Le requisizioni in Cadore
Dal diario di Nicolò De Sandre

 

31 ottobre 1917

Forte movimento arretrato di truppe per tutto il giorno e tutta la notte successiva, specialmente con artiglierie e grossi proiettili.

1 novembre

Continua l'esodo delle artiglierie. Il Sottoprefetto telegrafa di consegnare per le ore 15 a Pieve un calice antico posseduto dalla Fabbriceria e fa impressione. Il calice è custodito con tutti gli arredi dalla Fabbriceria.

2 novembre

Le partenze si succedono senza interruzioni e si comprende che le truppe emigranti, sono molto numerose, ben nutrite ed equipaggiate.

3 novembre

Grandi partenze; anche il panificio stabile rompe i forni e parte.

4 novembre

Manca la posta dal giorno primo, né parte.
Alle ore 9 il maggiore di Tappa manda a chiamare il Sindaco ed il Segretario a mezzo del sottotenente Fiori, per riferire loro che egli ha l'ordine di partire, che per la popolazione civile non c'era nessuna disposizione, ma se qualcuno avesse paura, poteva andarsene per conto proprio. Continua il forte transito di fanterie, le quali perdono gli arredamenti lungo le strade ed anche proiettili esplodenti.

5 novembre

Le partenze continuano tutta la notte. Alle ore 2 dopo mezzanotte arrivò Boschetti del 3° Genio che premeva una carriuola da Tre Croci cogli apparati telegrafici. Si riposò a casa mia ed è ripartito senza avvisarmi. All'alba il caporale Bollina pure del 3° Genio, battè sulla porta di casa col calcio del fucile, per dirmi che lui pure partiva col materiale telegrafico e che lasciò il Municipio aperto; passano le ultime artiglierie. In Municipio ho trovato le retroguardie del Genio, col solo telefono da campo appostato nell'atrio del telegrafo. Alle ore 13 l'esodo era completo: né carri, né cavalli, né soldati, ma soltanto tracce di partenze disordinate; tre cadaveri militari per cause accidentali di cui due portati via dall'ultimo funzionario di sanità, il terzo da me fatto seppellire con tutte le formalità umane e civili nel cimitero locale. Un manifesto del Comando Supremo appiccicato sul fienile di Peruto datato 4 novembre 1917 dispone che le strade non vengano ingombrate dalla popolazione civile, la quale per ora deve stare al suo posto. Due ore dopo non l'ho più trovato per conservarlo in atti.

6 novembre

Giornata silenziosa, lugubre le cui stimmate è l'incendio del grosso magazzino foraggi davanti all'albergo Marcora che arde ancora, la distruzione a base di esplosivi molto energici del ponte ferroviario sul Rusecco e della chiesa monumentale di San Floriano, coi conseguenti effetti in danno delle case circostanti; eventi che si verificarono tutti nel pomeriggio di ieri.
Alle ore 13 giungono in piazza di San Vito le avanguardie di truppe alpine austriache; un sergente, venne, a chiamarmi a casa ed in forma militare mi accompagnò da Beppo Tamburin dove stava il Comando. Poco dopo arrivano il Sindaco, l'assessore Giustina ed altri; fummo richiesti di talune forniture, ricevemmo i buoni ed abbiamo capito che l'evento si verificava in forma umana. La popolazione, come in passato, anche ora fa il suo dovere coi figli di marte [...]

Nei giorni seguenti il 10 novembre fu consolidata l'occupazione con aulica bontà, di cui il pubblico prende atto. Il 19 arrivano un maresciallo ed un sergente dei gendarmi che prendono posto in Municipio, ove alloggiano. Quella stessa sera passano diretti al Nord 6000 prigionieri di guerra.

Si pratica un censimento domiciliare delle persone, del bestiame, del fieno, dei generi alimentari «latet angius in herba». Si ordina di portare oggetti di rame e di bronzo ai gendarmi, la maggior quantità possibile, riservato il puro necessario per uso domestico; ne furono versati 13 quintali.

In dicembre nulla di notevole, qualche perquisizione domiciliare, qualche furto, ritiro delle armi. Il Sindaco che sudò due mesi per accontentare i nuovi padroni, perché di rude e di primitiva lealtà, fu dai gendarmi sostituito con Fiori Ulisse. La notizia mi pervenne in camera, ove sono inchiodato da inqualificabili dolori, senza medico, né medicine. Il consiglio comunale accetta il fatto compiuto e si tira avanti.
Si vive come al biblico domicilio dei Santi Padri; l'animo teso verso il fronte, da cui arriva l'eco morente del cannone, ispirante fiducia e sollievo, sconforto e dolore. I nostri bronzi avranno servito ad animare il fatale strumento puntato sull'altra sponda? Dal Comando militare di Pieve, vengono indette due sedute di rappresentanze locali; della seconda trascrivo il resoconto da me ivi raccolto che è il seguente:

Giovedì 31 gennaio 1918 in una sala dell'albergo Progresso in Pieve di Cadore, essendo presenti tutte le rappresentanze comunali del distretto di Pieve, il colonnello Comandante del distretto assistito dal Commissario Civile, quale traduttore delle sue parole scritte sopra vari pezzetti di carta e del capitano dei gendarmi, pronunciò il seguente discorso:

A tutti i presenti dò il benvenuto. Nell'altra seduta ebbi il motivo di compiacermi colla popolazione di Cadore per il suo contegno educato, questa volta no, perché fra Perarolo ed Ospitale furono danneggiati i fili telegrafici, fra San Vito e Pieve la linea ferroviaria. D'ora innanzi applicherò severamente il giudizio statario cioè la pena di morte e prenderò subito gli ostaggi nei comuni, fra le persone più importanti; ad Ospitale l'ho già fatto. L'ostaggio risponde penalmente per il delinquente che non si è potuto scoprire. Tali danneggiamenti avvengono quasi sempre per opera di giovani inconsulti forse istigati da terzi; però si sappia che per quelli che non hanno compiuto gli anni 15 devono rispondere penalmente i genitori ed in mancanza i prossimi parenti. I maestri in iscuola, i preti in chiesa abbiano ogni cura di far comprendere al popolo la gravità di questo argomento. Raccomando al pubblico di astenersi da qualunque propaganda antiaustriaca per evitare che venga applicato il giudizio statario. I maestri che in scuola faranno il proprio dovere e insegneranno al modo austriaco, riceveranno lo stipendio con effetto retroattivo, gli altri saranno puniti. Si tenga presente e si tenga bene a mente che il governo non può dare alimenti di nesuna specie, assolutamente nulla, perciò i viveri dovranno conservarsi dove si trovano. E' proibita l'esportazione fuori di comune ed è reato vendere fuori di distretto. I gendarmi coadiuveranno i Sindaci in questo importante servizio e verranno puniti i colpevoli con l'arresto immediato. Oggi stesso sarà nominata una giunta distrettuale coll'incarico di ripartire i viveri; chi ha più, deve dare a chi ha meno. Il Sindaco ed il maresciallo dei gendarmi devono arrestare quelli che vendono viveri e quelli che li acquistano. Il servizio di vigilanza deve farsi da tutti i cittadini, ma specialmente da quelli che rivestono un pubblico ufficio e dalle guardie comunali. E' già pronto il nuovo calmiere che deve osservarsi con scrupolo sotto comminativa di pene severe; si ricordi che ciò che in Italia vale 7 in Austria vale 120 specialmente nei riguardi delle stoffe, vestiti ecc. Ho osservato con stupore nei giri da comune a comune che la gente specialmente fra i giovani sani e robusti, vive nell'ozio con le mani incrociate davanti il sole.
La corrente invernata è propizia per la preparazione dei campi, per la concimazione anticipata; ogni uomo, ogni donna devono attendere con solerzia alla coltura dei campi, dell'orto con lo spargimento del letame, prendendolo ove si trova, senza bisogno di permessi. Nella prossima stagione deve seminarsi ogni angolo produttivo, non si devono dimenticare i legumi negli orti che sono i più solleciti ad essere utilizzati. I terreni degli assenti o dei neghittosi verranno incamerati e fatti lavorare dai Russi. Le persone oziose e dedite abitualmente all'accidia, verranno dai gendarmi arrestate e spedite in Austria dove si lavora anche senza voglia.
A questo punto i rappresentanti di San Vito, fanno presente che i migliori terreni, del nostro comune sono occupati da baracche militari le quali dovrebbero almeno in parte essere demolite. Si associarono alla richiesta, altri comuni ed il colonnello ha promesso di provvedere. Bisogna conservare i metalli, per i quali si riceve un premio all'atto della consegna.
Non si dimentichi l'eventuale possibilità che possano insorgere delle malattie contagiose e si ponga ogni cura per allontanare in tempo utile, i letamai, le fogne e cospargere di latte di calce le latrine. Disporrò per la generale vaccinazione anche degli adulti e frattanto si eseguisca la immediata pulizia delle abitazioni e degli abitanti.
Gli ammalati di grave entità, potranno trasportarsi all'infermeria di Tai, ove si applicherà la cura. Raccomando la scolta obbligatoria notturna di cui gli abitanti non devono sentir peso, perché eseguita nello speciale loro interesse; saranno puniti i renitenti e quelli che disimpegnano male questo servizio.

Le scuole furono riaperte ai primi di gennaio, con due maestri vecchi di ruolo e con due di ripiego, retribuiti dal comune con prestiti fiduciari, perché l'esattore emigrò con tutta la cassa, insalutato ospite.
L'esercito partente nello scorso novembre, abbandonò sui margini stradali o nei campi, bombe e granate. Parecchie di esse furono raccolte e fatte esplodere, ma i monelli del luogo, ne rintracciarono di successive. Un figlio di Antonio De Lotto Veluder si mutilò le mani; un fratello di lui ed un nipote di Bernardino De Lotto de Biral, la sera del 14 febbraio, perirono squarciati da una granata con cui giocavano. Furono date disposizioni per evitare nuove disgrazie.
Capita la prima requisizione di bovini; 102 in una volta. La gente rimane sbalordita, si avanza una supplica al comando di Pieve il quale risponde al consigliere Belli Isidoro, che i conguagli ed i ripieghi per andare avanti colla agricoltura, sono inutili, in presenza di una seconda prossima requisizione, ed infatti arriva l'ordine che per il 1° marzo si devono approntare altri 87 bovini e si dice che non sarà l'ultima. Il consiglio comunale ha nominato una commissione per ripartire i viveri tra le famiglie che posseggono di più e quelle che posseggono poco o nulla. C'è poco da stare allegri, perché dall'Austria arriva soltanto il sale greggio ad una lira al chilogrammo; dico lira perché non si vogliono corone austriache; viceversa turbe di affamati stranieri, corrono per le case a tutte le ore, alla cerca di patate, che mangiano crude con la scorza, raspano le scodelle dei gatti, raccolgono i rifiuti di cibi spazzati dalle case.
Le astinenze e le privazioni sono comuni, si sopportano con lodevole rassegnazione «post nubila Febus». Il caffè, il vino, i liquori ed il tabacco sono scomparsi; qualche raro gaudente li usa di soppiatto. Il fallimento degli spacci di alcoolici, ha contribuito a rendere ragionevole e più virtuosa la popolazione. I cultori dell'etica ed i legislatori del dopoguerra hanno da imparare qualche cosa.
Li 3 marzo si può dire che cade la prima neve; in difetto di cavalli che tirino il vecchio strumento, si chiamò a raccolta la popolazione che in tre giorni ed a «piodego», sgombrò la via nazionale da San Canciano al confine; meno male che siamo in marzo!
Si parla ancora di mettere i viveri a razione in apposito magazzino. Era inutile la nomina della nostra commissione che già ha compiuto il suo lavoro con discreti risultati. Ci prepariamo a dimostrare la inutilità del provvedimento, che tutto al più contribuisce ad affamare veramente i villaggi. Col sacrificio di un vitello, abbiamo ottenuto di istituire un magazzino viveri soltanto di forma, cioè senza viveri.
Nella seduta distrettuale del 10 marzo tenutasi a Borca, ci fu accordata la dispensa di rassegnare altri 7 capi bovini; ormai non restano che le vacche da latte. Il comandante di Tappa di Vodo mostra qualche simpatia per noi e ci aiuta. Vengono dal Nord turbe di prigionieri italiani, sanguinanti e doloranti da percosse e da fame, consumati dagli stenti. Si fa di tutto per sovvenirli; le donne piangono e li rincorrono con patate. In molti casi l'assistenza è tardiva, lo sciagurato muore; a Borca ne furono sepolti tre.
Ancora qualche raggio di luce sui dolorosi eventi di Caporetto e di Montefiore. Si ricorda il disgraziato annuncio Cadorna, pubblicato all'albo del Comando di tappa, sullo scorcio di ottobre, coi memorandi avverbi di «vilmente, ignominiosamente». S'inghiotte e si tace.
Vengono altresì dal Nord numerosi battaglioni diretti a Monterosa; noi sappiamo che il Grappa ha cambiato il nome per farsi recondito; sono del pari affamati, però cantano con selvaggia battuta del piede: «soldati di ferro, ufficiali di paglia, povera Italia, Italia caput». Pare che gli ufficiali stessi facciano cantare, però sappiamo che «se Sparta piange, Atene non ride». Prigionieri di guerra, scappati dai relativi quartieri, popolano boschi e villaggi, succedono furti di galline e di api. La fame già in possesso dei poveri abitanti di Zoldo, Longarone e del basso Cadore, batte alle nostre porte. L'avvenire si presenta fosco e terribile. Corre voce che il sig. Wilson abbandonando Capua, voglia sul serio rendersi paciere di questo povero mondo; il lieto annuncio sarebbe giunto sull'ali di un colombo viaggiatore, come ai beati tempi di Noè. E' difficile poter credere, anzi i più coraggiosi, facendo dello spirito, dicono invece che dal nostro cielo, gli aereoplani blindati, hanno messo in fuga anche il vecchio Eterno Padre, che ci ha perduti di vista.
Per opera di gendarmi, assistiti da uno stuolo di soldati turchi della Bosnia, si pratica una perquisizione domiciliare generale; l'ineffabile funzione dura tutta la settimana santa e parte della successiva, senza conseguenze, tranne la paura, con la quale si è presa qualche domestichezza.

Li 26 aprile fu ordinata una seduta straordinaria a Vodo, di tutte le rappresentanze locali, compresi i preti, per dirci che avremo una successiva perquisizione domiciliare dei gendarmi, i quali giudicheranno sull'entità degli utensili da cucina, prelevando il superfluo. Ci fu anche risposto che il servizio di requisizione delle campane, dipende dal Comando Supremo e che il comando distrettuale, nulla può farci per salvarle.

Li 14 maggio furono mandati a Cortina sui lavori ferroviari 21 giovani del paese; forte malcontento nel pubblico a cui sembra che in municipio non si faccia il proprio dovere; viceversa fu il municipio che ha procrastinato l'evento da oltre un mese, col pretesto dei lavori campestri; ma in effetti perché abbagliati dal miraggio degli eserciti alleati che dovrebbero trionfalmente marciare alla nostra volta cogli ascari in testa.

Li 15 atterramento delle campane e li 20 requisizione forzosa del fieno, riservato per i bisogni imposti dall'anormale stato di cose, che non permette l'uso dei pascoli.

Li 28 raccolta degli indumenti da bucato. Una valanga di lenzuola, camicie, mutande, asciugamani in ottimo stato, portati dalle donne che fieramente imprecano e maledicono.

Li 29 rivista dei vitelli di oltre due mesi, su cui 100 requisiti. Questa notte dei battaglioni di regolari turchi della Bosnia, «manu armata» filtrano nelle case di Resinego e Serdes, rompono porte e finestre, percuotono persone, le intimidiscono con le schioppettate, rubano 24 galline, 5 capretti, 14 pecore, una vacca, ed un vitello e novelli Polifemo, sgozzano ed inghiottono carni fumanti e palpitanti.
Al mattino il Sindaco Fiori Ulisse, corre a Pieve a riferire l'azione brigantesca al kries comando che mostra di commuoversi, promettendo di provvedere.
Successivi battaglioni transitanti per San Vito, serbano contegno più umano, i danni materiali vengono risarciti con L. 1900, però la vita agitata di tanti mesi, con scarsa e cattiva alimentazione, affievolisce lo spirito, rende triste l'esistenza, già così poco quotata presso l'iniqua civiltà europea; un milione di montanari, abbandonati al tradimento o per disgrazia nelle mani dei briganti, vive colla spada di Damocle sul capo, in attesa della fine tragica del conte Ugolino, col solo conforto di passare la memoria ai posteri quale trofeo della «più grande Italia».

3 giugno

I gendarmi cercano i giovani partiti o fuggiti dal lavoro sulla linea ferroviaria, per deficienza di alimenti e per bastonate; il Sindaco si trasferisce a Pieve per dimostrare con atto consigliare, che gli uomini occorrono in comune per lavorare sui ponti e sulle strade deteriorate dalla guerra; il numero di 21 fu ridotto a 12. Si vogliono ancora 21 vacche; ho conferito col colonnello di Vodo, che simpatizza sul mio nome perché corrisponde a quello del suo cavallo e mi risponde: San Vito kaine povertà, kaine elemosinar, chelber boni tenuti ans, magri klaine dati militar. Ho posto ogni cura per dimostrare il contrario e l'ho pregato di fare una inchiesta per appurare la verità e per mettere a posto i malevoli informatori. Mi pare di averlo favorevolmente impressionato e quella sera l'ordine di requisizione venne ridotto a 10 vacche. Nella seduta di Borca del 10 giugno abbiamo ricevuto a gratis il sale per un mese. Si parla di grosse azioni belliche. Le voci sempre incerte, contradditorie e di origine impura, impressionano, sconcertano. Si ode il rombo del cannone che nel pomeriggio del giorno 18 e per tutta la notte successiva, sembra un vulcano che salga dall'Agordino, s'infranga successivamente sulla Marmolada, nel Pelmo e nell'Antelao: le finestre traballano. Al mattino si narra di festeggiamenti ampezzani, si resta addolorati, impietriti; viceversa passano molti feriti; si intuisce che gli austriaci hanno ricevuto un buon pesto; ma del di là, mistero assoluto, attesa angosciosa.

Li 26 si comprende da molte voci e dalla equivoca Gazzetta di Udine, che la sorte delle armi fu favorevole ai nostri e che la sponda destra del Piave fu ovunque abbandonata dal nemico. Confidiamo che si sappia cogliere il momento per infrangere la resistenza nell'alto Trentino e si predisponga la nostra liberazione, diversamente avremo vittime per fame ed alla più grande Italia «morituri te salutant».

30 giugno

Ordine di requisizione di n. 111 vacche da latte. Sono in tutte 301 sopra 209 famiglie, ciò vuol dire sottrarre l'ultimo mezzo di sussistenza, giacché a solo 20 numerose famiglie restano 2 vacche, a 150 una vacca ed a 39 nulla affatto. Manca il colonnello di Vodo e manca qualunque appoggio alle nostre doglianze. Bisogna subire l'evento ed il giorno 3 luglio lasciare partire l'impressionante gregge, fra le recriminazioni del pubblico ed il pianto delle donne. Infatti viene non solo soppresso l'alimento, ma soppresso altresì qualunque mezzo di trasporto campestre nel momento del maggior bisogno. L'operazione precipitosa, compiuta sotto la pressione militare, coll'intervento del pubblico appassionato è riuscita male. Molte famiglie di Vallesella e di Chiapuzza furono maltrattate. Fu ripiegato successivamente col conguaglio delle capre, ma ciò non basta. Se non sorge benigna stella «mala tempora currunt». Tirate le somme, dopo nove mesi di schiavitù e di spogliazione senza nulla ricevere, molte famiglie patiscono la fame, si vedono devastati i campi di patate, dagli evasi prigionieri di guerra, dai regolari, dagli accattoni ed anche da qualche indigeno. Si sorveglia giorno e notte ma non basta; i danneggiamenti clandestini continuano. Il pubblico diventa cattivo, intransigente, lotta per l'esistenza, non ragiona più: «amicus plato sed magis amica veritas». Restano pur sempre i gaudenti, quelli che ben nutriti o ben provvisti di generi nascosti, hanno sfruttato la guerra ed ora restano impassibili davanti alla fame del prossimo, che è il più numeroso, il vero martire della catastrofe di Caporetto.

La notte dal 7 all'8 agosto a Beutre, con arma da fuoco fu ucciso un russo, che stava in agguato per rubar patate: giudicheranno i posteri se l'azione scellerata merita giustificazione: si temono rappresaglie. Gli austriaci si profondano in ordinanze dirette alla conservazione dei nostri miserabili prodotti campestri; si comprende che vogliono contare le calvie di grano e di patate mietituri, al solo scopo umanitario di persuaderci che non patiremo la fame. Frattanto è proibito batter grano, è proibito cavar patate ed è proibito aver fame. Li 17 agosto, genetliaco di Sua Maestà d'Asburgo, messa celebrata da Don Pietro Belli, debitamente richiesto ed obbligato, in presenza di soldati locali, dei maestri e di tre soli uomini di San Vito, fra cui l'inevitabile scultore De Lotto.

20 agosto 1918

Due compagnie di regolari ungheresi qui di stanza, ricevettero ordine di trasferirsi sulla frontiera russa. Se vera la notizia, si può arguire o che i russi abbiano messo giudizio, o che i giapponesi costituiscano un serio e per noi liberatore pericolo da quella parte. Stesso giorno, ordine di requisizione di altre 25 vacche: si corre a precipizio verso l'esaurimento, verso una fine qualsiasi: «motus in fine velocior?». Gli animi stanchi ed impietriti, seguono gli eventi ed obbediscono senza discutere; però il colonnello di Vodo è intervenuto a mitigare due casi pietosi di requisizione. Una compagnia di manigoldi della Transilvania, guidata da un ufficiale, si è sparsa per la campagna a falciare e portarsi via il secondo fieno, pei boschi a recidere piante di alto fusto, e mature ad uso legna. Protestiamo indignati: «vox clamantis in deserto». L'opera nefanda continua, si comprende che è abolito il diritto di possedere ed il jus utendi, è passato in altre mani. Noi siamo soltanto degli schiavi, dei vinti.

28 agosto

Arrivano e si accantonano a Resinego e Vallesella circa 3000 regolari a cui disposizione si dovettero lasciar le case, le «stue» ed i letti. I furti si moltiplicano, lo sgomento ed il dolore del pubblico sono all'apice.

7 settembre

Arriva a piedi, il Vescovo di Belluno: tiene in chiesa due o tre conferenze d'occasione. Egli pure è un povero tribolato. La sua modestia, il suo contegno democratico, la parola fluente veritiera, patriottica e persuasiva c'inspira qualche fiducia e un po' di coraggio.

8 settembre

Il colonnello di Vodo mi dice che il Sindaco fu deposto, non sa da chi, né per qual motivo. Cerco di indagare, di scrutare e comprendo che l'ufficio di agricoltura di Pieve, con la gendarmeria locale, ha proposto la di lui sostituzione, per motivi non manifestati, ma certo futili e di nessuna importanza. Il Sindaco ha fatto il suo dovere, ha perduto del gran tempo si creò inimicizie per compiere atti di giustizia e fu pagato colla moneta che si costuma coi servitori della comunità «Chi serve comun no serve nessun». Firmato De Sandre Nicolò segretario, Fiori Ulisse Sindaco.

10 settembre

Fu deferita al consiglio la designazione del sostituto Sindaco che risultò nella persona di Menegus Giuseppe Tamburin, tale approvato dal kries comando.

19 settembre

Al mattino numerose pattuglie di regolari piantonavano ogni singola casa, di tutto il comune, eccettuato Serdes. Alle 7 ordine prestabilito, penetrarono nelle case, frugano ogni angolo, ogni ripostiglio come gatti, come aquilotti grifagni, col pretesto di scoprire armi e munizioni portano via scarpe, tele tende, coperte, nonché portafogli e banconote ecc., neppure il municipio e le scuole furono risparmiati all'odiosa operazione: abbiamo così assaporato anche il saccheggio.

6 ottobre

Arrivano notizie frammentarie di trattative di pace, iniziate dagli imperi centrali, sotto gli auspici del sig. Wilson d'America. Il giornale Udinese come il solito, mescendo veleno, vi accenna accademicamente ciò che a noi riesce di gradevole conferma. Si comprende del pari che la Bulgaria ha defezionato, che la Turchia stanca della guerra, cacciò dal potere il famigerato Enwer Pascià. Non si riesce a distrugger lo scetticismo e lo sconforto; però nella cosidetta seduta d'ufficio tenutasi a Vodo oggi 10 ottobre, il comandante del Distretto, quello del minaccioso discorso del 30 gennaio, con vitrea, bieca guardatura, ci afferma che potrebbe essere l'ultima. Raffronta i paesi occupati dai cosacchi, coi nostri, sui quali è invece passato il soffio della civiltà austriaca a cui Cadore deve serbare grato ricordo. Per noi è la conferma che la pace potrebbe essere prossima; par di sognare, si teme la ripetizione di amaro inganno.

13 ottobre

Sedette con noi in Municipio il colonnello di Vodo al cui patrocinio abbiamo deferito i nostri boschi in devastazione, le nostre pecore in requisizione sistematica, i nostri operai della ferrovia Cortina - Toblach assoggettati a patimenti inauditi; prese diversi appunti ed ebbe parole di benevolo appoggio. Egli ritiene che la pace avvenga e che finiscano le nostre tribolazioni.

23 ottobre

Il colonnello di Vodo manda lettera di commiato: parte per ignoti lidi, forse per Praga sua patria. Egli fu nostro benefattore; a qualcuno pareva soltanto parolaio, ma non si deve dimenticare che si trovava davanti ostacoli superanti la sua competenza, perché l'Austria doveva punire gl'italiani. Giunge l'ordine di requisizione di due terzi dei bovini, delle capre, pecore e delle galline sulla base della cosidetta «materiale situazione» che si deve compilare ogni mese coi gendarmi. Con questa, dopo molte tergiversazioni, proroghe e viaggi al Distretto comando, del Sindaco, dei consiglieri e degli interpreti posti colle spalle al muro, dovemmo versare 112 vacche, 44 capre, 211 pecore; le galline furono risparmiate.

29 ottobre

Si parla d'armistizio, di pace prossima, ma dagli organi competenti mutismo. Si preludiano invece colossali sconfitte, perché fin da questa notte, la marcia sommergente verificatasi in ottobre 1917, cambiò rotta verso l'aquilone.

2 novembre

Le partenze continuano con maggior intensità, senza interruzione questa notte ed oggi; incidenti notevoli; la paura permanente, molti furti, molte rapine, saccheggio del magazzino operaio della Difesa; razzia di rimanenti bovini e pecore, violazioni di domicilio e rapine.

4 novembre

Si confida che il triste periodo sia chiuso. Sono giunte truppe italiane, le quali con molta audacia spazzano gli avanzi del barbaro. Serpeggiano gravi malattie. Io pure mi trovo con un piede e mezzo nella fossa. Vengo assistito da un ufficiale medico italiano e supero la grave crisi.

Queste memorie scritte furtivamente con i gendarmi alle spalle e con ufficiali di stazione, sempre curiosi di conoscere il motivo del mio arbait riproducono soltanto gli avvenimenti che hanno interessato la generalità degli abitanti e non gli episodi isolati che sono parecchi e che la fama potrà più meno snaturare. Si è sofferto molto, ma si poteva soffrire di più. La nostalgia della patria lontana e della libertà perduta, costituirono la privazione più importante. Le altre, quelle materiali, furono sentite un po' da tutti, ma specialmente da quelli che non possedevano l'abilità di lavorare i campi. I veri poveri non furono mai perduti di vista, nessuno è morto di fame e nel periodo dal 1° novembre 1917 al 1° novembre 1918, avvennero 17 decessi, fra cui due morti violente e cinque vecchi di oltre 80 anni, caso strano, senza medico, senza farmacia e senza medicine.
Nessuno andò in prigione per effetto del permanente giudizio statario. Però non bisogna ritenere che la popolazione abbia mantenuta l'innocenza biblica dei sudditi di Mosè nel deserto. Anzi il sentimento religioso in qualche compaesano, si è rivelato in eccessivo disaccordo colla educazione morale. Bisogna concludere che in molti frangenti, fummo salvati per virtù soprannaturale da noi interpretata «Madonna della Difesa».

Ai posteri l'augurio, di non provare simili sventure e di non lasciarsi prendere dall'invasore.