Le requisizioni in Cadore
Dal diario di Èlia de Lorenzo Tobolo

 

Le piccole botteghe del paese erano state svaligiate e mostravano grandi occhi di porte e finestre spalancate. Nel nostro negozietto tutta la merce rimasta era stata buttata a terra, calpestata, sporcata, resa inservibile. Silenzio, silenzio ovunque. Scomparse le voci e i richiami dei soldati; scomparse le file dei muli scalpitanti di cui si vedevano ancora le impronte, scomparsi i rumori e le voci usuali delle persone al lavoro, ovunque mucchi di rifiuti.

A poco a poco comparvero in maggior numero i tedeschi, che insediarono il Comando in Casa Gera e nell'albergo Tobolo e alloggiarono i soldati nelle case vuote. Non davano fastidio alla gente, ma non provvedevano al suo vettovagliamento, probabilmente riuscivano a mala pena a procurare il necessario per sè stessi. Pativano certamente anch'essi le ristrettezze di una guerra diventata difficile e che si avviava alla fine, presagivano forse la sconfitta, però evitavano di farlo intendere, e soprattutto evitavano di parlarne con quelli che li potevano capire. Ma non fu la fine subito, un intero anno passò: un autunno triste, un inverno freddo, una primavera di speranza e poi un'estate piena di sole. E noi, sparute famiglie tornate ai propri nidi, eravamo affratellate dalla stessa sorte, non esistevano più i contrasti, ognuno cercava il saluto del vicino e lo scambio di un sorriso. Chi conosceva un po' di tedesco cercava di scambiare qualche parola coi soldati e riportava le scarne notizie che riusciva a captare dalle loro voci.

La mamma intanto aveva tirato fuori dai nascondigli ciò che lei e il babbo erano riusciti a mettere in salvo prima di partire; tornarono alla luce materassi e coperte, rivedemmo patate, rape, formaggio, segala, orzo, farina e perfino una piccola damigiana di olio. E uscirono dai nascondigli filo, sapone, aghi, cose di prima necessità e ormai introvabili che, dal nostro negozietto, erano state provvidenzialmente raccolte e nascoste da mio padre. Questi elementi furono una risorsa prodigiosa per la mia famiglia, perchè via via poterono essere scambiate con granoturco che i più abili e validi riuscivano a portare dalla vicina Carnia e dal Friùli. Nostra madre sapeva amministrare e razionava tutto: faceva il pane e divideva in fette, due per uno; divideva la fetta di formaggio in cinque parti: era la razione giornaliera; faceva la polenta e la divideva in cinque pezzi, era il companatico; divideva le patate, contandole; ci dava però una bella tazza di latte perchè la mucca, tornata con noi, ne aveva in abbondanza, e qualche uovo perchè, nel pollaio, avevamo quattro galline.
Scambiando "trada" (che era il filo di canapa usato per trapuntare le suole delle scarpette di pezza) e sapone da bucato, lei era riuscita ad avere, da una famiglia vicina, alcuni chili di pasta trovata nei magazzini militari rimasti incustoditi dopo la ritirata delle truppe. La pasta era bella, invitante, ma al primo bollore spargeva per la cucina un nauseante odore di benzina: evidentemente i soldati l'avevano voluta rendere immangiabile all'invasore. La mamma, però non si arrese: dopo cinque minuti di cottura versava via l'acqua e rimetteva la pasta in altra acqua bollente, ripetendo quest'operazione tre volte, e forse un po' di odore spariva nell'acqua. Ma in quel periodo di fame implacabile fu certamente questo il miracoloso condimento del povero piatto: di circa quattro chili di pasta non fu sciupato neppure un grammo.

Un giorno, tornando da scuola, raccontammo alla mamma che la madre di una nostra compagna aveva fatto il pane con la buccia delle patate, essiccata e macinata. "Bella idea - disse lei - proverò e, se riesce bene, di quel pane ve ne darò quanto vorrete". Le buccie furono via via raccolte, messe da parte, essiccate; quando furono in quantità sufficiente, noi bimbi le macinammo col macinino da caffè. Era un lavoro strano, insolito, ma divertente. Poi la mamma unì quella povera farina con poca altra di segala e noi assistemmo, con una certa curiosità, alla preparazione e alla cottura di quel pane che consideravamo un pochino anche opera nostra. Che voglia di pane! Pane solo! Ma non ce n'era mai abbastanza.
Quando quel pane grigio uscì dal forno fu una festa. Chissà che odore aveva, chissà che sapore, ma noi lo accogliemmo con grida di evviva, e la mamma lo affettò e ce lo diede. Da allora l'operazione venne ripetuta, ma ahimè, anche quel pane successivamente venne razionato.
Per noi bimbi quell'anno di invasione così penosa fu quasi un periodo felice: libertà totale di movimenti e di giochi, scuola ridotta con un maestro spesso improvvisato e per nulla esigente, stomaco in qualche modo appagato, corse gioiose nei prati e nei boschi, totalmente nostri.
Solo più tardi, crescendo, potemmo misurare la tristezza di certe giornate e le preoccupazioni degli adulti, della mamma in particolare, rimasta sola con tre bimbi di 13, 9, 7 anni, più uno che stava per nascere e la nostra nonna Luisa di 74 anni.

Tra Candide e Casamazzagno noi bambini, ritornati in paese dopo il mancato tentativo di uscire dalla zona, eravamo pochi e ci conoscevamo tutti, perchè ci trovavamo assieme nel salone della sacrestia, dove don Pio, il Pievano che aveva scelto di ritornare con la sua gente e alla sua chiesa [...]

Per quello che ricordo devo dire che, a differenza di altre valli, l'invasore da noi non dette noie eccessive, non fece pesare la sua autorità se non per le requisizioni che erano continue; non ho mai sentito parlare di soprusi particolarmente pesanti, o di atti vandalici o disonesti [...]

Il Comando tedesco, per sè e per le donne che vedevamo transitare nei suoi uffici, certamente aveva di che sfamarsi, anche perchè, con ordinanze emesse in continuazione, requisiva tutto ciò che poteva: mucche, capre, pecore, maiali, galline, uova, patate, orzo, e poi foraggio per gli animali, rame e metalli d'ogni genere. Esistono a questo proposito delle note personali fatte in quel periodo da Giovanni Zanderigo Rosolo, che era uno degli amministratori comunali, in cui si parla di cereali e patate seminate e accolte nell'autunno del '17 e di seminagione preventivata dai tedeschi per il 1918.

In una nota, in data 8 febbraio 1918, si precisa che "dalle singole famiglie deve essere fatta denuncia di metalli, animali, foraggio, vettovaglie esistenti" e, in data 4 marzo 1918, altro obbligo di denuncia per "orzo, mistura, animali". In un'altra, del 15 ottobre 1918, si legge testualmente: "Dal Comando Gruppo di Belluno: il Comune di Comelico Superiore dovrà, il giorno 21, ore 8 presentare presso il Comando di stazione di Padola, 210 pezzi, tra buoi, tori, vacche; 54 capre, 60 pecore, 28 maiali, 114 galline. Il bestiame dovrà essere grande e trasportabile. Ordine perentorio se no perquisizioni delle Autorità militari. Nota secondo moduli con nomi e animali".
Seguono altre note riguardanti denunce da farsi, sfruttamento del raccolto, frutti campestri; e poi norme per raccolti, eccetera.
Dove potevano requisivano cercando il consenso dei proprietari; se non riuscivano ad avere spontaneamente, requisivano d'autorità. E la gente, specialmente in fatto di bestiame, metalli, foraggio, dava quanto poteva, per paura.
Un fatto curioso, a proposito di requisizioni; ad Auronzo i tedeschi avevano sequestrato un buon numero di animali e, attraverso il passo di Sant'Antonio, li avevano portati a Padola. Qui una mucca, uscita dal branco, si era avventurata nello spazio tra la canonica e la casa adiacente. Sta calando la sera, e in un batter d'occhio "Pre Vangelista" e il proprietario della casa vicina si accorgono dell'intrusa, la catturano e la portano in cantina. La stessa notte la uccidono, suddividono la carne in pezzi e, nel massimo silenzio, la distribuiscono alle varie famiglie. La fame aveva insegnato ad approfittare delle occasioni ...
Ma la truppa pativa la fame come noi e in certi casi, forse più di noi.

Il Centro Cadore, la Valle del Boite e tutta la zona della Valbelluna ebbero vicissitudini assai più tristi delle nostre in fatto di razzie e di sevizie da parte dell'invasore. Forse soffrirono meno la fame perchè potevano raggiungere con maggior facilità centri agricoli da cui ottenere grano e altri generi di prima necessità, e inoltre la loro terra, posta a un'altitudine inferiore alla nostra, dava raccolti più abbondanti: tutti giocavano d'astuzia per trovare nascondigli sempre più sicuri pei loro prodotti e per quanto erano riusciti a portar via dai magazzini militari, rimasti incustoditi durante la ritirata delle truppe; ma l'invasore riusciva ovunque a fare requisizioni drastiche e frequenti, assai più gravi di quelle perpetrate nella nostra valle, perchè più alta era la posta in gioco. La popolazione bellunese poteva poi ottenere anche qualche notizia, sia pur vaga, circa l'andamento delle operazioni militari, perchè ogni tanto riusciva ad avere un giornale, e qualcosa trapelava sempre attraverso il Comando di zona. Noi in Comelico, tagliati fuori dal resto della provincia dalla Valle (la Gola del Piave) che era invalicabile, perchè tutti i ponti erano stati fatti saltare, eravamo soli, all'oscuro di tutto, dimenticati [...]

Posso solo immaginare la tristezza, la preoccupazione, il tormento delle nostre donne e lo scoraggiamento di mia madre che si scontrava con il fatalismo e la placida filosofia di mia nonna.
In quel periodo triste, fu proprio nostra madre che ci guidò con saggezza veramente esemplare. Dovemmo a lei il non aver patito in modo troppo grave la fame, l'aver conservato intatte salute e robustezza. E il suo intuito si rivelò essenziale quando si oppose alla nostra partenza coi camions della Croce Rossa internazionale che a un certo punto vennero a raccogliere i bambini per portarli - dicevano - in luoghi sicuri. Quei viaggi infatti non ebbero sempre esito positivo, spesso incontrarono ostacoli e deviazioni, alcuni ebbero conclusione drammatica [...]

Nel mese di maggio c'era in chiesa la funzione serale in onore della Madonna. A quella funzione tutta la gente dei due paesi vicini si radunava, entrava in chiesa silenziosamente, le ragazze più grandi cantavano gli Inni dedicati alla Madonna e un ragazzo, scelto fra i più bravi, leggeva a voce alta "Il Fioretto". Noi bambini, di primo pomeriggio, anche se pioveva, andavamo nei prati e raccoglievamo i fiori per porli nella grande fioriera che era davanti alla statua della Madonna, esposta per tutto il mese in mezzo alla chiesa. L'Organo non suonò mai durante tutto il periodo dell'invasione; il Pievano l'aveva diligentemente coperto e messo volutamente a tacere; fu certamente anche quella precauzione a salvare, con tutte le sue canne, lo strumento pregevole del Callido che è oggi ancora la cosa più preziosa della Chiesa di Candide. Le campane invece furono portate via, come quelle di tutto il Comelico, del Cadore e delle terre invase. Ricordo la piazza della Chiesa, con le campane calate dal campanile, allineate (qualcuna rotta, toccando terra di peso) e pronte per la partenza, su carri, verso le fonderie dove dovevano essere, dal nemico, trasformate in cannoni. Ricordo i visi tristi della gente accorsa a salutarle per l'ultima volta e la voce di una vecchietta che, piangendo, diceva: "Kan ke s toéa I sakru, é brut sefiu" (Quando si tocca il sacro, cioè le cose sacre, è brutto segno).