Luigi Masini nasce a Firenze il 26 ottobre del 1889 e muore a Bergamo il 15 marzo del 1959.
Suo padre, Otello, era un fervente mazziniano e divenne deputato del Partito
Repubblicano ai primi del Novecento.
Luigi, fin da ragazzo, aveva dimostrato una forte passione per la montagna. Come
lui stesso diceva, la sua felicità era quella di “andare su per le rocche” ad arrampicare.
Nel 1911 frequentò il corso per Ufficiali di Complemento dopo il quale venne assegnato,
col grado di sottotenente, al 21° Reggimento fanteria col quale partecipò in Libia
alla guerra italo-turca. Passato in servizio permanente effettivo, chiese di essere
assegnato al Corpo degli alpini e dopo il corso d’applicazione d’arma, nel 1913,
venne assegnato alla 78ª compagnia del battaglione "Belluno".
Nel 1915, allo scoppio della guerra, partecipò ai primi combattimenti sul fronte
Dolomitico attorno al Castelletto della Tofana di Rozes. Il 24 settembre, per
dare copertura di fuoco ai plotoni che attaccavano dal basso quella posizione,
Masini attrezzò una difficile via di scalata sul costone sud-ovest della Tofana
piazzando una mitragliatrice per battere sul rovescio le postazioni nemiche.
Tali furono le difficoltà incontrate che, anziché impiegare le sei ore previste,
per portare a termine l’operazione ne servirono diciotto. La postazione, in seguito
denominata “Scudo”, venne infine consolidata e risultò determinante anche nel
corso delle successive operazioni d’attacco al Castelletto.
In autunno Masini passò al comando della 229ª compagnia del "Val Chisone" che venne
impegnata sul Piccolo Lagazuoi nella conquista della Cengia Martini e nella presa
della Punta della Fede.
Il 19 marzo del 1916, di propria iniziativa e trasportando a braccia sul bordo
estremo della cengia un pezzo d’artiglieria, Masini e i suoi uomini riuscirono a
colpire alcuni baraccamenti addossati alla parete sud del Sasso Bucato, stracolmi
di Austriaci che festeggiavano l’onomastico del loro Imperatore.
Le azioni sul Piccolo Lagazuoi fecero guadagnare a Masini una medaglia d’argento
al Valor Militare.
Nel giugno del 1917, promosso capitano, assunse il comando del battaglione "Belluno"
trasferito alla II Armata per l’azione della Bainsizza (11ª battaglia dell’Isonzo).
Con lo stesso battaglione partecipò quindi alle operazioni di opposizione sul Monte
Rosso e sul Monte Stol. Sfuggito all’accerchiamento nemico, dopo la rotta di Caporetto,
il battaglione ripiegò a Belluno dove, ricomposto, venne impiegato per la difesa
dell’altipiano del Cansiglio. Nonostante l’accanita resistenza, gli Alpini dovettero
ripiegare anche da quelle posizioni potendo sfuggire all’accerchiamento solo attraverso
il Lago di Santa Croce su barche condotte per la maggior parte da ragazze del luogo.
Gli uomini del Belluno, divisi in gruppi per meglio sfuggire alla cattura, tentarono
di rientrare tra le proprie fila attraversando il fronte che si era nel frattempo
consolidato lungo la linea del Piave. In quel tentativo, la fortuna arrise solo
al capitano Masini e al tenente Mario Cadorin.
Nominato comandante del battaglione "Val Cismon" e più tardi del "Monte Pelmo",
Masini partecipò quindi alla difesa del Grappa e alla ricacciata degli autro-ungarici
nella battaglia di Vittorio Veneto.
Al termine della guerra partecipò alla Commissione incaricata di tracciare i nuovi
confini tra Italia e Jugoslavia.
Nel 1926 passò al 5° reggimento alpini e col grado di maggiore, prese il comando
del battaglione "Tirano".
Nel 1928 assunse la direzione della “Scuola di Specializzazione Alpina” effettuando
con i suoi allievi una difficile ascensione invernale sul gruppo del Bernina.
Nel 1930 l’Ispettorato delle Truppe Alpine gli conferì il titolo di “Alpinista militare”
istruttore di sci e arrampicata su roccia. Nello stesso anno venne trasferito al
7° reggimento dove assunse il comando del battaglione "Feltre".
Nel 1933, nominato tenente colonnello, contribuì a dar vita alla “Scuola Centrale
Militare di Alpinismo” ad Aosta assumendone l’anno dopo in comando. Essendo in
disaccordo con le "scelte politiche" dell’epoca, nel 1937 Masini venne relegato
in un ufficio presso il Corpo d’Armata di Firenze, ma nel 1938 fu inaspettatamente
promosso generale e messo al comando del 4° settore di copertura Varaita–Po della
Guardia di Frontiera. Spostato, sempre con lo stesso incarico, nella zona di Tolmino,
ritrovò vecchi amici di origine slovena tramite i quali prese contatto col movimento
antifascista.
L’8 settembre del 1943 il generale Masini riuscì a sfuggire alla cattura da parte
dei tedeschi rifugiandosi nei dintorni di Caporetto.
Qualche mese dopo entrò in contatto con le formazioni partigiane e assunse il comando
delle "Fiamme Verdi" con le quali operò, alla testa di circa 7000 uomini, nelle
valli bresciane e bergamasche, in Brianza e in Valle Ossola.
Al termine della guerra fu nominato Commissario straordinario per il Club Alpino
Italiano e in tale veste riorganizzò le strutture associative e diede inizio alla
ricostruzione dei molti rifugi distrutti durante la guerra. Nel 1947 venne eletto
alla carica di Presidente nazionale del C.A.I.
Avendo aderito al Partito Socialista Italiano, nel 1953 gli venne offerta la
candidatura alla Camera per la circoscrizione di Bergamo-Brescia dove risultò eletto.
Luigi Masini morì a Bergamo il 15 marzo del 1959.
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