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Il battaglione "Antelao", verso la metà del mese di settembre 1916, venne trasferito
nel Vallone dei Bòs per completare la costruzione di una carrareccia di collegamento
fra la Strada delle Dolomiti e Forcella Bòs. Presa quota sul versante sinistro
del vallone, la strada andava a cozzare sullo sperone d'angolo di quella parete,
lo attraversava con una cinquantina di metri di galleria, s'incuneava sempre più
nel vallone stesso e costeggiando ancora l'impervio fianco di Cima Bòs guadagnava
nuovamente quota con qualche tornante e conduceva rapidamente alla forcella.
Il luogo prescelto per l'accampamento si estendeva lungo il declivio incombente
sul lato sinistro della strada, proprio in corrispondenza dell'imbocco della galleria;
una posizione un pò scoscesa, ma ben soleggiata e protetta dai venti del nord dallo
strapiombo meridionale della montagna. A metà accampamento, a breve distanza dalla
parete rocciosa e in senso longitudinale al declivio, avevamo fabbricato e inaugurato,
il 27 settembre, una baracca per la mensa e la cucina di battaglione, mentre un
luogo privilegiato sul piano di una roccia sovrastante la gallerìa era stato riservato
al posto di medicazione-infermeria. Il lavoro procedeva bene soprattutto perché,
almeno agli alpini minatori e zappatori, era ancor più familiare dell'affardellamento
dello zaino. Si trattava di scavare, a monte, il tracciato nella roccia, ammucchiarne
e selezionarne i detrìti adatti ai muretti a secco, da quelli destinati alla
massicciata e al battuto di pietrisco. La strada si delineava ogni giorno più
alpestre, funzionale e pittoresca, nei colori variegati della dolomia recentemente
spaccata. Le mattinate erano fresche, progressivamente rugiadose fino alle prime
nebbie autunnali e infine, a quota 2.200, alle prime brinate, al nevischio, alla neve.
Dopo la luna piena del 10 ottobre, le mie lettere dal fronte registrano frequenti
bufere di vento e di neve. Con il passare delle settimane, la neve cresceva
imperturbabile e silenziosa sotto la cappa opprimente, finché un giorno, come suole
accadere, avemmo l'improvvisa sensazione di trovarci in balìa dell'una e dell'altra.
Non si riparava a spalare: gli stessi baranci e le sparute conifere che ci avevano
rassicurato stavano scomparendo sotto il peso insopportabile; una visita al mio
canalone me l'aveva rivelato inesplorabile, soverchiante, minaccioso.
Avevo dato l'allarme al capitano Dedini e credo che il comando di battaglione
l'avesse segnalato a quello superiore, con esito, si diceva, negativo. Sembra che
il colonnello Tarditi avesse risposto, e con ragione, che gli alpini sono fatti
per stare fra la neve. "Non sotto però", aveva ribattuto il nostro comandante.
Un diffuso senso di preoccupazione e anche di contrarietà serpeggiava la mattina
del 9 novembre, quando ci sentimmo soli, succubi dell'ignoto e costretti a dare
ordine di abbandonare le tende e rifugiarsi nella nuda e inospitale galleria.
Ma l'appetito, ancorato anch'esso all'inconscio, ci trovò tutti e trenta puntuali
alle 7 di sera intorno al tavolo della mensa. Ricordo il capitano Dedini quasi
dirimpetto a me, con le spalle rivolte a monte quando, spinto da non so quale molla
misteriosa del mio istinto montanaro, mi alzai sull'attenti per congedarmi e
raggiungere i soldati. "Poteva finire di cenare" sentii dire dal maggiore mentre
aprivo la porta. Era già buio, ma si distinguevano ancora gli scalini per la discesa.
Stavo domandandomi l'origine di uno strano, crescente alito di vento, quando mi
sentii mancare i piedi e gettare bruscamente all'indietro. Intravedevo contemporaneamente
sulla mia destra l'intero declivio dell'accampamento scorrere con me verso il basso
come una fiumana turbolenta, solcata o sorvolata da enormi palle di neve rimbalzanti
come fantasmi. L'istinto mi suggerì di mantenermi a galla a qualsiasi costo,
manovrando piedi e braccia in quella posizione supina, coi piedi rivolti in basso
e senza scostarmi dalla parete, il cui attrito poteva in qualche modo frenare il
rapido corso della discesa; in ogni caso permettermi poi forse di non oltrepassare
la strada, mia unica ancora di salvezza. Ma fu la galleria a trattenermi, perché
la valanga, finito l'argine della parete, dilagò sul lato sinistro ormai libero
invadendola furibonda, penetrandola e riempiendola ampiamente all'interno.
Avevo la neve stretta attorno sino alle spalle, ma ero in piedi e respiravo. Subito
però, mi balenò l'idea della baracca. Lottai con la massa che mi stringeva, mi
liberai e m'inoltrai nella galleria gridando a squarciagola.
Intravedevo nell'oscurità le due file dei corpi distesi, avvolti nei cappotti,
ma immobili e coperti da uno spesso strato bianco prodotto dal potente risucchio
d'aria che si era prodotto là dentro. Sembravano annichiliti. Cominciai a perdere
le staffe e a sferrare pedate, quando mi resi conto che non erano della 96ª:
non mi conoscevano, e, insonnoliti e gelati coni erano, dovevano avermi preso per
un pazzo. Due ombre si avvicinavano dal fondo: il mio attendente Cella e l'aiutante
di battaglia Pivirotto mi avevano sentito ed erano accorsi per primi. Si trattava
ora di aprirsi un varco e risalire. Usciti a fatica dalla strada, l'impresa fu
facile, perché sulla rampa dell'accampamento non c'era più neve.
Sentivo dall'alto la voce penetrante di Reverberi e poco dopo li trovammo sul posto
della baracca scomparsa, quasi tutti in piedi che si aiutavano fra loro. La
resistenza opposta dalle travi, fatali al povero Azzano, aveva impedito che fossero
travolti e trascinati con me. Sette erano feriti, ma solo il medico Cirillo
giaceva inerte e cianotico con la forchetta piantata profondamente nel mento.
Poco dopo, l'ospitale infermeria, miracolosamente intatta, illuminata e riscaldata,
accoglieva tutti, feriti e più o meno colpiti da shock, rifocillandoli e sottraendoli
alla visione sensazionale della notte orrenda e insidiosa. Perché
al di fuori, nel Vallone dei Bòs, la situazione permaneva infernale. Aveva ripreso
a nevicare; era calata e si era diffusa una nebbia spessa e accidiosa, che riduceva
la visibilità al minimo; dal fondovalle giungevano colpi di fucile e invocazioni
disperate; a metà costa verso la forcella, altre scariche d'arma da fuoco e dalla
forcella medesima, a intervalli, il suono sinistro di un corno che cercava
probabilmente di indicare la giusta direzione ai dispersi. Si trattava evidentemente
delle corvee di viveri, legna e paglia, attardate dalla bufera e bloccate dalle
valanghe in qualche punto della mulattiera. Ma su tutto dominava l'angoscia per
Cunico, sepolto e forse agonizzante sotto quell'enorme massa compatta che, annullata
in pochi secondi ogni opera dell'uomo, aveva ristabilito uniformemente il profilo
primitivo della montagna.
Avevo deciso di concentrare per il momento ogni sforzo sulla strada, sembrandomi
che oltre questa, giù per il vallone, le probabilità di sopravvivenza e di recupero
fossero minime. Ma ero l'unico ufficiale disponibile; non avevamo una torcia e
disponevamo di pochissimi badili scampati al mucchio degli attrezzi rimasti sepolti.
Ero riuscito a raggranellare due squadre di volonterosi che spalavano un po' alla
cieca, ma affannosamente l'una verso l'altra ai due estremi dell'esteso fronte della
valanga, procedendo prima sulla metà a valle, dove la neve era meno consistente e
di più agevole spalatura. Ma neppure una tavola della baracca era affiorata e il
dubbio di uno scavalcamento della strada non si era dileguato.
Verso la mezzanotte, tutta la metà della strada a valle era sgombra e attaccavamo
quella a monte. Sulle prime ore del mattino, un colpo di pala cozzò in una scarpa.
Era bocconi, un po' rannicchiato, ricoperto di uno strato di neve di poche decine
di centimetrì che sembrava impossibile non avesse potuto scuotersi da dosso: esanime
e freddo ormai. Dal volto pallido, quasi adolescente, non trasparivano segni di
sofferenza né di angoscia. In quella situazione, per quanto non presentasse ferite
apparenti, era facile supporre ch'egli fosse stato travolto già tramortito da un
colpo simile a quello che aveva ucciso Azzano. Appartenevano tra l'altro alla stessa
compagnia e doveva essergli di conseguenza vicino di tavolo.
Ma ci sono sconfitte che si dimenticano e altre che ci angustiano per tutta
la vita. Non posso dimenticare che, se avessi scavato subito un camminamento sotto
la scarpata a monte, l'avrei ritrovato, non so se vivo, ma certamente qualche ora prima.
Il giorno dopo (10 novembre 1916), il battaglione lasciava i luoghi funesti per
scendere a Pocol a riassestarsi. Niente fanfara: la lunga fila rassegnata e silenziosa
aveva poca voglia di cantare e manifestava il suo cordoglio con l'intimo raccoglimento
di chi, prima ancora degli onori ufficiali resi solennemente ai nostri due morti
l'11 successivo nel cimitero di guerra, riviveva la tragica avventura nella mente
e nel cuore per conservarla scolpita per sempre nei recessi dell'anima.
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