Valanghe sul Lagazuoi
di Luciano Viazzi

Alle grandi altitudini è più facile superare gli ostacoli frapposti dagli uomini, che quelli creati dalla natura. Tra questi ultimi sono da annoverarsi, oltre l'aspro e impervio terreno, gli avversi elementi atmosferici dai quali non può né deve assolutamente prescindere chi è destinato a operare in alta montagna. Nel rigido inverno, la neve che cade senza sosta raggiunge altezze enormi, facendo scomparire ogni traccia della viabilità e rendendo estremamente difficoltosi il movimento e i rifornimenti. Nei punti dove essa viene accumulata dal vento e dalla tormenta, o trasportata dalle valanghe, si eleva in maniera fantastica. Frattanto, lo snervante e opprimente ristabilimento delle comunicazioni si traduce in un vero e proprio lavoro di Sisifo perché un nuovo scatenarsi degli elementi distrugge in un attimo l'opera febbrile e ininterrotta di parecchie ore e talvolta di intere giornate.

Mentre l'esperienza del primo inverno riuscì assai proficua, aumentarono in seguito i mezzi indispensabili. Si potè così, nel secondo anno, avere disponibili in tutte le posizioni avanzate quali riserva depositi relativamente abbondanti di proiettili, derrate e legna. Furono ultimate, nel complesso, parecchie centinaia di metri di spaziose gallerie in roccia e alcuni chilometri di quelle in neve, che si svolgevano in ogni senso e in ogni direzione. Tutto ciò risolveva, in maniera conveniente, l'assillante problema dei rifornimenti e, cosa non trascurabile, quello importantissimo delle comunicazioni. Non si riusciva nondimeno a eliminare completamente i gravi effetti delle numerosissime valanghe. Queste si staccavano dalle testate dei canaloni e dagli scoscesi fianchi delle montagne, emettendo il loro caratteristico e sinistro boato; continuavano quindi a ingrossarsi con altra neve e con tutto ciò che incontravano nel loro disastroso passaggio. La loro discesa era talmente repentina e vertiginosa, da precludere inesorabilmente, il più delle volte, ogni via di scampo agli uomini, ai quadrupedi e ai materiali.

Il nostro sottosettore era, per la notevole altitudine e per la sua speciale conformazione, quello maggiormente soggetto a simile flagello. A ciò si aggiungeva il fatto che l'avversario, padrone di tutte le altre cime, lo provocava spessissimo artificialmente con il lancio di granate. Per necessità di cose, i nostri movimenti non potevano avvenire che durante l'oscurità, ossia quando l'opera di salvataggio si rendeva molto più difficile e di risultato assai incerto. Era dunque indispensabile che, sin dal primo inverno, si prendessero le precauzioni più razionali.

I punti battuti con maggior frequenza dalle valanghe venivano segnalati da cartelli indicatori ben visibili e opportunamente disposti. Si cercò di evitare lo spostamento di reparti durante e dopo le forti nevicate e nei giorni di disgelo. Siccome le colonne di rifornimento dovevano in simili circostanze muoversi ogni notte e in tutte le giornate nebbiose, si ricorse a diversi espedienti per evitare perdite.
Dei diversi movimenti venivano preavvisate telefonicamente le varie stazioni interessate. Ciascuna colonna era preceduta e seguita da un ufficiale. Della disciplina rispondeva il più anziano, che aveva al seguito un trombettiere e possibilmente qualche sciatore. La stessa colonna si manteneva, sia all'andata che al ritorno, divisa in drappelli che marciavano a intervalli di 10 minuti e nel massimo silenzio. Ogni drappello era composto da un provetto graduato e da 10 alpini, ciascuno dei quali recava annodata alla cinghia dei pantaloni una resistente funicella rossa della lunghezza di 20 metri. Distese per intero e strisciando sulla neve lungo il cammino, le funicelle furono sempre utilissime nella ricerca degli scomparsi.

Sia a Base Canalone Falzarego, da dove muovevano le colonne delle corvée, che nelle singole posizioni, si trovava permanentemente costituita una squadra di soccorso che si teneva pronta sino a quando non erano rientrati tutti gli uomini. Ognuna si componeva d'una decina di soldati, generalmente portaferiti e specialisti in materia. Costoro, oltre alle necessarie racchette da neve, pale, funi, torce a vento e barelle, disponevano di lunghissime aste di frassino. Con queste, si poteva sondare a una rilevante profondità la neve con la possibilità di localizzare il corpo dei sepolti, agevolare loro il respiro e talvolta comunicare verbalmente con essi al momento del ritrovamento.
Per i casi imprevisti, rimanevano depositati presso il posto permanente di smistamento un paio di aste e una piccola riserva di racchette, badili e altri materiali.
Ciò avrebbe potuto risultare di evidente utilità pratica, perché lo stesso, oltre a essere situato in luogo sicuro, si trovava a circa 800 metri a ovest di Base Canalone Falzarego e a 300 metri a valle dello sbarramento di Canalone Travenenzes. Era cioè un punto centrale rispetto ai canaloni di accesso al "Gradino" occidentale di Cima Falzarego, a Punta Berrino-Oellacher e alla Cengia Martini.

Sin dal novembre 1915, si era disposto che l'intera viabilità del nostro sottosettore rimanesse in permanenza divisa tra i vari reparti che lo componevano e anche con la compagnia del III btg. del 45° fanteria, che presidiava la Trincea Bassa del Canalone Falzarego. La conseguenza fu che ciascuno provvedeva coi propri mezzi a mantenere continuamente sgombro il tratto che gli era assegnato. Ciò veniva eseguito anche durante le notti e le giornate burrascose invernali, da numerosi spalatori scaglionati lungo gli itinerari percorsi dalle corvée di rifornimento, perlomeno sino a quando queste non rientravano alle loro basi. In tal modo, queste squadre venivamo a costituire un solido punto d'appoggio per le operazioni di soccorso. Del resto, le stesse erano sollecitamente rinforzate dalle altre che accorrevano dai posti vicini insieme a numerosi volontari, quando la valanga doveva per la sua straordinaria mole essere intaccata da più parti e sondata in numerosi punti. Si riconobbe ben presto la necessità di vietare assolutamente, in simili circostanze, una soverchia affluenza di personale, per diminuire il numero di nuove perdite nel probabilissimo caso di un subitaneo staccarsi d'altre valanghe. L'opera di salvataggio doveva procedere febbrile, razionale e intensissima, anche per essere ultimata durante l'oscurità. Nonostante ciò, in diversi casi si dovette operare in piena luce, senza per questo essere disturbati dal nemico, in questi casi comprensivo.
Le avverse condizioni atmosferiche, e in particolare l'accumularsi del manto nevoso lungo i pendii della montagna, creavano analoghe difficoltà anche agli austriaci, sebbene questi si trovassero in condizioni di gran lunga migliori delle nostre.

La sollecita applicazione di questi accorgimenti, dette dei risultati soddisfacenti; di conseguenza, nel nostro sottosettore (Lagazuoi) le vittime furono relativamente poche, in confronto al rilevante numero di valanghe cadute nella zona. Di tutte queste precauzioni escogitate si tenne nota in una succinta relazione, di cui una copia venne trasmessa al comandante di settore ai primi di marzo del 1917.