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La prima persona che incontrai, appena tornato dalla licenza nel trogloditico
villaggio di Cima Bòs, fu l'aiutante maggiore Terranini. Messami la lampada a due
palmi dal naso e sbirciatomi attraverso le lenti per accertarsi della mia identità,
disse con la sua calma proverbiale:
- Ah, sei tu, male tornato! Ti sei divertito almeno?
- Figurati.
- Anche per noi allora.
Poiché eravamo a due passi dallo stambugio del nostro comandante, da poco nominato
al grado superiore, gli chiesi s'era opportuno che mi annunciasse per la visita
di dovere.
- Un momento - disse, mettendosi l'indice alle labbra; poi, dopo un attimo d'esitazione,
mi fece segno di seguirlo e battè due colpi discreti a una porticina sormontata
da un frontone di ghiaccio che brillava stranamente alla fioca luce di quella lampada.
Senza attendere risposta, l'aprì con circospezione entrandovi con mezzo corpo.
Ne uscì un'ondata di fumo, poi una voce roca:
- Che cosa c'è?
- Signor colonnello, è rientrato dalla licenza il tenente Sartorelli e vorrebbe salutarvi.
- Ho detto che non ricevo nessuno! - Poi, come riprendendosi e usando un tono
meno aspro, aggiunse: - Dategli il benvenuto e che raggiunga il suo posto.
La porticina si richiuse senza rumore, mentre io facevo con la mano un gesto
interrogativo.
- Ha la luna di traverso! - rispose l'aiutante con fare misterioso. Mi allontanai
frettoloso in punta di piedi.
Al "Belluno" era da un pezzo che si parlava di quel suo stato d'animo negativo.
Specialmente dopo il ritorno da una breve licenza, l'umore del colonnello era
diventato più nero del soffitto della nostra cucina. Alla mensa, quelle volte che
ci veniva, in ufficio, in visita alle trincee, era sempre corrucciato; né bastavano
a fugargli dall'animo tutta quella nuvolaglia le bottiglie di Lambrusco che in
abbondanza si faceva venire di laggiù. Non si riusciva a capire il perché di tale
metamorfosi e le ragioni addotte dal buon Terranini, che cioè in quei giorni aveva
visto "troppe cose che non andavano" e perciò n'era tornato stomacato e deluso,
non erano ritenute sufficienti a giustificarla, specie da noi subalterni che,
pur di tornare un giorno ogni tanto a salutare la vita, ci saremmo adattati senza
perder le staffe a vederne anche di peggio.
E sì che, fino a qualche mese prima, in mensa era sempre lui a dare il segnale
dell'allegria e quando attaccava "... Con Garibaldi, con Garibaldi...voglio
partir...", guai a chi non gli teneva dietro in quel crescendo precipitoso di tono,
in quella gara fantastica di velocità.
Con quella faccia da burbero benefico, severo di fronte al dovere, di manica larga
fuori servizio, sempre pronto a scattare e a indignarsi, ma più proclive al perdono
che alla punizione, avvezzo a riconoscere i meriti altrui e poco i propri,
parsimonioso della vita dei suoi soldati al punto da star male un'intera giornata
quando aveva notizia di qualche perdita dolorosa, era l'ideale del comandante di
battaglione alpino. Idolatrato da tutti, specie dai vecchi della 79ª che lo
avevano avuto come capitano durante le belle e proficue imprese all'inizio della
guerra nel settore della Marmolada (Ombretta, Ombrettola, Passo delle Girelle,
Fedaja, Monte Padon...), imprese militari di prim'ordine che resteranno perpetuo
esempio di sagace perìzia alpina dimostrando inoltre come in montagna si possano
espugnare importanti capisaldi anche con perdite assai lievi, il suo ritorno al
battaglione era stato salutato con gioia entusiastica; ed egli - non dimenticherò
mai la sua faccia quando da maggiore ci venne incontro a Vervej dopo le batoste
di Val Travenanzes - s'era messo a curare paternamente i reparti dalle aspre ferite
sofferte, a colmarne con buoni elementi i vuoti dolorosi, a ridar loro l'efficienza
e la fiducia in se stessi e nei propri ufficiali. Tanto è vero che, prima della
forzata immobilità dell'inverno, era riuscito a far compiere diverse piccole azioni
di dettaglio, quasi senza perdite, a consolidamento delle posizioni raggiunte.
Ricordate quella sera della presa del "Sasso Mondin", con quanto senso di stima
e di cavalleria fece porgere un bicchiere di vino all'unico prigioniero catturato,
perché gli avevan detto che s'era battuto da valoroso?
Venne poi l'inverno interminabile e con esso la sepoltura sotto tre metri di neve:
una vita da talpe in cunicoli di ghiaccio e anche per lui cominciò la nevrastenia.
A chi, del resto, non sarebbe venuta in quei posti? Anche noi giovani qualche volta
ne eravamo ammalati, ma allora ci si presentava sulla porta della cucina e la faccia
affumicata di Barattin faceva ritornare il buonumore. Nondimeno, alla mensa ci
veniva, eccetto qualche giornata delle più nere in cui si chiudeva nel suo stambugio
e consumava i pasti là dentro; allora solo l'aiutante maggiore poteva avvicinarlo
e noi ci sfogavamo cantando.
Costante preoccupazione del colonnello erano i piccoli reparti dislocati in posizioni
e in circostanze aleatorie, sotto la minaccia continua di essere tagliati fuori
dalle valanghe. Quel benedetto Polin, solo con la sua squadra e con la sua arma,
sull'aerea Cengia della Tofana, bloccato per settantadue giorni lassù, isolato
da tutti e collegato solo tramite telefono, quante volte l'aveva in mente e quante
volte una telefonata mancata o una ricevuta avevano fatto il nuvolo o il sereno
nell'animo suo!
Ma con la primavera l'incomprensibile comportamento aveva assunto un'apparenza di
cronicità: erano già quindici giorni che aveva disertata la mensa e la cosa cominciava
a impensierire.
Un bel giorno, anzi un brutto giorno, una notizia scoppiò come una bomba sul Col
dei Bòs: in giornata, il colonnello doveva partire per assumere il comando di un
reggimento di fanteria. Ecco la ragione dell'umor nero: dopo la promozione, il
colpo se l'aspettava, ma si illudeva di tirare avanti e non voleva prospettare a
nessuno questa possibilità, nemmeno al buon Terranini.
A mezzogiorno comparve in mensa: prima, era stato a dare il saluto d'addio alle
sue trincee, a rivedere i suoi alpini che non avrebbe rivisto mai più. Il suo
umore, con nostra sorpresa, era cambiato: sembrava calmo, sereno e, se non contento
della nuova destinazione, almeno rassegnato. Si sarebbe detto che quella passeggiata
all'aperto per creste nevose, quel contatto con l'azzurro dopo tanti giorni di
tombale clausura, quelle strette di mano ai suoi vecchi graduati, ne avessero
tonificato i nervi e rischiarato l'animo, come un temporale improvviso rasserena
il cielo dopo vari giorni di pioggia.
Noi non sapevamo che contegno tenere: fu lui a rompere il ghiaccio, dicendo che
se l'aspettava da tanto tempo, ch'era stata per lui come una lunga agonia e che
era quasi contento che il dramma fosse giunto all'epilogo; tanto, oggi o domani
avrebbe dovuto levarselo quel dente. Solo una cosa lo preoccupava: come avrebbe
dovuto parlare a quei fanti? Avrebbe dovuto dire, nell'assumerne il comando, le
solite frasi stereotipate: avrebbe dovuto dichiararsi lieto e fiero di essere il
loro capo, invece per dirla fra noi si sarebbe accontentato di ritornar caporale
degli alpini e rimanere con le penne nere. Così, avrebbe dovuto mentire davanti
ai fanti, lui che non aveva mentito davanti a nessuno.
- Eppure, - diceva - saran bravi ragazzi anche loro, anzi, ne sono sicuro; ma
cosa volete? Basta, beviamoci sopra e cantiamo ancora una volta assieme.
Si alzarono i bicchieri e il canto "Sul cappello, sul cappello che noi portiamo...",
sgorgò dai petti dei commensali con la violenza di un fiume che rompesse gli
argini. Poi venne l'ora dei brìndisi. Si alzò il capitano Linussa, oratore ufficiale
in simili circostanze, e cominciò così:
- Si dice che partire sia un poco morire, ma quando le partenze avvengono in
questa maniera...
E l'orazione si spense fra applausi e nuove levate di bicchieri, l'atmosfera
cominciava a saturarsi.
Calmo e sorridente, il colonnello fece chiamare il sergente Pedol, suo vecchio
capofanfara, e gli disse di radunare tutti gli strumenti disponibili sullo spiazzo
sopra la baracca del comando.
- Voglio sentire ancora una volta tutte le nostre marce, le vecchie marce delle
nostre escursioni del tempo di pace e quelle di guerra, che hanno accompagnato le
nostre azioni del Passo Ombrettola. E sia dato da bere a tutti, mi raccomando,
Terranini.
Uscimmo all'aperto. Gli alpini schierati su due ali davan fiato alle trombe e gli
strumenti sembravano animarsi di passione. Tutt'intorno candore di nevi, pinnacoli
eccelsi, cornici di cristallo adorne di pizzi e di trine. Volle sentire la marcia
"Torino" e l'"Inno degli sciatori" e la marcia "Venezia" e poi la polka "Perussola",
la sua preferita, cavallo di battaglia della 79ª al Masaré di Alleghe.
E poi ancora il "Canto della vittoria" e la marcia "Col dei Bois in festa",
composizione del bravo sergente Pedol, e altre ancora. Quindi, si rivolse agli
ufficiali, diede la mano a tutti, ebbe per tutti una parola di elogio e di incitamento
e salutando con la mano si avviò verso l'imbocco della galleria di neve che doveva
condurlo alla forcella, seguito dall'attendente che nel frattempo aveva preparato
acceso il fanale.
Immobili sull'attenti, i veterani del Fedaia, del Lagazuoi e del Castelletto seguivano
con gli occhi umidi il comandante che se ne andava per sempre. Ma egli non parve
ancora soddisfatto. Si fermò sul limitare dell'antro buio, poi si volse verso la
truppa e accennando al capofanfara:
- Suona un'altra volta quella dell'Ombretta, - disse - che mi par vedere ancora
le nostre penne ondeggiar sotto il vento, all'attacco del canalone.
Uno scatto, un segno e le note gravi e marziali fecero tremare la neve delle cornici.
Per pochi istanti. La cornetta troncò la nota più alta con una stonatura mostruosa:
le trombe ebbero smorzato lo squillo come se la loro voce fosse stata soffocata
nella strozza e l'esecuzione affogò miseramente in una sinfonia di singulti.
- Addio, addio - fece il colonnello e accompagnando il saluto col gesto affettuoso
della mano, disparve dietro l'attendente nel camminamento di ghiaccio. Uno shrapnels
nemico scoppiò altissimo sopra la scena e appuntò un batuffolo di lana nell'azzurro del cielo.
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