i 36 difensori
si arresero. L'obiettivo era stato rapidamente raggiunto: ferito gravemente
l'Oberleutenant che comandava il presidio e con lui mancato il fulcro della difesa,
gli animi dei soldati si erano accasciati e soltanto nella resa videro la salvezza.
L'azione ebbe un felice esito perché la sorpresa si potè effettuare in pieno: il
nemico aveva nutrito troppa fiducia nelle proprie difese e mai si sarebbe aspettato
un attacco senza preparazione d'artiglieria, con i reticolati intatti, con i
canaloni minati e quasi inaccessibili. Dall'interrogatorio dei prigionieri risultò
che il comandante della posizione era stato ferito nell'interno del baracchino
mentre si alzava dal lettino da campo e che le vedette non avevano segnalato in
tempo il nostro movimento sul loro fianco destro. Prima di occupare tutta la colletta
il capitano Trivulzio, per evitare delle perdite, obbligò il cadetto ungherese a
far brillare le mine del canalone e infatti costui, conoscendone l'ubicazione,
le fece deflagrare una a una: erano circa 12. Mentre compiva l'operazione, non
ricordando bene la loro disposizione, pose casualmente il piede su una di esse
producendone l'esplosione. Credevamo che fosse stato ridotto in brandelli dal
grande schianto e invece, scomparso il fumo, eccolo riapparire ritto sulle lunghe
gambe: soltanto un rivolo di sangue gli scendeva dal labbro e dal naso. Due squadre
di scorta inquadrarono i prigionieri e i loro feriti deposti in barella sul piccolo
pianoro della colletta e, non appena fu possibile, per la via del canalone li
accompagnarono al Castello di Buchenstein passandoli in consegna ad altri reparti.
Il bottino fatto nell'operazione fu grande: caddero nelle nostre mani fucili, telefono,
binocoli, coperte, scatolette di ottima carne con fagioli, viveri freschi e altro
numeroso materiale.
Nella mattinata il nemico non ci disturbò, forse perché non aveva avuto sentore
che la colletta era caduta in nostre mani; più tardi, verso le ore 13, le batterìe
nemiche iniziarono un violento tiro di distruzione sul canalone e sulle posizioni
del torrione occupato, arrecandoci, per fortuna, solo lievi perdite. Gli Austriaci
di Val Parola e dei Sett Sass avevano capito dalla mancanza di notizie, dall'osservazione
binocolare, dalle informazioni portate da qualche austriaco sfuggito alla cattura,
che gli Italiani avevano occupato la colletta del Sasso di Stria e con granate mina
da 120 tentarono di seppellirci nelle loro perdute postazioni. Nel frattempo
ricevetti ordine di presidiare con due plotoni della 228ª cmp. la trincea
nord-est del torrione per respingere eventuali contrattacchi da Val Parola e di
conseguenza disposi gli alpini nei punti più deboli e sicuri della difesa: io mi
collocai al centro dei plotoni, in una specie di nicchia ricavata nella roccia che mi
faceva apparire il loro Santo tutelare. La 229ª si sistemò più in alto e
sull'altro versante; la 230ª in fondo al canalone a contatto di un reparto di
fanteria per la protezione del fianco sinistro. Tutto ciò avvenne sotto intenso
tiro d'artiglieria che ci fece andare cauti nei movimenti e ci privò di quel pò
di neve che era rimasta nel canalone e nel valloncello attiguo al baracchino che
in seguito agli scoppi delle granate s'era incendiato.
Col calare delle tenebre il furore delle batterie nemiche diminuì d'intensità e
cessò del tutto alle prime ore della notte. Ormai s'erano rassegnati e comprendevano
l'inutilità dei loro sforzi. Si concludeva così il primo nostro scontro vittorioso
che dava agli alpini l'onore d'essere citati sul bollettino del Comando Supremo.
Contemporaneo alla nostra azione per la conquista del Sasso di Stria era stato
l'attacco di un battaglione del 46° Fanteria contro il ben munito trincerone di
sbarramento della Val Parola, ma i risultati che si conseguirono nella giornata
non ci furono palesi per la mancanza di collegamenti.
Dalla trincea della colletta avevo potuto seguire con entusiasmo e favorire col
fuoco gli sbalzi dei piccoli fanti della brigata Reggio verso la posizione nemica
e allorché la nebbia aveva offuscato la vista, le mie orecchie con grande emozione
avevano ancora sentito vibrare nell'aria le squillanti note di una cornetta, il
nostro "Savoia". Il diradarsi della nebbia mi permise di vedere parte degli austriaci
che difendevano il trincerone darsela a gambe e perciò pensai di accelerare tale
movimento con nutrite scariche di fuoco a comando. Altre ondate di nebbia sopraggiunta
dalla Val Costeana non mi permisero di vedere la fine dell'epica lotta, ma con
grande gioia l'eco della montagna mi continuò a portare lo schioppettìo caratteristico
dei nostri fucili e i gridi di guerra; poi silenzio assoluto. Che era avvenuto?
I nostri fanti avevano oltrepassato il trincerone o erano rimasti in esso? La luce
avrebbe rivelato il mistero. Impiegammo le prime ore notturne a rafforzare la
posizione e a sistemare i rincalzi nel canalone di accesso alla colletta; il comando
del battaglione prese posto nella galleria che con grande alacrità il nemico aveva
cominciato a costruire sotto lo scoglio della punta; io passai la notte a sorvegliare
gli uomini di scorta e il campo di battaglia perché le vedette, turbate dalle ombre
dei cespugli mossi dal vento e dal silenzio subentrato al gran frastuono del bombardamento,
diedero per due volte l'allarme in linea.
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