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Da Candide sentivamo il rimbombo delle granate fra le montagne, i nostri genitori,
con visi seri e preoccupati, parlavano di tedeschi che bombardavano Padola e un
senso di paura colse anche noi bambini. Restammo sgomenti quando vedemmo alcune
famiglie, proprio di Padola, scappare a Candide con bambini piccoli e poche masserizie,
perchè le loro case venivano raggiunte dalle granate del nemico da Sesto, attraverso
il Passo della Sentinella. Raccontavano che una bomba era caduta nella piazza,
proprio davanti la chiesa; che già qualche casa era stata colpita; che vetri cadevano
in frantumi da varie case per lo spostamento d'aria causato dalle bombe che
esplodevano; che una donna era morta. Era Agnese Ribul Olzer, sorella di
"Pré Vangelista" e che gli faceva da Perpetua. Fu sollecitata a scendere in cantina
con altra gente rifugiatasi in canonica, ma volle prima entrare nel retro cucina
per lavarsi le mani. Proprio lì venne colpita da un gran frammento di bomba e
uccisa all'istante.
Anche da noi venne una famiglia con due bambini, conoscenti di mia nonna, e la
mamma li ospitò meglio che potè, improvvisando letti e aggiungendo piatti alla
nostra tavola. Con quei bambini giocavamo, lontani ancora lontani dai problemi che
pesavano sugli adulti. Ma la convivenza non durò a lungo: poco dopo i soldati
cominciarono a scendere dalle montagne a gruppi sempre più fitti. E noi notavamo
in essi sguardi sgomenti, mentre obbedivano a comandi che li facevano spostare
con muli e munizioni. Poi a gruppi, li vedemmo partire verso paesi a noi sconosciuti.
Partirono lunghe file di muli e di soldati, partì con loro il nostro "Gramla",
partì il cuoco della pastasciutta. Nelle impronte lasciate da muli e uomini, negli
accampamenti seminati di paglia e di rifiuti, vedevamo un deserto che ci faceva
sgomento.
Ci aggiravamo in quei luoghi come in un cimitero e non avevamo più voglia di giocare,
ricordavamo tutto con rimpianto, constatavamo che davvero il nostro piccolo mondo
era cambiato, che tanti amici ci avevano lasciati soli. Che sarebbe stato di noi?
La risposta venne assai presto: dopo la grande battaglia del Monte Piana del 23
ottobre, giunse la notizia che a Caporetto i nemici avevano sfondato le linee e
stavano entrando in Italia, occupando il Friuli e il Bellunese. I difensori del
Monte Piana, delle Tre Cime di Lavaredo, di tutte le zone che avevano visto per
oltre due anni i loro accampamenti, scesero, soprattutto attraverso Misurina e la
Valle del Boite pel Centro Cadore e dall'Agordino e dallo Zoldano per la Val Belluna.
Dalle montagne nostre del Comelico i soldati si ritirarono affrettatamente, lasciando
indietro, o bruciando, materiale bellico, viveri, vestiario che nessuno poteva
raccogliere perchè la nostra zona, ch'era zona di operazioni, doveva per forza
venire abbandonata da tutti, assieme alla ritirata delle truppe.
Le Autorità civili e militari infatti diedero ordine di sgomberarla immediatamente:
quattro ore di tempo, dal mezzogiorno alle sedici. Erano le prime giornate di
novembre del 1917. Tra i due Comandi però ci fu un incrociarsi di ordini e contrordini
che sgomentarono la gente sorpresa nelle case e nei lavori dei campi; una sola cosa
era certa, bisognava scappare. E con la paura, fra una confusione spaventosa, la
gente correva, si aggirava nelle proprie case senza connettere logicamente sul da
farsi. Raccoglieva qualcosa in fagotti che trascinava con sè sulle spalle o su un
carrettino improvvisato; nascondeva in casa oggetti e alimenti colla speranza di
ritrovarli al ritorno; si consolava colla prospettiva che la lontananza sarebbe
stata breve. Non si preoccupava nè di lavarsi, nè di cambiarsi di vestito; pensava
soltanto alla guerra che la cacciava via dalla sua casa e dalla sua terra, in una
fuga verso l'ignoto. C'era chi non s'era mai allontanato dal paese e il distacco,
per questi, rappresentava la fine d'una vita, la morte certa. E con la raccolta
di masserizie, spesso inutili, come avviene in questi casi, senza il tempo di
scambiare parole e consigli nemmeno coi vicini di casa, avvenne la partenza anche
per noi, assieme ad altri, a piedi verso Dosoledo, Padola, Passo di Sant'Antonio,
e giù per le scorciatoie, verso Auronzo. Per noi bimbi si trattava di un viaggio,
il primo della nostra vita, verso un mondo sconosciuto, del tutto nuovo, perciò
pieno di imprevisti inquietanti. Fino allora il nostro mondo era sempre stato segnato
dall'orizzonte delle nostre montagne, al di là c'era un mondo nuovo che ora cercavamo
di scoprire con occhi curiosi e affascinati, ma nello stesso tempo con apprensione
e spavento. Solo la vicinanza degli adulti equilibrava questi nostri sentimenti
contrastanti e ci dava una certa tranquillità.
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