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Il sistema difensivo abbozzato fin dal primo giorno d'occupazione fu poi gradualamente
perfezionato e proseguito con ininterrotta attività notturna e approfittando delle
giornate nebbiose.
La difesa principale era data dal "Trincerone" scavato nel punto più largo ed
elevato della cengia, con orientamento da sud-est a nord-ovest e con possibilità
di battere numerosi obiettivi, dal Trincerone Vonbank in Valparola al Sasso di
Stria e al Settsass. All'inizio vi potevano prender posto solo un paio di plotoni,
ma in seguito fu ampliato e completato con altri appostamenti anche in caverna,
che si erano resi necessari nel caso si dovessero spostare momentaneamente le armi
di reparto per fronteggiare imprevedibili circostanze.
Il "Trincerone" era presidiato da una ventina di fucilieri agli ordini di un
ufficiale con due sezioni di mitragliatrici e tre cannoni. Venne anche allestita
una finta batteria, simulando tre pezzi rappresentati da altrettanti tronchi d'abete
ingegnosamente truccati e convenientemente disposti: essi servirono per trarre in
inganno gli artiglieri austriaci che, per alcuni giorni, continuarono a batterli
con accanimento degno di miglior causa.
Un centinaio di metri più a ovest venne costruita una "Trincea avanzata", che si
sporgeva sulla Valparola come una specie di terrazzo panoramico.
Non disponendo in quei primi giorni, né di esplosivo né di attrezzi da scavo per
approntare ricoveri ove ripararsi dal tiro delle artiglierie nemiche, le quali
distruggevano metodicamente durante il giorno il lavoro febbrilmente eseguito
durante la notte, si trasse partito dai roccioni disseminati lungo la posizione.
Uno spuntone roccioso ergentesi sull'orlo della cengia verso ovest, denominato
poi "Dente Filipponi", divenne un ottimo baluardo difensivo, mentre un'altra roccia
scavata in tutta la sua enorme estensione, e detta perciò "Sasso bucato", servì
come osservatorio d'artiglieria e ridottino difensivo.
Davanti a questi trinceramenti venne stesa una fitta linea di reticolati, con
apertura per il passaggio delle pattuglie, per sbarrare materialmente il passo
agli austriaci occupanti la sovrastante "Trincea occidentale".
Sino alla sera del 19 ottobre, si era impiantato a una quarantina di metri dalla
"Trincea avanzata" e ad altrettanti da quella nemica, un piccolo posto permanente.
Questo però, oltre a essere preso d'infilata dall'artiglieria del Sasso di Stria,
correva anche il pericolo di essere tagliato fuori da qualche reparto nemico proveniente
dal canalone intermedio, difficoltoso ma non del tutto intransitabile. Da lì,
gli austriaci avrebbero potuto scendere indisturbati. Quantunque questo posto di
guardia fosse indiscutibilmente utile, si giudicò più prudente ritirarlo.
L'occupazione, per molti versi insolita, di un erto e massiccio spuntone (Punta
Berrino) e un irregolare ripiano (Cengia Martini) lungo i fianchi scoscesi del
Piccolo Lagazuoi diedero luogo a una complessa manovra tattica tendente più che
altro a infastidire il nemico nelle sue tranquille retrovie.
Pressoché circondata da ogni parte, la Cengia Martini non poteva, per la sua strana
e bizzarra ubicazione, ricevere appoggio dalle altre posizioni italiane, mentre
formidabili appostamenti austriaci la dominavano da tre lati. I rifornimenti si
dovevano effettuare a spalla, solo di notte e nelle giornate nebbiose. I feriti
gravi e i morti bisognava calarli durante l'oscurità nel sottostante abisso, avvolti
in teli e coperte o entro sacchi assicurati a funi.
Tuttavia, la sua occupazione rappresentava di per se stessa un non trascurabile
successo tattico, mentre eventuali spunti di carattere offensivo le conferivano,
se convenientemente sfruttati, un'eccezionale importanza logistico-militare. La
cengia in particolare, affacciandosi sull'alto scoscendimento occidentale, dominava
a sua volta il Passo di Valparola, punto di transito obbligato per numerosi reparti
nemici; prendeva inoltre di fianco e alle spalle le difese avversarie del Sasso di
Stria, del Monte Castello e del Settsass, il che consentiva di arrecare un sicuro
e continuo appoggio ai reparti della 18ª divisione impegnati sul Col di Lana
e sul Sief. Essa costituiva, inoltre, un saldo punto d'appoggio sul fianco del
settore di Val Costeana, consentendo un più efficace sbarramento del fondovalle.
Oltre ai due plotoni della 228ª cmp., si erano sistemati sulla cengia la
106ª cmp. del "Belluno", alcune sezioni mitragliatrici, due cannoni da 37 mm
del 59° rgt. fanteria e un pezzo della 3ª batteria da montagna. Vi erano
inoltre saliti due ufficiali osservatori, per approfittare della possibilità che
il "Sasso bucato" offriva di controllare gli appostamenti austriaci d'artiglieria,
invisibili da altri punti.
Per garantire le spalle, fu collocato anche un posto di guardia costituito da quattro
alpini sulla parte orientale della cengia: tuttavia, dopo una ventina di giorni,
essendo riusciti a battere efficacemente i vari appostamenti situati alla testata
del Rio Andraz e a sbarrare convenientemente con reticolati lo sbocco di questo
canalone sulla cengia, si venne alla determinazione di ritirarlo come superfluo.
L'assetto difensivo della cengia, venne poi completato con la sistemazione di quel
curioso ridottino denominato "Port Arthur" e altri appostamenti come quello situato
sulla cengetta a sud della roccia a forma di "Naso del leone", che accolse la sezione
mitragliatrici denominata "Sarda" per l'origine isolana dei suoi uomini.
Col passar del tempo, avendo a disposizione più efficienti macchinari, si
scavarono delle ottime caverne per potersi riparare in caso di pericolo e si costruirono
in zone defilate solidi baraccamenti ove trovarono posto la mensa, l'infermeria,
il centralino telefonico, i servizi di fureria e i dormitori.
Finirono col risiedere stabilmente su quella angusta sporgenza di roccia circa
duecento persone che si alternavano nei diversi servizi, nei turni di linea, nei
presidi al trincerane, ai piccoli posti e nell'attività di pattuglia.
Completava il sistema una ben curata viabilità, il cui mantenimento diveniva
estremamente problematico durante l'inverno. Molto spesso si dovevano scavare delle
vere e proprie gallerie nella massa di neve caduta o accumulata in paurose valanghe.
Dal fondo di Val Costeana, oltre al primo itinerario di accesso lungo il canalone
del Rio Andraz, la via seguita dalla 228ª cmp. nell'occupare la posizione,
si stabilì un secondo accesso nella speranza che potesse presentare minori difficoltà;
ma se il primo era formato da uno stretto sentiero che si sviluppava sull'orlo del
precipizio, il cui transito risultava molto pericoloso durante l'inverno quando
le rocce erano in permanenza gelate e vi cadevano frequenti valanghe, il secondo
attraversava un terreno detritico molto inclinato ed era anch'esso soggetto a continue
slavine e caduta di ordigni esplosivi. Il passaggio dei soldati causava inoltre
un continuo franamento di pietre e detriti.
Particolarmente difficile e pericoloso risultava il transito nel punto più stretto
situato a metà percorso, in quanto lì vi affluiva tutto il materiale che crollava
dall'alto prima di precipitare lungo il sottostante salto di roccia. Per facilitare
il passaggio in questo punto alto all'incirca quattro metri, si fissò dapprima una
corda manilla, che ben presto si consumò e venne poi sostituita da una malagevole
scala di legno.
Nonostante gli accennati inconvenienti, venne prescelto il sentiero lungo il canalone
di Rio Andraz per tutte le comunicazioni in quanto, pur essendo più faticoso e scomodo,
presentava minori pericoli dell'altro. Assai più tardi venne scavata una galleria
nella roccia proveniente dal canalone di Punta Berrino.
Per quanto riguarda i collegamenti, i segnali notturni con razzi di pistola Very
riuscirono talvolta utili, mentre le stazioni eliografiche non poterono mai funzionare
regolarmente. Così l'uso del telefono, i cui fili poggiando sugli scoscendimenti
del terreno erano nella parte alta distesi lungo gli spaventosi salti di roccia,
costituiva durante il giorno l'unico mezzo di comunicazione col Comando di settore e
il solo legame con le posizioni vicine. Malauguratamente, diversi tratti della sua
linea venivano distrutti con frequenza dall'esplosione di granate, o travolti da
slavine di sassi, o valanghe di neve; così, durante il lungo periodo invernale,
il riattamento dei collegamenti telefonici presentava difficoltà non facilmente
superabili, in quanto la maggior parte del filo si trovava sepolto sotto molti metri
di neve. Oltre a tutto, il persistente e violento infuriare degli elementi atmosferici
sconsigliava - senza estrema necessità - qualunque movimento di pattuglie fuori
dagli itinerari abitualmente percorribili e condannava inesorabilmente il girovagare
di uomini isolati, tanto che si verificava spesso il totale isolamento della cengia,
tagliata fuori da ogni contatto con le altre truppe del sottosettore per la durata
di parecchi giorni.
A protezione poi dalle offese nemiche fu necessario contendere certe grotte naturali
all'invadenza di puzzolenti pipistrelli e talpe, che vi risiedevano indisturbati
da millenni. I fastidiosi inquilini furono fatti sloggiare e si dovette rimuovere
dal fondo melmoso detriti di guano stalattitico, riparando alla meglio gli ingressi
delle grotte contro il freddo e il vento.
Durante la stagione invernale, a causa dello sgocciolamento perenne dell'acqua,
si creavano presso gli ingressi delle enormi colonne di ghiaccio che, distrutte col
piccone, si riformavano in breve tempo. Anche le pareti interne s'incrostavano e
si arabescavano di un denso spessore cristallino, che assumendo le forme più bizzarre
interrompeva la monotonia del tetro ambiente dandogli un aspetto di relativa gaiezza.
Naturalmente il fantasmagorico spettacolo, che per diversi mesi allietava la vista,
finiva poi con l'essere molesto e insopportabile con il disgelo al sopraggiungere
della primavera.
Tali caverne, malgrado questi inconvenienti ai quali si potè rimediare opportunamente,
presentavano il vantaggio di essere gli unici punti completamente defilati e coperti
della cengia. Di conseguenza furono subito utilizzate e risultarono veramente
provvidenziali.
In alcune di esse furono allestiti i magazzini viveri e riserve munizioni, altre
servirono come infcrmerie e posti di medicazione con annesso alloggio per gli ufficiali
medici, una venne trasformata in chiesetta per celebrare le pratiche religiose e
come abitazione per il cappellano, inoltre si trovò anche il modo d'impiantare una
sala mensa e ritrovo per gli ufficiali, cui si aggiunsero stanzette-dormitorio.
Persino il comandante di battaglione si decise - dopo che il 23 novembre 1915 la
sua tenda sistemata presso il "Trincerone" era stata ridotta in cento brandelli
da un'esplosione - a occuparne una (e non la migliore) come ufficio e alloggio.
Mentre la comunanza del pericolo rafforza indissolubilmente i vincoli del cameratismo
fra commilitoni, la vita in montagna ha, tra gli altri suoi numerosi pregi, quello
di affratellare gli animi, sicché lassù non vi erano preclusioni riguardanti le
violazioni di domicilio. Accadeva assai di frequente che tali grotte (nessuna esclusa)
venissero liberamente invase e affollate in maniera inverosimile da tutti quelli
che rimanevano sorpresi all'esterno dalla violenza dei bombardamenti, o in pericolo
di essere travolti dalle valanghe.
Lo spirito di osservazione era talmente radicato in tutti, da non lasciarsi sfuggire
neppure i più minuti particolari delle vicine posizioni avversarie. Di queste e
degli appostamenti circostanti, gli alpini erano ben presto riusciti a conoscere
con approssimazione la forza abituale, le armi installate e in modo speciale il
calcolo delle distanze: tutti dati che risultarono molto utili per la regolazione
del tiro.
[...]
Ma, nonostante i limitati mezzi disponibili, gli occupanti avevano
già rimediato nella maniera più razionale alle accentuate manchevolezze della posizione,
sfruttando soprattutto risorse e circostanze favorevoli. Malgrado le sensibili
perdite, furono in condizioni di resistere con efficacia e con la massima energia
alle incursioni nemiche.
Faticosi turni di guardia la notte e il giorno: fissi gli occhi, fino a dolere,
là dove un ingannevole addensarsi di ombre poteva celare un agguato e tese le
orecchie a discernere nei tonfi della neve, nel soffio della tormenta, il rumore
che svelasse movimenti nemici. Di frequente, specie nelle notti nebbiose, uscivano
pattuglie di alpini in camice bianco, in perlustrazione verso il trincerone di
Valparola per sorvegliare le mosse del nemico.
Non poteva certo apparire una posizione comoda da occupare, né facile da tenere,
ma fu occupata e tenuta e rimase ufficialmente nella storia della guerra come
"Cengia Martini", dal nome del comandante del "Val Chisone" che ne operò la conquista.
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