Diario di un giornalista
di Arnaldo Fraccaroli

Sull' Averau a 2648 metri.

Il sole non è un regalo di tutti i giorni - mi dice un ufficiale degli alpini col quale faccio l'ascensione dell'Averau. - Ma quando c'è, tutti gli accampamenti sono in allegria. E noti che il sole è un delizioso amico, si, ma che porta quasi sempre alle cannonate.
Quando il cielo è coperto, quando la nebbia benda gli occhi degli osservatori sulle estreme cime di dove si dirigono i tiri delle artiglierie, i cannoni hanno dei notevoli periodi di silenzio. Ma quando c'è il sole gli occhi degli osservatori si riaprono, e i cannoni abbaiano. Sente che musica? Eppure i soldati sono contentissimi. Ah, il sole, quale impareggiabile amico qua su in montagna! Ma lo avremo ancora per poco!
Ed ecco perché i soldati lo festeggiano con tanto amore, questo buon sole autunnale. Le Dolomiti, queste strane montagne rosate che nelle pieghe raccolgono certe morbidissime ombre lilla, scintillano. Molte, sulle punte più alte, sui dorsi in ombra, son coperte di neve. Questo monte Averau, a circa tre chilometri dal vecchio confine, è alto 2648 metri, e si eleva vicinissimo al suo gemello il Nuvolau che è più basso di appena settanta metri. Siamo in una delle più aspre e fantastiche regioni alpine oltre il nostro Cadore, fra la valle dell'Andraz e il vecchio confine, di fronte alla svolta brusca che la strada austriaca delle Dolomiti compie a Sasso di Stria, al famoso passo di Falzarego per andare - in giù - a Pieve di Livinallongo ora desolata sotto il Col di Lana, e in su verso Cortina d'Ampezzo. Panorama di rocce, di valli a precipizio. Castelli immani sorgono dall'ombra brumosa delle valli, castelli di rocce con strani pinnacoli diritti e regolari come torri, e che hanno precisamente dei nomi di fortificazioni, tanto il loro aspetto è guerresco: Monte Castello, le Cinque Torri, La Rocchetta. Oggi scintillano al sole, e le artiglierie fragoreggiano.
Siamo nel cuore della guerra alpina. In ogni spazio sopra il quale si levi il muro di un monte che possa servir di riparo e creare un "angolo morto" s'è improvvisato un accampamento. Piccoli gruppi di tende, qualche baracca in legno, un forno, cucine incavernate nelle rocce, rudimentali scuderie per i muli. E dappertutto, dove c'è un accampamento, una distesa di biancheria lavata ad asciugare. La biancheria si asciuga mentre i soldati vanno a fare un altro bucato: quello degli austriaci. Per la mulattiera che noi battiamo troviamo colonne di muli che discendono ai rifornimenti, per le strade nuove rubate alla roccia troviamo file di piccoli carri che recano le munizioni alle batterie issate a 2000 metri, a 2500. I cannoni sparano continuamente. È la solfa di tutti i giorni belli, ed è anche molte volte la solfa dei giorni brutti, quando il tiro sia aggiustato. Le artiglierie nemiche tendono a colpire le strade e i sentieri che gli austriaci conoscono assai bene perché noi camminiamo sul loro territorio. Fasci di shrapnell sfioccano nell'aria, qualcuno anche si abbatte sulle rocce, esplode e schianta. I muli hanno un brontolìo curioso e un po' comico, malgrado l'aria di cattivi scherzi che tira. E i conducenti, imperturbabili sotto il bombardamento, li apostrofano levandosi per un momento la pipetta di bocca:
- Ohe, bestione, hai paura di perdere la tua posizione sociale?

Ma ci sono anche alcune strade che gli austriaci non conoscono: sono quelle che gli italiani hanno fatto nascere con la guerra. E di lì salgono i pezzi e le munizioni: per quelle vie tagliate fra i macigni si compie il miracolo delle nostre artiglierie tirate su fino a cime fantastiche, dalle quali un giorno all'improvviso gli austriaci si sentono turbinar addosso raffiche di proiettili, mentre dalle valli, dai ciglioni, dai passi scoperti salgono gli alpini, la fanteria, i bersaglieri.
Le conquiste alpine oltre il Cadore che ci hanno già assicurato un saldo nucleo di posizioni dominanti avvengono sempre così: un periodo di preparazione silenziosa e eroica che a volte pare insopportabilmente lungo, poi l'assedio ostinato a ogni punta, a ogni passo, perché in questo terreno non si può procedere a vaste azioni di linea. Si deve vincere pezzo per pezzo. Le montagne sono conquistate a sezioni. Molte sono già nostre alla base e sui fianchi, ma in alto stanno ancora gli austriaci: come sul Col di Lana, come sulla Tofana Prima. I nostri salgono, e quelli si ritirano sempre più in su. Poi, un giorno, o sono sterminati o si arrendono. Perché quando gli italiani si sono abbarbicati a una montagna non la abbandonano più. Ci vorrà del tempo, si avranno delle perdite, la fatica sarà sovrumana, ma riescono. Sempre.
Nella Val d'Andraz sopra la strada delle Dolomiti c'è il Porè, a 2496 metri. Era pericolosissimo perché il monte domina tutte le altre posizioni e ostacolava gravemente la nostra avanzata. Venne preso d'assalto, e la nostra avanzata potè procedere. Ora, da qualche tempo, si tenta la conquista della Tofana Grande; le altre due, la Seconda e la Terza, sono nostre. Ma la Prima resiste ancora. I nostri alpini le stanno intorno, e si arrampicano sui fianchi. Gli austriaci si sono rifugiati sulla cima, a 3220 metri. Si combatte fra le nuvole. I nostri inventano ogni giorno un nuovo sistema di avvolgimento e di ascensione. Hanno costruito una strada parapettata e vi circolano quasi sicuri: le bombe che gli altri lanciano giù fanno un salto e vanno a battere più sotto dove non c'è nessuno. Gli alpini hanno anche tentato più volte la scalata con le corde. Gli altri le tagliano. Ma i nostri ritentano, e lanciano delle finte cordate sulle quali gli austriaci si precipitano, mentre gli alpini si arrampicano da tutt'altra parte.
Qui sull'Averau per salire agli osservatori bisogna montare per sale di corda che penzolano nell'abisso. Degli ufficiali, dei soldati - a gruppi di due o tre al massimo - vivono su pinnacoli di rocce, segregati da tutti. Unico legame col mondo: un filo telefonico, e la scala di corda che penzola sull'abisso…

Misurina

Dopo tanto sole una giornata tremenda: pioggia torrenziale, vento, freddo. Le strade son di fango, il terreno ai lati delle strade è una palude. Ecco la grande nemica delle operazioni in montagna, assai più che la neve, assai più che il ghiaccio: la pioggia. Tutti i sentieri che conducono alla montagna si fanno sdrucciolevoli, gli accampamenti sono flagellati dall'acqua, squassati dal vento. Molte trincee, su in alto, nei posti di vedetta e di piccoli presidi, non possono essere fatte con le relative comodità di quelle che si costruiscono più in basso dove è possibile creare dei ripari in muratura, in cemento armato: vere piccole casette sommarie discretamente abitabili. In alta montagna, un fosso, un cumulo di sassi e una copertura di arbusti, e la trincea è completa. Completa: ma quando piove è una desolazione. Il fosso, malgrado gli scoli, diventa uno stagno. La copertura è sconvolta, i sassi si disgregano. E i soldati devono guazzare in quell'ambiente melmoso che non ripara più dal nulla. Inventano mille ripieghi ingegnosi per difendersi dal cattivo tempo, ma non sempre servono. E allora si rassegnano. Restare è assolutamente necessario. E restano.
In questa giornata piovosa tutta la cima di Misurina affoga in un grigiore freddo. Unico vantaggio: tacciono le artiglierie nemiche. Ma tacciono anche le nostre. Mentre invece, appena possono, gli austriaci scaraventano sempre proiettili sulle nostre linee avanzate. E mandano dei colossali 305 a scavar buche nel terreno della conca: buche enormi che somigliano a crateri di vulcani.
Qui gli austriaci fanno largo uso di artiglierie pesanti: 305, 280, giù, senza riguardo! Sparano a ventaglio, sparano a caso. Sono evidentemente seccatissimi di non aver ancora scoperto gli appostamenti delle nostre artiglierie che li flagellano, e allora dirigono il fuoco dappertutto: chi sa? Un proiettile può ben capitare su qualche cosa!
Dal loro osservatorio che è sulla via di Toblaco - Lo Shwalbenkopf a 2822 metri e che anche oggi scintilla di neve nel grigiore, illuminato da uno sperduto raggio di sole - vedono il lago, il Grand Hotel, e una chiesetta sopra il lago. E hanno mandato proiettili a tuffarsi nel lago, e ne hanno mandati sul Grand Hotel aprendovi un largo buco, e ne hanno mandato sulla chiesetta. Due volte due piccoli cortei di soldati accompagnavano alla piccola chiesa le salme di due compagni morti, e due volte le artiglierie nemiche hanno sparato su di loro. Dall'osservatorio dovevan vedere che si trattava di una cerimonia pietosa: hanno sparato ugualmente.
Alla nostra prima avanzata gli austriaci avevano delle artiglierie sul Monte Piana, e della fanteria riparata in ottime trincee. I nostri sono corsi all'assalto nella mattina stessa del 25 Maggio e li hanno spazzati via. Ora il nemico s'è ritirato al di là della valle, sull'altro monte. Piano che guarda Piana, e ogni notte avvengono scaramucce di pattuglie nostre che si spingono su quella muraglia a molestare, a indagare. Proprio questa notte, col tempo orribile che faceva, una nostra pattuglia di trenta uomini stava incanalandosi per un corridoio che avvicina alla valle, nella Forcella dei Castrati. La guidava un capitano, il quale si accorse che il gruppo era stato avvistato dagli austriaci. Muniti di bombe, gli austriaci scendevano per soffocare nel corridoio la pattuglia italiana. Il capitano scelse cinque uomini e salendo velocemente riuscì ad arrivare sopra agli austriaci prima che essi arrivassero sopra ai nostri. E l'imboscata che essi tentavano si risolse contro di loro.
In questa guerriglia c'è sempre qualche ferito: soprattutto da mine esplosive o da bombe. E la prima cosa che i poveri feriti fanno, appena son portati a un ospedaletto da campo, è quella di addormentarsi pesantemente. E dormono per un giorno intero, per due giorni. La stanchezza per questa vita di continua vigilanza è tale da superare anche la sofferenza. E nel viso pallido e doloroso dei feriti raccolti in queste tende della Sanità o della Croce Rossa balena sempre un mite sorriso di sollievo. Un letto, dopo interi mesi di trincea!…

Cortina d'Ampezzo

La Cortina d'Ampezzo intedescata nelle insegne dei negozi e negli alberghi dalla prepotente propaganda austriaca e tedesca è ora tutta italiana. E vi ride - in contrasto col tetro grigiore di Misurina - un sole magnifico. Le Dolomiti scintillano. Le cime bianche del Cristallo e del Cristallino sono abbaglianti. E fra quei barbagli d'argento, a 3216 metri, sono appostate compagnie di alpini nostri: e vi si trovano anche dei cannoni, portati fin lassù sui ghiacci.
Cortina è signoreggiata dal monte Cristallo e dalle Tre Tofane: Cristallo e Tofane sono nostre, meno la Prima, - quella di Roces - dove appollaiati sulla cima stanno ancora alcuni tiratori. La nostra occupazione si spinge adesso fino a monte Cadini: Podestagno è sotto, assai vicino alle batterie austriache di Son Pauses, ma protetto dal loro tiro per un gioco di posizione che sembra ironico. Gli austriaci possono tirare assai più lontano, ma non possono colpire Podestagno che è a portata di mano ma che si trova in un "angolo morto". Occupata Cortina, il primo compito nostro fu di sloggiare gli austriaci dall'osservatorio di Col Rosà: ora le batterie austriache si trovano oltre Val Travenanzes, sul monte Cavallo e sul monte Casale, di dove con tiri indiretti mirano a battere le creste delle Tofane tenute da noi. È la guerra portata ad altitudini fantastiche. Qui si combatte a 3000 metri: scontri di pattuglie, sorprese notturne, sordi duelli d'artiglieria incupiti dall'eco fondo delle valli. Al Col di Bois, fra la Punta di Roces e la Seconda Tofana, presso al luogo dove cadde quel superbo e troppo audace soldato che fu il generale Cantore, i nostri alpini che lo volevano vendicare fecero prigionieri quarantatre nemici che non erano austriaci: alcuni stavano facendo degli impianti telefonici. Poco lontano di lì, un cadetto austriaco rimasto ucciso venne trovato con indosso quattro bombe asfissianti a mano: piccole scatole con pareti di latta. Ma le bombe asfissianti non possono recare molto disturbo in un terreno come questo.
Gli austriaci fanno qui un largo spreco di artiglierie. I nostri sono più sobri: al momento buono non risparmiano, ma non vogliono gettar via. Prima di abbandonare Cortina dinanzi alla nostra avanzata gli austriaci avevan promesso di non bombardare la città. Ma poi hanno cambiato idea. E hanno tentato di colpirla perfino con dei 305. Però bisogna riconoscere che Cortina non se n'è commossa eccessivamente. Intatta, pulita, piena di sole per le vie e rossa di gerani a tutte le finestre, coronata di montagne rosee e di ghiacciai scintillanti, la bella cittadina d'alberghi sembra lontanissima dalla guerra. È Domenica, e le donne vengono alla messa nel caratteristico costume ampezzano tutto nero, col cappellino nero e i nastroni neri svolazzanti: e vengono dai borghi i vecchi contadini non sottratti all'Austria per la sua guerra.
Gruppi di soldati italiani girano per le strade, gruppi di tipici vecchi ampezzani pettegolano sotto la veranda fiorita di qualcuno dei pochi alberghi aperti, un drappello di alpini si avvia alla chiesa per la messa, e pare che sotto ai passi saldissimi le strade tremino…
C'è stato veramente un tempo in cui Cortina d'Ampezzo non era italiana? E la guerra dov'è?

Verso Monte Cristallo

La guerra? Eccola qui. Da stamattina all'alba su tutta la zona d'oltre Cadore e dell'Ampezzano l'artiglieria austriaca si scapriccia pazzamente. Cerca di battere le strade, i viottoli, le mulattiere che conosce, tenta di arrivare ai paesi battezzati italiani dalla conquista. Si procede in mezzo a un fragore d'inferno. L'aria è strappata dai proiettili e si lacera con urli di dolore. Sembra che tutte le montagne urlino, oggi. Siamo in piena battaglia, e non si vede quasi niente. Si sente, soltanto. E quando si vede qualche cosa, son nuvole di shrapnell, son colonne di terriccio balzate in aria dalle granate, o boschi nani di arbusti che sono scossi da lunghi sussulti per l'arrivo di qualche proiettile. La maestà delle montagne, così limpida e serena nel sole di ieri, è oggi una maestà corrucciata, in questo furore rosso.
Stiamo procedendo per una mulattiera, ma il passaggio non è molto consigliabile. Gli austriaci la conoscono, e vi picchian sopra. Gli shrapnell e le granate si schiantano sulla roccia che fa da muro alle strade, e ne schizzan frantumi e pallette e pietruzze.
- Svolta pericolosa! - grida un alpino che sta in testa, come se leggesse una indicazione del Touring.
Ma bisogna passarvi, e ci si passa. L'artiglieria - mi spiega un capitano - non ha che due probabilità: o colpisce, o non colpisce. Quando ci si ricorda questo, si è sicuri.
E allora, andiamo avanti! Andiamo fino a una nostra batteria accovacciata fra le rocce. Strano: qui, in mezzo al fuoco, ci sembra di trovarci adesso nel posto più tranquillo. Gli inservienti ai pezzi fanno il loro lavoro con calma, con lentezza, il comandante osserva tranquillamente le posizioni da battere, fa i calcoli, aggiusta il tiro, ne studia i risultati, corregge, dà un ordine al telefono: ma tutto ciò senza nessun orgasmo, senza alcuna precipitazione. E questa calma dà un senso di sicurezza incredibile. E deve anche dare dei risultati eccellenti. Il tiro avversario fa l'impressione di essere diretto da un epilettico: il nostro è un tiro metodico.
C'è tanta calma in mezzo a questa tempesta di fuoco, che nei momenti di tregua discreta, fra un ordine che parte e una informazione che arriva al telefono, un generale ci racconta con un delizioso stile telegrafico alcune magnifiche gesta dei suoi uomini.

- Soldati straordinari. E divertenti. Una informazione ci avvertiva che in un certo reparto i nemici sono muniti di coltello. L'informazione è saputa dai calabresi. Grida: "Ah, là ce dovrebbero mandare a nui!".
- Trovo un vecchio, fra i volontari. Ma vecchio molto! Gli chiedo: - Bravo amico, quanti anni avete ? - Uno di più del nostro comandante d'Armata - Cioè ? - Mi pare che il comandante ne abbia 63 - E come mai, gli dico, a questa età ? - E quegli mi fa: - Sono del collegio di Giolitti e sono un semplice portiere d'albergo, ma non mi contento del parecchio…
- Trovo un altro vecchio, molto in gamba anche questo. - Bè, che si fa? - Dice: - Avevo qui mio figlio. Che ci facevo a casa solo ? Mi hanno preso nel reggimento suo, e ora lo aiuto. - A far che ? - Ad ammazzare quei pochi Austriaci che si può ! - E c'era già stato due volte, con suo figlio, ad ammazzarli.
- Vedete il Cristallino, lassù ? E' alto 2786 metri. E vi fa un freddo! Il nome dice tutto. Ghiacci e neve. Abbiamo lassù delle compagnie alpine. E' una vita tremenda: il freddo è a dieci, a quindici gradi sotto zero. Avevo dato ordine che si desse il cambio a quelle truppe. Stamattina ho ricevuto una lettera dall'ufficiale che le comanda. E' triste triste. E mi scrive: "I soldati, avvilitissimi, sono venuti a chiedere: "Il generale non è contento di noi? Non facciamo bene? E allora perché ci vuole sostituire! Ormai noi ci siamo abituati a questa vita, e conosciamo i posti. Abbiamo cominciato noi, ci lasci finire a noi!". E mi hanno pregato di chiederle di lasciarli qui, signor generale…".