Alle ore 9 antimeridiane si ode sibilare repentinamente contro il rifugio
Wolf-Glanvell una granata, che esplode alla distanza di circa 200 m.
Presto le tien dietro una seconda, che viene a cadere ancora più vicino;
una terza scoppia immediatamente dietro il rifugio. Io, che mi trovavo alla
distanza di 80 o 100 m, seguo con trepidazione il cannoneggiamento.
In un batter d'occhio, nella casa e nei dintorni tutto si anima; tutti corrono
e gridano. I feriti leggeri si precipitano all'aperto, chi con le loro robe,
chi senza, e cercano riparo dietro i macigni e negli avvallamenti. Jäger e soldati
di sanità trasportano fuori dal rifugio i feriti gravi e li mettono al sicuro.
Frattanto le granate si susseguono alle granate sopra il Col di Bois e vanno
ad esplodere dentro o presso la piccola baita. Il primo colpo centrato demolisce
il tetto, le cui scandole nere frullano in aria. Una granata si abbatte nella
cucina e, con grande strepito, fracassa le stoviglie e manda in frantumi tutti i
vetri delle finestre. Altri proiettili raggiungono il piano superiore e fanno
turbinare le piume delle coperte come fiocchi di neve al vento. Una granata cade
sulle rocce e i rottami colpiscono un gruppo di uomini che vi si era rifugiato;
alcuni Jäger rimangono feriti. Si odono nuovamente alte grida e si vedono parecchi
soldati trasportare un uomo fuori del rifugio. È un sergente di sanità, bavarese,
che era stato colpito a morte nell'andito da una scheggia. Un cieco furore assale
i nostri animi contro il visibilissimo osservatore italiano, che sta sulla
Tofana di Mezzo; si invoca l'artiglieria germanica, si impreca, si maledice.
A volte una granata colpisce numerosi Jäger radunati in gruppi. Finalmente
- dopo mezz'ora circa - gli Italiani cessano il fuoco. Il rifugio era stato
preso di mira già 15 giorni prima, tanto che si era incominciato a erigere un
muro di protezione, ma l'opera non era stata compiuta.
Le batterie nemiche tacevano da appena pochi minuti, che gli Jäger prussiani
accorsero nel rifugio ormai distrutto, per gettarvi uno sguardo. Si vide in quei
giorni più d'uno mangiare prosciutto, lardo e formaggio, mentre senza le granate
italiane si sarebbe dovuto accontentare di pane asciutto. Scoppiarono poi altre
granate e gli Jäger si allontanarono a precipizio.
Quando io, un'ora più tardi, arrivai al rifugio, vi trovai un'orribile
devastazione. Nella cucina tutti i mobili e le masserizie erano in frantumi.
Nelle camere, già così accoglienti, regnava uno spaventoso guazzabuglio:
letti, tavolo e bagnaruola formavano tutto uno sfasciume. L'orologio a pendolo,
invece, al quale io, entrato nella camera dell'ufficiale, avevo dato una
piccola scossa, ricominciò (oh meraviglia!) a fare tic-tac, tranquillamente e
semplicemente, come se nulla fosse accaduto. Verso mezzogiorno altre due
granate esplosero con gran frastuono, costringendo ancora una volta più d'uno,
che andava in traccia di lardo e zucchero, a ritirarsi in tutta fretta.
Alla sera, allorché entrai per l'ultima volta nello schiantato rifugio,
le limpide stelle vi inviavano i loro raggi attraverso le travi spezzate del
tetto, e il freddo vento delle Alpi spirava dalle finestre infrante e dai
muri squarciati.
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