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In un raggio di alcune centinaia di metri gli italiani il 10 luglio sgombrarono
tutti i ricoveri sotto il Castelletto. Il piano prevedeva che:
- un gruppo della forza di una compagnia risalisse il famoso canalone
- il gruppo dei minatori (cap. Rodari, con Malvezzi e Cadorin) accorresse
attraverso la galleria Tissi: una pattuglia si doveva staccare, salire il
Camino dei Cappelli e da lì appoggiare l'attacco
- altri 20 uomini (s.ten. Pieri) dovevano salire fin allo Scudo
- i Volontari Feltrini si sarebbero appostati sulla parete della Tofana I
a q.2900 per sparare contro gli austriaci
Il comando era affidato al magg. Neri.
Nella notte tra il 9 ed il 10 luglio era giunto sul Castelletto un grosso plotone
della StreifKompanie 6 (alf. Schneeberger). Il 10 le posizioni del
settore Lagazuoi rimasero sotto il fuoco dell'artiglieria italiana, che dopo le 3
dell'11 divenne tambureggiante.
Il 10 salirono sull'Averau il Re, il gen. Cadorna, il comandante della IV Armata
gen. Di Robilant ed il gen. Tarditi.
Lo scoppio è fissato per le 3.30 dell'11 luglio: in perfetto orario Malvezzi innesca gli
esploditori nella galleria del camminamento. Questi i racconti rispettivi del Pieri
e del Burtscher relativi alla tremenda esplosione:
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Dalle 3 alle 3,30 fu un'ansiosa silente attesa, rimasta indelebilmente impressa nella
memoria di quanti si trovaron presenti: non si udivan neppure bisbigli, tutti eran compresi della
novità e della strana e misteriosa grandezza del momento: gli ultimi minuti furono
addirittura angosciosi: a un tratto una scossa di terremoto e subito dopo, nella notte
scintillante di stelle un polverio immenso e il frastuono di una enorme valanga, e poi,
tutto intorno al Castelletto, un precipitar di massi dalle pareti della Tofana, che
continuava e che pareva interminabile, in quei minuti, in quei secondi d'attesa angosciosa
e febbrile. E subito dopo il rimbombo di tutte le artiglierie e le vampe degli spari
per la chiostra dei monti retrostanti, e un sibilare di piccole granate e un passar
alto e grave di grossi proiettili, e tonfi sordi e scoppi ...
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D'un tratto, un poderoso schianto, un rimbombo pauroso soverchiarono il fragore
prodotto dal fuoco dell'artiglieria; al tempo stesso la terra sembrava tremare;
era l'esplosione dello Schreckenstein. Schegge rocciose volarono fino alla
Feldwache 14, sulle pendici del Gran Lagazuoi; da lontano le vedette scorsero la
sella del Castelletto e le torri più a sud sollevarsi in una fiammata, mentre
l'intera parete sembrava inclinarsi.
Sul Castelletto stesso l'effetto dell'esplosione fu formidabile: una parte della
sella si innalzò fino al livello del posto di vedetta Schneeberger, le torri a
sud sparirono, frammenti di rupi volarono all'intorno e si abbatterono strepitosamente
al suolo. Tutto il tratto di terreno ove, in periodi precedenti, si erano eretti
dei ricoveri, fu ricoperto di macerie. Presso la baracca dell'ufficiale, che era
assicurata alla parete rocciosa mediante funi metalliche, queste si incisero nelle
travi per una profondità di 20 cm. Cadaveri deformi vennero proiettati in alto
dal suolo e dalle rocce.
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Schizzo del cap. Raschin della mina del Castelletto
(Fonte: Schneeberger, "La montagna che esplode", Gaspari)
La mina secondo le previsioni doveva distruggere la sovrastante massa rocciosa di 26
metri (la I Guglia) e lanciare massi sulle rimanenti due e sui rovesci del Castelletto.
In gran parte ciò si verificò e provocò da parte austriaca la perdita delle due vedette
e di circa una ventina di uomini che, contrariamente agli ordini, si stavano riposando
nel ricovero avanzato.
Ma la mina ebbe anche un effetto non previsto: le pareti del canalone centrale e le
sovrastanti rocce si ridussero "come una specie di immenso intonaco
sfaldantesi". Per tre volte gli alpini della 77ª tentarono di lanciarsi nella
risalita del canalone senza alcun esito.
Anche la colonna di minatori che ha tentato di attraversare d'un balzo la zona del
fumo rimane intossicata dal "pojàn": i colpiti da questa forma di avvelenamento (che
i minatori dell'epoca ben conoscevano) sono decine, ma si registra un solo caduto (l'alpino Bortolussi)
e comunque anche da questo lato l'avanzata non risulta possibile.
La squadra dello Scudo, tra pioli delle scale rotti e scale frantumate, impiega più del
previsto per giungere nella posizione prevista e qui osservare che:
- il filo telefonico è rotto;
- le munizioni ed il lanciabombe sono efficienti;
- la I Guglia è letteralmente scomparsa e dalle altre due sono sparite le
tracce delle postazioni austriache.
Però dalla base della III Guglia (sopra Forcella Col dei Bos) si levano due razzi
verdi, cui ne rispondono due di uguali da Cima Falzarego, segno che il presidio
austriaco è tutt'altro che dileguato. La squadra decide allora di agire in fretta e
l'ufficiale ordina di partire ad intervalli regolari di 20 metri. Ma giunti alla
testata del Camino dei Cappelli, i primi 4 uomini vengono bloccati dagli austriaci che
avevano già occupato le rovine di fronte al cratere. I 4 decidono dunque di scendere verso
la finestra della galleria per studiare il da farsi, ma uno è ferito e la discesa è
lunga e difficile: a metà strada, sulle rocce sovrastanti appare una squadra austriaca
di 15 uomini (guidata da Schneeberger) ma l'artiglieria italiana delle Cinque Torri
la mette in fuga con gli shrapnel; l'artiglieria austriaca risponde con i lanciabombe
ed uccide uno dei quattro italiani (Luigi de Pellegrini). L'ufficiale italiano (Pieri) si salva
solo perchè la tracolla del fucile che ha tolto al ferito si incastra tra le rocce.
I superstiti riescono comunque ad arrivare alla finestra, a liberarla dai massi che la
ostruiscono ed a mettersi quindi in salvo.
A Forcella Bos la 78ª e 79ª del Belluno e la 106ª del Monte Pelmo (ceduta
in marzo dal Belluno stesso) non possono avanzare causa la continua pioggia di massi dal
Castelletto. Verso l'alba gli alpini avanzano verso il Sasso Misterioso ma dalla III
Guglia e dal Sasso stesso inizia un fuoco di fucili e di mitragliatrici cui si aggiungono
granate a shrapnel.
Sul lato sinistro non va meglio in quanto le altre due compagnie del Monte Pelmo
non possono avanzare dato che il Monte Albergian non ha occupato Cima Falzarego
avendo trovato i reticolati austriaci intatti.
Nonostante tutto le perdite non furono gravissime (26 morti di cui 20 evitabili
in quanto quei soldati si stavano riposando in una baracca che era stata dichiarata
come "da abbandonare") e così l'alf. Schneeberger fece occupare i posti di
guardia mentre il ten. Tomsa e l'alf. Guem si recavano al lanciabombe ed al cannone.
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