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La battaglia nelle Dolomiti è stata forse la più meravigliosa di tutte queste
remote campagne. Sono giunto lassù in macchina fino a che la nuova strada si arrampica
sui fianchi della Tofana N.2; poi per un tratto a dorso di mulo lungo il fianco
della Tofana N.1 e quindi a piedi fino alle vestigia del famoso Castelletto.
L'aspetto di queste montagne è particolarmente torvo e malvagio; sono monti antichi
ed erosi che torreggiano in enormi pareti verticali di un grigio giallastro, spigoli
appuntiti costellati quà e là da fenditure e guglie con le estremità seghettate e frastagliate;
il sentiero sale e passa attorno al bordo della montagna sopra vaste pietraie che
degradano ripidamente verso dei precipizi. In lontananza si ergono altre masse
montuose aspre e dall'aspetto desolato, sulle quali brillano talvolta i segni di
vecchie nevi. Più in là vi è una tetra vallata di pini stentati attraverso la quale
passa la strada delle Dolomiti.
Mentre salivo verso la parte superiore, due feriti stavano scendendo su dei muli.
Nonostante fosse metà agosto, erano vittime di congelamento. Tra due grosse cime,
un fantaccino con alcuni rifornimenti saliva con la teleferica verso una qualche
posizione sulla cresta. Praticamente ovunque sui pinnacoli ghiacciati ci sono posti
di osservazione per dirigere il fuoco dei grossi calibri posizionati nelle sottostanti
pendici, o nidi di mitragliatrice, oppure piccole vedette che aspettano il trascorrere
delle tetre giornate. Spesso non hanno collegamento alcuno con il mondo sottostante
se non un'arrampicata assai ripida o un cavo di teleferica. La neve e le tempeste
li possono tagliare fuori completamente rispetto al resto dell'umanità. I malati ed
i feriti sono costretti a cominciare il loro viaggio all'ingiù verso il calore ed
il conforto in vertiginosi carrelli che oscillano verso la testa della mulattiera.
All'inizio tutte queste creste erano in mano austriaca; furono prese d'assalto
dagli Alpini in condizioni pressochè incredibili. Per quindici giorni, ad esempio,
salirono combattendo i ghiaioni sui fianchi della Tofana N.2 fino all'ultima balza,
percorrendo forse un centinaio di metri d'ascesa al giorno, nascondendosi sotto le rocce
e nelle buche di giorno e ricevendo rifornimenti e munizioni, e avanzando di notte.
Furono vittime del fuoco di fucileria, mitragliatrici e di particolari bombe, grosse
palle di ferro della dimensione di un pallone da calcio riempite con esplosivo che
venivano semplicemente lanciate lungo il pendio. Evitarono razzi e proietti. In
un'occasione si arrampicarono su per un camino la cui difficoltà alpinistica era
ben al di sopra della media. Dev'essere stato come prendere d'assalto i cieli. I
morti ed i feriti rotolavano in burroni inaccessibili. Scheletri solitari, brandelli
di uniforme, frammenti d'arma si aggiungeranno agli interessi alpinistici di
queste sparute vette per molti anni a venire. In questo modo venne conquistata
la Tofana N.2.
Ora gli italiani stanno organizzando a difesa il loro premio, e così ho visto molto
sopra di me, sul ripido grigio pendio, una striscia pressochè continua di puntini come
delle formiche, ciascuna che portava un piccolo uovo giallo brillante: erano muli
che portavano sul dorso cataste di legname ...
Ma una singola posizione si stagliava imprendibile; il Castelletto, un'immensa
fortezza naturale di roccia che si erge presso un angolo della montagna in posizione
tale da dominare le comunicazioni italiane (la Strada delle Dolomiti) nella valle
sottostante, e rendere poco agevoli e malsicure tutte le loro posizioni. Questo
odioso avamposto era praticamente inaccessibile sia dal basso che dall'alto ed
oltretutto non permetteva agli italiani neppure di gettare lo sguardo verso la Val
Travenanzes, cui era posto a difesa. Si trattava, di fatto, di una posizione
imprendibile contro la quale si oppose l'invincibile V Gruppo Alpini. Si trattava
dell'antico problema della forza irresistibile contro un oggetto inamovibile. Ed
il risultato fu la più grande mina militare di tutta la storia.
Il lavoro iniziò a gennaio, 1916, con alcune osservazioni della roccia in questione.
Il lavoro di sondaggio per gli scavi, che non è mai semplice, diventa maggiormente
complesso quando il sito è occupato da forze ostili armate di mitragliatrice. In
Marzo, mentre le nevicate invernali si quietavano, l'apparecchiatura mineraria
iniziò ad arrivare, a dorso di mulo fin dove possibile, poi portata a spalla.
Complessivamente si dovette scavare circa mezzo chilometro di galleria fino alla
camera di mina, mentre l'esplosivo veniva fatto affluire carico per carico e poi
nascosto ora qui ora là in posizioni sparse. Alla fine ne furono raccolte trentacinque
tonnellate nella camera più interna. E mentre le perforatrici scavavano ed il
lavoro proseguiva, il tenente Malvezzi studiava accuratamente il problema del "massimo
effetto dirompente" (in italiano nel testo originale, NdT) per determinare come
accatastare ed innescare il suo piccolo gruzzolo. L'11 luglio, alle 3.30, come si
compiace di riportare nella sua relazione, "la mina rispose perfettamente sia in
termini di calcoli eseguiti che di risultati pratici", ovvero gli austriaci
erano in gran parte spariti mentre gli italiani erano in possesso del cratere del
Castelletto e guardavano giù verso Val Travenanzes dalla quale erano stati respinti
per lungo tempo. Nell'arco di un mese le posizioni furono sistemate e rinforzate
da ulteriori scavi e dalla posa di sacchetti di terra contro il fuoco nemico, tanto che
perfino uno scrittore inglese di mezza età, stanchissimo, accaldato e senza fiato
poteva godere del medesimo privilegio. Tutto ciò, si deve sapere, fu portato a termine
ad un'altitudine raramente raggiunta da un turista normale, in un'atmosfera rarefatta,
affaticante, con sbuffi di nuvole che solcano l'aria limpida e [club-huts] a portata
di mano ...
In questi monti le valanghe sono frequenti; e precipitano infischiandosene delle
umane strategie. In molti casi sul percorso delle valanghe passano delle trincee;
queste e gli uomini in esse vengono periodicamente spazzati ed altrettanto periodicamente
rimpiazzati. Sono posizioni che devono essere tenute; se gli italiani non affrontassero
questi sacrifici, lo farebbero gli austriaci. Valanghe e tempeste di ghiaccio
hanno ammazzato o ferito migliaia di uomini; in questa austera e vertiginosa campagna
di guerra devono render conto di altrettante vittime quante sono state quelle provocate
dagli austriaci ...
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