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Alle grandi altitudini è più facile superare gli ostacoli frapposti dagli uomini,
che quelli creati dalla natura. Tra questi ultimi sono da annoverarsi, oltre l'aspro
e impervio terreno, gli avversi elementi atmosferici dai quali non può né deve
assolutamente prescindere chi è destinato a operare in alta montagna. Nel rigido
inverno, la neve che cade senza sosta raggiunge altezze enormi, facendo scomparire
ogni traccia della viabilità e rendendo estremamente difficoltosi il movimento e i
rifornimenti. Nei punti dove essa viene accumulata dal vento e dalla tormenta, o
trasportata dalle valanghe, si eleva in maniera fantastica. Frattanto, lo snervante
e opprimente ristabilimento delle comunicazioni si traduce in un vero e proprio
lavoro di Sisifo perché un nuovo scatenarsi degli elementi distrugge in un attimo
l'opera febbrile e ininterrotta di parecchie ore e talvolta di intere giornate.
Mentre l'esperienza del primo inverno riuscì assai proficua, aumentarono in seguito
i mezzi indispensabili. Si potè così, nel secondo anno, avere disponibili in tutte
le posizioni avanzate quali riserva depositi relativamente abbondanti di proiettili,
derrate e legna. Furono ultimate, nel complesso, parecchie centinaia di metri di
spaziose gallerie in roccia e alcuni chilometri di quelle in neve, che si svolgevano
in ogni senso e in ogni direzione. Tutto ciò risolveva, in maniera conveniente,
l'assillante problema dei rifornimenti e, cosa non trascurabile, quello importantissimo
delle comunicazioni. Non si riusciva nondimeno a eliminare completamente i gravi
effetti delle numerosissime valanghe. Queste si staccavano dalle testate dei canaloni
e dagli scoscesi fianchi delle montagne, emettendo il loro caratteristico e sinistro
boato; continuavano quindi a ingrossarsi con altra neve e con tutto ciò che incontravano
nel loro disastroso passaggio. La loro discesa era talmente repentina e vertiginosa,
da precludere inesorabilmente, il più delle volte, ogni via di scampo agli uomini,
ai quadrupedi e ai materiali.
Il nostro sottosettore era, per la notevole altitudine e per la sua speciale conformazione,
quello maggiormente soggetto a simile flagello. A ciò si aggiungeva il fatto che
l'avversario, padrone di tutte le altre cime, lo provocava spessissimo artificialmente
con il lancio di granate. Per necessità di cose, i nostri movimenti non potevano
avvenire che durante l'oscurità, ossia quando l'opera di salvataggio si rendeva
molto più difficile e di risultato assai incerto. Era dunque indispensabile che,
sin dal primo inverno, si prendessero le precauzioni più razionali.
I punti battuti con maggior frequenza dalle valanghe venivano segnalati da cartelli
indicatori ben visibili e opportunamente disposti. Si cercò di evitare lo spostamento
di reparti durante e dopo le forti nevicate e nei giorni di disgelo. Siccome le
colonne di rifornimento dovevano in simili circostanze muoversi ogni notte e in
tutte le giornate nebbiose, si ricorse a diversi espedienti per evitare perdite.
Dei diversi movimenti venivano preavvisate telefonicamente le varie stazioni interessate.
Ciascuna colonna era preceduta e seguita da un ufficiale. Della disciplina rispondeva
il più anziano, che aveva al seguito un trombettiere e possibilmente qualche sciatore.
La stessa colonna si manteneva, sia all'andata che al ritorno, divisa in drappelli
che marciavano a intervalli di 10 minuti e nel massimo silenzio. Ogni drappello
era composto da un provetto graduato e da 10 alpini, ciascuno dei quali recava
annodata alla cinghia dei pantaloni una resistente funicella rossa della lunghezza
di 20 metri. Distese per intero e strisciando sulla neve lungo il cammino, le
funicelle furono sempre utilissime nella ricerca degli scomparsi.
Sia a Base Canalone Falzarego, da dove muovevano le colonne delle corvée, che nelle
singole posizioni, si trovava permanentemente costituita una squadra di soccorso
che si teneva pronta sino a quando non erano rientrati tutti gli uomini. Ognuna
si componeva d'una decina di soldati, generalmente portaferiti e specialisti in
materia. Costoro, oltre alle necessarie racchette da neve, pale, funi, torce a vento
e barelle, disponevano di lunghissime aste di frassino. Con queste, si poteva sondare
a una rilevante profondità la neve con la possibilità di localizzare il corpo dei
sepolti, agevolare loro il respiro e talvolta comunicare verbalmente con essi al
momento del ritrovamento.
Per i casi imprevisti, rimanevano depositati presso il posto permanente di smistamento
un paio di aste e una piccola riserva di racchette, badili e altri materiali.
Ciò avrebbe potuto risultare di evidente utilità pratica, perché lo stesso, oltre
a essere situato in luogo sicuro, si trovava a circa 800 metri a ovest di Base
Canalone Falzarego e a 300 metri a valle dello sbarramento di Canalone Travenenzes.
Era cioè un punto centrale rispetto ai canaloni di accesso al "Gradino" occidentale
di Cima Falzarego, a Punta Berrino-Oellacher e alla Cengia Martini.
Sin dal novembre 1915, si era disposto che l'intera viabilità del nostro sottosettore
rimanesse in permanenza divisa tra i vari reparti che lo componevano e anche con
la compagnia del III btg. del 45° fanteria, che presidiava la Trincea Bassa del
Canalone Falzarego. La conseguenza fu che ciascuno provvedeva coi propri mezzi a
mantenere continuamente sgombro il tratto che gli era assegnato. Ciò veniva eseguito
anche durante le notti e le giornate burrascose invernali, da numerosi spalatori
scaglionati lungo gli itinerari percorsi dalle corvée di rifornimento, perlomeno
sino a quando queste non rientravano alle loro basi. In tal modo, queste squadre
venivamo a costituire un solido punto d'appoggio per le operazioni di soccorso.
Del resto, le stesse erano sollecitamente rinforzate dalle altre che accorrevano
dai posti vicini insieme a numerosi volontari, quando la valanga doveva per la sua
straordinaria mole essere intaccata da più parti e sondata in numerosi punti. Si
riconobbe ben presto la necessità di vietare assolutamente, in simili circostanze,
una soverchia affluenza di personale, per diminuire il numero di nuove perdite nel
probabilissimo caso di un subitaneo staccarsi d'altre valanghe. L'opera di salvataggio
doveva procedere febbrile, razionale e intensissima, anche per essere ultimata
durante l'oscurità. Nonostante ciò, in diversi casi si dovette operare in piena luce,
senza per questo essere disturbati dal nemico, in questi casi comprensivo.
Le avverse condizioni atmosferiche, e in particolare l'accumularsi del manto nevoso
lungo i pendii della montagna, creavano analoghe difficoltà anche agli austriaci,
sebbene questi si trovassero in condizioni di gran lunga migliori delle nostre.
La sollecita applicazione di questi accorgimenti, dette dei risultati soddisfacenti;
di conseguenza, nel nostro sottosettore (Lagazuoi) le vittime furono relativamente
poche, in confronto al rilevante numero di valanghe cadute nella zona. Di tutte
queste precauzioni escogitate si tenne nota in una succinta relazione, di cui una
copia venne trasmessa al comandante di settore ai primi di marzo del 1917.
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