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Una calma e limpida notte d'estate regnava sulle Tofane; era la notte dall'8 al 9 luglio.
Alcuni colpi di fucile nelle posizioni rompevano il silenzio e frequenti, abbaglianti
razzi illuminavano il circo di detriti sotto di noi. D'improvviso, verso le ore 2
del mattino, un fuoco tambureggiante di straordinaria violenza e fragore si sviluppò
contro le nostre posizioni, preannunziandoci infallibilmente un attacco. Durante questo
martellamento, una densa nebbia avvolse per maggiore disdetta le posizioni, oscurando
ogni prospettiva. Per un'ora durò il fuoco d'artiglieria con inalterata intensità.
Allorché fu cessato, pervennero tosto ai nostri orecchi grida di battaglia italiane
da Fontana Negra; ma la nebbia ci impediva di vedere. In pari tempo si veniva
avvicinando anche alla nostra posizione sulle Tre Dita un forte reparto nemico,
che col favore della nebbia vi si accostò. I suoi attacchi furono tuttavia decisamente
respinti dalle mie valorose truppe, con perdite gravi per l'avversario. I nostri
si batterono con animo gagliardo e presago di vittoria, e condussero felicemente
a termine lo scontro, grazie alla mitragliatrice, alle bombe a mano ed ai moschetti.
Il mattino, frattanto spuntato, del 9 luglio aveva disperso la nebbia che avvolgeva
le Tofane, offrendoci il deprimente spettacolo della posizione di Fontana Negra,
stretta ormai da ogni parte dal nemico. In quel preciso istante gl'Italiani
irrompevano sull'ala sinistra; ed io feci tosto tempestare di proiettili della
nostra mitragliatrice il fianco degli assalitori; senonché, dopo una difesa disperata,
l'estremo punto d'appoggio nel circo sottostante fu occupato dal nemico. Erano
circa le sei del mattino. Allo strepito delle armi era succeduto un cupo silenzio,
durante il quale i nostri prodi camerati erano condotti via prigionieri sotto i
nostri occhi. Istintivamente, davanti all'esito così infausto del combattimento
a Fontana Negra, noi, nonostante la vittoriosa, reiterata difesa della posizione
Tre Dita, eravamo assaliti da tetri e dolorosi pensieri e da un'inesprimibile
ansietà per la sorte di quest'altro caposaldo. Pure sfidammo il destino e con la
mitragliatrice aprimmo nuovamente il fuoco contro il nemico, che era giù nel circo
di detriti. Di conseguenza, l'artiglieria avversaria ci investì con tale violenza
che fummo costretti a sospendere il nostro tiro; inoltre la diminuzione delle
scorte di munizioni da mitragliatrice ci consigliava ad usarne con parsimonia.
Durante le ore antimeridiane, gl'Italiani, protetti dal fuoco della loro artiglieria,
si inoltrarono ancor più nel circo e vi si stabilirono saldamente. Con ciò la sorte
delle Tre Dita era segnata irrevocabilmente, poiché ci veniva preclusa ogni ritirata.
Nel pomeriggio furono tra noi ripartite tutte le riserve di munizioni e di viveri.
Più di un audacissimo tentativo di scalare a tutta forza la parete nord della Tofana
e di aprirci così una via di uscita, fallì davanti al fuoco di artiglieria tosto
erompente dal Col di Bois. A causa dell'interruzione della linea telefonica durante
il fuoco tambureggiante notturno, ci trovavamo, da molte ore decisive, separati
dal nostro comando di settore; oltre a ciò eravamo, sin dal primo mattino,
completamene bloccati dal nemico. Durante la sera facemmo ancora dei penosissimi
tentativi per stabilire un collegamento col nostro presidio di Monte Castello,
ma il nostro sforzo fu gravemente ostacolato dall'artiglieria nemica, che non ci
dava tregua.
Così rimanemmo purtroppo senza risposta e ci vedemmo abbandonati a un'incerta sorte.
Tentar nuovamente la scalata sulla parete nord della Tofana al calar della notte era,
a cagion delle insormontabili difficoltà alpinistiche e del pericolo derivante dall'oscurità,
un'impresa altrettanto disperata quanto il rischio, da noi debitamente ponderato, di
aprirci un varco nella posizione di Fontana Negra, ormai in mano nemica. Altro non
ci rimaneva quindi che resistere sul posto fino all'ultimo.
La notte successiva, dal 9 al 10 luglio, recò una continua vicenda di sinistri silenzi
e di concitate sparatorie. A più riprese il nemico mandò in avanscoperta piccoli reparti,
che furono tutti respinti. L'attacco immediatamente successivo sarebbe riuscito
inevitabilmente pernicioso, giacché tutti i nostri camerati erano allo stremo delle
loro forze. Questo attacco finale avvenne verso le ore tre antimeridiane, di fronte
e di sopra a noi ad un tempo, mediante forze più volte superiori di numero. La
preponderanza dell'avversario rendeva assolutamente vano un ulteriore combattimento,
e la posizione insostenibile. Gl'Italiani, che irrompevano dall'alto e di fronte
in fitte schiere e con alte grida, accerchiarono i nostri dispersi posti di vedetta
e occuparono la posizione. In tal guisa, l'alba del 10 luglio vide le Tre Dita
in mano del nemico e noi tratti via prigionieri.
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