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Sorge il Lagazuoi nella luce azzurra della nuova neve che lassù sulle vette turbina
in tormenta arruffata.
Decimo inverno di pace, dopo che ne discesero (non battuti, non scacciati) i pazzi
della montagna che ci avevan fatto sopra la guerra. Ma anche questi crodoni dolomitici
sono dei reduci, pur modesti, pur senza vantarsene e senz'altri brontolii che quelli
delle valanghe per i canaloni catarrosi. Con diritto al distintivo delle ferite.
Il Piccolo Lagazuoi fu ferito tre volte e ne ha ben visibili i segni; crollò tutto
un suo superbo pinnacolo, quando gli Austriaci fecero scoppiare la loro seconda mina,
il 23 maggio 1917 e la nuova epidermide della roccia è chiara e fresca accanto alle
vecchie rughe su cui vivevano aggrappati i plotoni del "Val Chisone".
Un bel giorno arrivò un ordine: tutti gli ufficiali scapoli del battaglione dovevano
a turno, un'ora ogni giorno, andare a cacciarsi in fondo ad una certa grotta per
sentire se e come lavorava la perforatrice austrìaca che preparava la camera di
scoppio. Brutto mestiere, cribbio. Meglio andare all'attacco per crode e baranci
(che sono le alghe della montagna, i pini mughi; entrarci con la compagnia c'è da
lavorare un ora a districarsene ed alla compagnia tocca quella vergogna d'essere
chiamata "la barancia"); ma meglio tutto che la prospettiva di far la morte del
sorcio, con l'orecchio sul geofono, ad origliare quel crrrrr rapido e sordo; perché
si sapeva bene che gli Austriaci, anche finito il lavoro, avrebbero sempre fatto
andare una perforatrice per ingannarci. Terminata quell'ora di passione, la cengia
vertiginosa su cui si usciva, pur così aperta al vento ed ai cecchini, pareva un
paradiso. Per fortuna dal Nuvolao i nostri, che vedevano il rovescio delle posizioni
nemiche, avvertirono un giorno che non si vedeva più sgomberare materiale e che i
lavori dovevano essere finiti. Il servizio di spionaggio cessò e non si visse più
che nell'attesa dello scoppio.
Ora immaginate lo sbigottimento delle linee nemiche vicine e lontane quando, la
notte dello scoppio, appena quietato il rombo accecante e spenti gli echi di valle
in valle, udiron sonare un'allegra fanfara alpina su per la Cengia Martini.
Una beffa di guerra, come ne facevan tante i pazzi della montagna in questa lotta
di corde e di abissi; come la volta che il capitano Rossi del 96°, battaglione
"Antelao", fece squillar la fanfara per incoraggiare i suoi a morir rassegnati
sul Masarè di Fontananegra. Qui al Piccolo Lagazuoi le cose erano andate così:
che ritirato il presidio del Dente, eran rimasti sotto alla rovina i pochi che
guardavano l'estrema punta della Cengia; ma la compagnia indietro era balzata al
contrattacco che ancor durava la coreografia delle rocce e dei Massi e delle
scintille giù per la conca di Falzàrego e baionettava gli Austriaci e gli cantava
addosso a beffa ed a sfida, con le trombe ed i bombardini,
la canzone degli alpini piemontesi: "Fieui partume, sentì le fanfare ..."
Ora si va con pacifiche scivolate di sci per la conca e pare grande meraglia ancor
oggi non aver bisogno di coprirsi, di cercar gli angoli morti; poter guardare a
viso aperto il Sasso di Stria, stregaccia davvero, che ficcava il suo occhio malvagio
negli angoli più remoti. Al nostro compagno, ritto in piedi sulla forcella, quel
poter vedere così liberamente, senza schermo, senza paura di prendere una pallottola
nella testa, la cerchia delle montagne dalla Marmolada al Col di Lana, da quasi
il capogiro, lui che non ne soffrì sul Dente e quando rimase ferito, primo gennaio
del '16, con qualche viscere che gli scappava fuori dallo sdrucio, lo dovettero
chiudere in un sacco e calarlo giù così con le corde sul nevaio sottostante.
Primo gennaio, Capodanno di battaglia. Chiare battaglie invernali sulle cime
imbrillantate, o fosche azioni di sorpresa nella tormenta, protettrice e nemica
insieme. Lotta di pochi contro pochi, muso a muso, ben chiari in vista all'avversario,
ben sapendo come era fatto il much che ci prendeva di mira; per posizioni che a
conquistarle, a 3.000 metri, bastavano un caporale e tre uomini, o ci volevano
trenta tonnellate d'esplosivo ed un anno di perforamento; su pinnacoli così aguzzi
che bisognava legarsi per dormire se no si finiva in fondovalle e quando si riuscì
ad issare un cannone sulla Tofana di Rozes, appena sparato il primo colpo, mentre
serventi ed alpini guardavan gongolanti in fondo alla valle della Boite che rovina
aveva fatto, il cannoncino di bronzo, quatto quatto, incominciò a rinculare a salti
e finì col ruzzolare mille metri più sotto, dove rimase fino alla fine della guerra.
Ci s'urtava, quassù, a difficoltà ciascuna delle quali sarebbe parsa bastante da
sola ad impedire ogni azione: l'altezza e l'asprezza delle cime, il gelo, i sassi
crollanti, le valanghe, il vantaggio delle posizioni nemiche, le difficoltà dei
rifornimenti e pure gli uomini per mirabile allenamento all'ambiente superavano
tutti questi ostacoli riuniti. Giustamente Rudyard Kipling, in visita sulla nostra
fronte, s'entusiasmò per questa guerra in cui il singolo acquistava così aspro
rilievo, in cui il combattimento non era che la sublimazione d'una serie di lotte
superate l'una dopo l'altra: alla contrapposizione dell'uomo all'uomo s'arrivava
soltanto dopo aver vinto il clima, l'altezza, i sensi riottosi, i muscoli disabituati,
il cuore riluttante. Ci furon battaglie cominciate solo dopo ore di arrampicata
per roccia a picco, a furia di corde e piccozze e chiodi nella muraglia, digiunando,
rabbrividendo, recando sulle spalle bombe e viveri e mitragliatrici e quando s'era
sotto l'orlo della cima, invece del premio giocondo dell'alpinista che ha vinto
una vetta, si trovava la mischia mortale. Ed altre battaglie ci furono, a cui si
giunse dopo mesi di scavi, di mine, di scoppi nel corpo della montagna, dopo pazienti
studi minuziosi, dopo scandagli lungo gli abissi, legati ad una corda penzolante
sul vuoto.
Questo genere di lotta vi spiega due cose: la personificazione che i soldati facevano
degli elementi naturali contro cui si cozzava prima che contro ti nemico: il Sasso
Triangolare, il Sasso Quadrato, le Tre Dita, Cengia Martini, il Sasso Misterioso,
maligni nani di roccia di cui si temeva come di esseri soprannaturali e che si
dovevano combattere a ferro ed a fuoco. Ed in secondo luogo, l'umile grado degli
"eroi", appartenenti tutti alle gerarchle inferiori: caporale Schiocchet, capitano
Rossi, tenenti Tissi e Malvezzi, capitano Berrino e così via. Nomi senza galloni
e senza rabbia animano le storie che già ora suonano come leggende. Come fu preso
il Sasso Misterioso? Gli uomini ci s'erano urtati di notte, arrestandosi contro
le difese nemiche e più ancora contro il fascino di quel sasso che li ossessionava
da mesi, di cui s'ignorava il potere e l'essenza. Lo scoramento li aveva presi;
quell'accidia sconsolata che sorprendeva a mezzo dell'azione e tutto, morte,
mulilazione, assideramento, pareva preferibile piuttosto che perseverare nell'attacco.
Ore grigie: esse sono ignote solo ai fanfaroni delle retrovie. Ma allora corse
una voce urgente e sommessa per le squadre smagate: il capitano, il capitano Rossi
è qui. Bastò, a quegli umili, sapere che il capitano giungeva e sarebbe stato
testimone di quella fatale incertezza, il capitano invulnerabile ed impassibile,
che esorcizzava con una bestemmia i diavoli della montagna, che vinceva col silenzio
le più ardue difese; bastò per scuoter di dosso l'ignavia e balzarono senza grido
innanzi e chi vide più il Sasso Misterioso? Superato, sommerso dall'ondata che se
lo lasciava ormai a tergo, ridicolo e sconsacrato ostacolo. Eppure, sparuta ed
inutile appariva talvolta questa tenacia umana che decapitava le cime; quando la
natura si vendicava ed al fuoco opponeva il gelo, agli scoppi i rombi delle valanghe.
Crollavan esse dalle creste, dalle forcelle, con ventante ululo, in feroce nuvola
precipitosa; ogni schermo era vano, le previsioni inutili; batterie da montagna
con muli e cannoni, baracche, plotoni intieri eran colpiti, soffocati, seppelliti
senza più traccia, senza grido, senz'altro urlo che quello della gigantesca massa
bianca. I rari scampati, quelli che furono tratti fuori con la schiena spezzata
o gli arti frantumati, non possono, ancor oggi, dormire sotto grevi coltri senza
ridestarsi raccapricciando con l'incubo della soffocazione.
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