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Lo avevano chiamato Antonio in ricordo del nonno paterno che era stato sindaco
di Venezia e nel 1876, appena due anni prima di morire, aveva ottenuto la nomina
a senatore del Regno. Anche suo nonno materno, Francesco Ferrara, era stato
senatore, oltre che docente di economia politica a Torino e Pisa, e da buon palermitano
aveva strenuamente sostenuto l'autonomia della sua Sicilia dopo l'impresa del Mille.
Come altre benestanti famiglie veneziane, anche quella dei Berti amava trascorrere
un periodo di villeggiatura all'ombra delle cime dolomitiche. A Cortina, all'età
di diciassette anni, Antonio ebbe così l'occasione di incontrare altri ragazzi,
veneziani come lui, coi quali iniziò ad esplorare i magnifici dintorni della
"Perla delle Dolomiti". Era l'estate del 1899, e assieme a Giovanni Chiggiato ed
ai fratelli Marco e Benno Geiger, Antonio mise, per la prima volta in vita sua,
le mani sulla roccia salendo le pareti del Cristallo. Tale fu la sua soddisfazione
che volle subito ripetere quell'inebriante esperienza e imparare ancor meglio
l'arte di arrampicare. Ebbe la fortuna, nella stessa estate, di incontrare da quelle
parti il famoso alpinista Orazio de Falkner che accettò volentieri di fargli da
guida, e la Croda da Lago divenne la fucina dove il "vecchio" forgiò il talento
del "ragazzo".
Negli anni successivi Berti scalò una ad una tutte le principali cime ampezzane,
senza però rubare troppo tempo ai suoi studi universitari. A Padova si laureò,
puntualmente e a pieni voti, dottore in medicina e subito dopo accettò il suo primo
incarico, come medico per villeggianti, al Pian delle Fugazze, ai piedi del Pasubio.
Lì ebbe l'occasione di conoscere il pittore Luigi Tarra e due giovani sposi, Maria
e Gino Carugati, coi quali fece subito amicizia grazie alla comune passione per
la montagna. In seguito condivise con loro, in molte occasioni, il piacere di salire
le cime del Cadore e il loro entusiasmo finì ben presto col contagiare molti
altri giovani.
Nel 1908 comparve, sugli scaffali delle librerie, un volumetto di 116 pagine fitte
di storie di uomini e montagne: era la prima "Guida delle Dolomiti del Cadore"
che Antonio Berti dedicava alle sue cime. Tale fu il successo di quel primo libretto
che nel 1910, in occasione dell'inaugurazione del rifugio Padova, gli venne chiesto
di realizzare una guida che descrivesse, in particolare, le Dolomiti della Val
Talagona.
Nel 1914 Antonio Berti sposò la contessina Maria Suman di Padova e, tanto per non
smentirsi, la portò in viaggio di nozze alla conquista della Torre Wundt sui
Cadini di Misurina.
Alle soglie del conflitto mondiale, tutte le accurate descrizioni e i minuziosi
disegni delle vie dolomitiche che Berti andava raccogliendo, divennero preziose
anche per lo Stato Maggiore che, su quelle montagne, stava predisponendosi alla guerra.
Quando venne l'ora, anche Berti si arruolò come volontario tra gli Alpini del
battaglione Val Piave e la sua esperienza di scalatore, unita alla perfetta conoscenza
dei luoghi, venne subito messa a frutto: distogliendolo temporaneamente dai suoi
impegni di ufficiale medico, gli venne affidata l'organizzazione dei lavori per
installare un grosso faro sulla Cima Grande di Lavaredo.
Il posto di primo soccorso era situato ai piedi delle Tre Cime e poco distante
Berti aveva montato la sua tenda, proprio a ridosso della Cima Piccolissima.
Mentre curava i compagni feriti, ascoltava da loro il racconto delle molte battaglie
che si stavano svolgendo tutt'attorno, fra le crode di Lavaredo, sul Monte Piana,
sul Popera, sulla Croda Rossa e Cima Undici. Finita la guerra, Berti riporterà
quelle testimonianze sulle pagine di numerosi libri nei quali la fredda cronaca
degli avvenimenti sarà sempre accompagnata dal calore umano dei protagonisti
("Guerra per crode", "Guerra in Cadore", "Storia dei battaglioni Val Piave e Antelao",
seguiti più tardi da "Storia dei volontari cadorini" e "Crode contro crode").
Degli eventi bellici Berti fu cronista e spesso protagonista. Curò, tra l'altro,
l'alpino De Luca ferito nello scontro con la pattuglia di Sepp Innerkofler e si
prese cura di mandare un suo attendente di sanità, Angelo Loschi, a dare degna
sepoltura al corpo di Innerkofler che giaceva fra le rocce del camino Oppel.
Finita la guerra, Berti lavorò per un certo tempo come libero docente in fisiologia
umana, patologia medica e clinica medica, diventando quindi primario all'ospedale
di Vicenza dove esercitò per più di trent'anni. Risiedeva in quella città già da
tempo e nel 1908 era stato il primo vicentino ad essere ammesso al Club Alpino
Accademico Italiano.
Nel 1928 arrivò in libreria un volumetto tascabile, composto da fogli sottili rilegati
in tela, ricco di itinerari, descrizioni di vie d'arrampicata, aneddoti e storie
vissute: era la seconda edizione della "Guida", il prototipo di tutte le altre
che usciranno in seguito sia in Italia che all'estero.
Durante la seconda guerra mondiale Berti venne fortemente colpito dalla morte di
suo figlio Sandro, ufficiale d'artiglieria ucciso dalla Ghestapo, ma ancora una
volta il suo amore per le montagne gli servì d'aiuto per superare il difficile
momento. Si immerse nella lettura dei versi e dei brani coi quali, poeti e scrittori
d'ogni epoca, avevano celebrato l'incanto della montagna. Li raccolse poi in un
libro dalle cui pagine sembrava uscisse davvero la voce delle crode e lo intitolò
"Parlano i monti".
Nella primavera del 1947, per il comune interesse di 19 Sezioni del CAI, prese
vita la rivista "Le Alpi Venete", ma Antonio Berti, pur sostenendo l'iniziativa,
non volle impegnarsi in prima persona. La direzione della testata fu affidata a
suo figlio Camillo e Antonio Berti collaborò con articoli ed editoriali che, per
sua scelta, furono talvolta pubblicati in forma anonima.
Considerato che anche la seconda edizione della "Guida" era ormai esaurita da
molti anni, e che non era più possibile contenere in un unico testo tutti gli
opportuni aggiornamenti, Berti dette l'incarico ad Ettore Castiglioni di perfezionare
la parte relativa alle Alpi del confine carnico-cadorino e a Giovanni Angelini
quella riguardante le Dolomiti zoldane e bellunesi. Berti tenne per sé la revisione
dei capitoli riferiti alle cime del Cadore, dell'Ampezzano e della Val di Sesto,
lasciando ai suoi figli la pubblicazione della guida dei monti in sinistra Piave,
dal passo Mauria fino alla pianura.
Dal 1954 Antonio lasciò la sua casa di Vicenza e andò ad abitare a Padova assieme
a suo figlio Tito. Due anni dopo, all'età di 74 anni, lo spirito di Berti poté
finalmente vagare libero tra le montagne. Il corpo venne sepolto a Venezia, sua
città natale, nel cimitero dell'isola di San Michele.
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