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Dato il possesso italiano delle Tre Dita e di q.2905 della Tofana II, gli
austriaci sono costretti ad abbandonare l'estremo orlo del gradino sopra Val
Travenanzes.
Al crepuscolo del 5 agosto partono il ten. Carugati con la rivoltella, il ten.
Sabelli (che cadrà sul Masarè) col fucile ed il ten. medico Celli a mani nude.
Riscono ad individuare la via di salita degli austriaci alla Nemesis. Nel mentre
una pattuglia austriaca di tre uomini sta salendo verso la cima; vengono sorpresi
dai tre ufficiali italiani. Uno cade, uno è ferito ed il terzo riesce a fuggire.
I tre italiani tagliano il filo telefonico tra la Nemesis ed il Trincerone Verde,
sistemano un piccolo posto a bloccare la via di salita (che prenderà il nome dal
ten. Sabelli, suo materiale organizzatore) e se ne tornano verso Fontananegra.
A questo punto la Nemesis è virtualmente intenibile per gli austriaci, che sono
battuti da tutti i lati, senza vie di accesso; si attende solo la resa del presidio,
ma dopo tre giorni ancora nessuna notizia.
La sera del 9 agosto il ten. Carugati con due alpini della 75ª ritorna su q.2905;
alle 23 viene raggiunto dal ten. Omio che è sceso dalla cima della Tofana III con
14 alpini. Tutti concordano che la Nemesis pare definitivamente abbandonata e viene
scoperto un palo conficcato nel camino nord che è evidentemente servito agli
austriaci per abbandonare la posizione indisturbati. I due ufficiali ed i 16 alpini
a mezzanott elasciano q.2905 e giungono alla selletta della Nemesis, guardano il camino
Nord e trovano le tracce degli austriaci fuggiti. Vengono lasciati di guardia 3
alpini, mentre gli altri risalgono il pendio ghiaioso fino alle rocce terminali.
Raggiunte queste il grosso della pattuglia sale ad aggirarle a sinistra; Carugati
ed un altro alpino le scalano frontalmente ed arrivano fino alle baracche austriache
sul rovescio della cima.
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La torva "Nemesis", la minacciosa vendicatrice austriaca, ha perduto il diritto
a conservar quel suo nome oltracotante e ostile. Un altro nome già si grida dal
fondo del Masarè plaudendo, nome che è tutto nostro, caro egualmente agli alpinisti
e agli alpini, il nome di chi ha cancellato quella macchia tra i monti: "Punta
Carugati".
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Altri sconti si verificarono per il possesso della 8 Wache (o Sasso Mondin) che
rappresentava lo sbarramento anteriore della valle. Lo sbarramento meridionale
venne trasferito nella Posizione Anschober e tenuto dal 27° IR (ten. Rudolf) e
dal Alpinen Detachement 10.
Persa la linea nel mezzo del Masarè, gli austriaci si ritirarono su una linea più
bassa: la Lauerwache o Trincerone Verde.
Nelle prime ore della ntte del 21 agosto sono pronti allo scatto la 75ª del Pieve
di Cadore (cap. Slaviero), due plotoni della 267ª del Val Piave, la 127ª del Monte
Albergian ed una compagnia del 41° Fanteria (questo lo schieramento secondo Berti,
altri testi riportano la presenza della sola 75ª). Narra il Berti:
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Chi ha vissuta quella notte conserva nei ricordi l'impressione strana, irreale, quasi
coreografica, del combattimento nel fondo buio di quella cerchia dantesca, strozzata
fra le due enormi pareti incombenti della Tofana I e della Tofana III.
Lo sfilamento dei reparti della prima ondata d'assalto e l'attestamento nelle nostre
trincee avanzate, eseguiti colla maggiore cautela, non rompono minimamente l'alto
silenzio della notte rupestre.
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Alle 22.45 l'artiglieria inizia a tempestare i rovesci della posizione austriaca; anche
quella austriaca inizia a rispondere ma non colpisce gli italiani che sono troppo
vicini alle trincee austriache. Dopo la prevista mezz'ora di preparazione, il capitano
del battaglion Cadore spara con la sua Very un razzo verde. E' il segnale per l'artiglieria
che allunga il tiro. A destra, il ten. Sabelli piomba con i suoi uomini sul fianco della
difesa austriaca, ma viene ucciso. L'azione però riesce; vengono catturati 39 austriaci
(tranne lo jäger Larcher della Streifkompanie 6 che poi però morì in seguito
ad una ferita). Le perdite italiane sono di 6 morti e 38 feriti.
Gli stessi alpini prendono q.2886 della Tofana III mentre quelli del Belluno e del Monte Pelmo
occupano tutti i rimanenti sassi di Val Travenzanzes, ovvero il Sasso Piramidale,
il Sasso di Sbarramento ed il Sasso Mondin (così chiamato dal nome dell'aspirante
che lo occupa il 6 settembre). Ma già il giorno 8 un nucleo di kaiserjäger sloggia di là
gli italiani che sono costretti ad abbandonare anche un lanciabombe. Carugati,
Vallepiana e Polin cercano sulla parete nord della Tofana I un posto ove collocare
un presidio che impedisca nel futuro simili sorprese. A 150 metri dalla base si trovò
una cengia con una grotta naturale ed uno spiazzo sistemabile a difesa: Polin la
occupa con 15 uomini, una mitragliatrice ed un lanciabombe. Tale cengia verrà ricordata
col nome di Cengia Polin, e venne presidiata fino alla fine con innumerevoli
sforzi (fuoco austriaco e valanghe) dai volontari feltrini.
Il 17 settembre gli austriaci vengono definitivamente scacciati dal Sasso Mondin.
Sassi in Alta Val Travenanzes
(foto webmaster)
Il 24 agosto il t.col. Busch (che aveva sostituito il Pasetti) diede ordine di abbandonare
le posizioni su Cima Falzarego e Val Travenanzes per arroccarsi nella Sella del
Lagazuoi. Il giorno stesso l'artiglieria italiana bombardò i ricoveri dell'Alpinen
Detachement 1 sul versante occidentale della Tofana III, provocando sensibili
perdite.
Nella notte tra il 20 ed il 21 ottobre scomparve un intero posto di guardia avanzato
sul Gasserdepot (13 uomini secondo Burtscher, 18 secondo Pieri), catturato
dagli italiani (s.ten. Soave del Monte Pelmo) grazie alle informazioni di due disertori.
Tarditi meditò anche una grande azione contro la forcella tra i due Lagazuoi ma i
preparativi portarono via tutto il mese di ottobre ed a novembre l'azione fu resa
impossibile dalle abbondanti nevicate. Il 9 novembre una valanga seppellisce la baracca
della mensa ufficiali sotto Col dei Bos: rimangono sepolti 18 ufficiali. Due i morti
(asp. Cunico e Azzano), 9 feriti e 7 sopravvissuti tra i quali il cap. Reverberi.
Si ripresero quindi i lavori in galleria, costruendo ricoveri e postazioni per
artiglieria e mitragliatrici, soprattutto nel punto che ne aveva maggiormente
bisogno, ovvero il piccolo Lagazuoi.
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