A Follina, ai piedi delle Prealpi bellunesi, il 6 novembre del 1884 Maria Magro mette
al mondo il suo terzo figlio. Tre giorni dopo è domenica e recuperate le forze,
Maria sale alla chiesa dell’Abbazia per battezzare il suo bambino. Le fanno compagnia
il marito Colmano Meneghetti, sua cognata che farà da madrina e Fiorenzo, l’altro
figlio che ha appena compiuto tre anni. Dionigi invece, il primogenito, non c’è più:
è morto che aveva solo sette anni per un attacco di difterite. Proprio in quei tragici
momenti, mentre vegliava il ragazzino in fin di vita, Maria aveva fatto un voto
alla Madonna: il prossimo figlio si sarebbe chiamato Nazzareno e sarebbe stato
avviato al sacerdozio.
In quei tempi difficili la famiglia Meneghetti può ritenersi abbastanza benestante:
Colmano ha una piccola sartoria e sua moglie gestisce un negozio di alimentari al
quale, più tardi, si aggiungerà anche la licenza dei monopoli di Stato.
Nazzareno frequenta le scuole elementari prendendo, a dieci anni, la maturità della
quarta classe e nel 1895 va in parrocchia da don Giuseppe che gli impartisce lezioni
di latino in preparazione al suo ingresso in seminario. Alla fine dell’anno supera
l’esame e viene ammesso alla seconda ginnasiale. Entra in seminario a Ceneda e nel
1899 va al liceo pubblico di Treviso per sostenere l’esame di licenza ginnasiale.
Nazzareno non è però convinto che la sua aspirazione sia proprio quella di farsi prete
e nel 1903, finito il liceo, pur sapendo di procurare a sua madre un grosso dispiacere,
lascia il seminario e si iscrive alla Facoltà di Lettere a Padova.
Durante il primo anno universitario presta anche il servizio miliare e viene ammesso
al corso per allievi Ufficiali di complemento presso il 14° Reggimento Fanteria
nella caserma di Santa Giustina in Prato della Valle. Nel luglio del 1904, col grado
di sergente, è assegnato all’80° Fanteria a Venezia dove gli viene affidato il 4°
plotone della IV Compagnia. A ottobre è a Verona preso la sede del Corpo d’Armata
e dopo la nomina a ufficiale, viene mandato a Bologna aggregato alla 2ª compagnia
del 40° Fanteria. Il 31 dicembre del 1905 Nazzareno smette il servizio militare e
si dedica a tempo pieno agli studi universitari. Si è nel frattempo iscritto all’ateneo
di Bologna dove Giovanni Pascoli, il poeta, accetta di fare da relatore per la sua
tesi di laurea.
Durante un breve soggiorno a Oderzo nel 1906 conosce Maria, una diciottenne di nobile
famiglia della quale s’innamora a prima vista. Nel 1907, assistito dal professor
Pascoli, discute la tesi che ha come argomento “Lord Byron a Venezia”, ottenendo
successivamente la sua pubblicazione da parte della casa editrice veneziana di Giovanni
Fabris. Appena laureato ottiene, proprio a Oderzo, una supplenza alla scuola tecnica
governativa e può così continuare a frequentare la contessina di Porcìa. La gioia
di quei momenti è però spezzata, nello stesso anno, dalla morte di suo padre Colmano.
Nel 1910 Nazzareno si trova a Varese dove ha accettato una nuova supplenza e qui,
dopo la promozione a tenente, decide di mettersi a disposizione della Patria assumendo
il comando di un plotone di volontari ciclisti che si è appena costituito.
Due anni dopo, il 1° di aprile, sposa finalmente la contessina Maria di Porcìa portandola
in viaggio di nozze a Venezia e tornando poi con lei a Varese. Poco tempo dopo i
due sposi ritornano in Friuli, a Cividale, dove Nazzareno ha vinto una cattedra d’insegnamento.
Qui nasce Silvia, la loro prima bambina, ma poco dopo la famigliola si trasferisce
ancora una volta: a Udine si è reso infatti disponibile un posto fisso presso un
istituto ginnasiale.
Richiamato alle armi allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel maggio 1915
Nazzareno chiude l’appartamento di Udine e porta moglie e figlia dai suoceri a Oderzo.
L’ultimo giorno di maggio si presenta a Treviso al deposito del 55° Reggimento di
fanteria “Marche” e l’indomani è già inviato ad Auronzo dove si trova distaccato
il III Battaglione. Il tenente Meneghetti viene messo alla testa del 1° plotone
della 9ª Compagnia ma, dovendo sostituire il capitano Pacellini, passa poco dopo
al comando della 10ª . Sul Monte Piana, avendo alle sue dipendenze altre tre Compagnie
del 55°, la 6ª del 56° e, dopo la ferita del Cap. Rossi, anche la 96ª degli Alpini
del Pieve di Cadore, sostiene duri combattimenti che si protraggono per cinque
giorni e cinque notti. Il 20 luglio va all’assalto in testa alla 2ª Compagnia e, dopo
aver recuperato morti e feriti, è costretto a ritirarsi attraverso il Vallone dei
Castrati.
Quest’azione gli frutta un encomio solenne anche se, per azioni di minor valore,
ad altri vengono attribuiti onori ben maggiori. L’encomio descrive comunque il suo
eroico comportamento:
“Dimostrò elevato sentimento del dovere, fermezza e coraggio nel condurre all’assalto
la sua e un’altra Compagnia rimasta con un solo ufficiale; protesse col fuoco il
ripiegamento dei reparti vicini, raccolse i feriti e lasciò ultimo le linee di
combattimento”.
Nazzareno Meneghetti può essere considerato lo storico del 55° Reggimento di fanteria
e gli avvenimenti della sua guerra in Cadore, dal 24 maggio al 20 ottobre 1915,
sono descritti nella monografia “Montepiana” pubblicata dalla casa editrice Alba
di Milano nel 1935.
Verso la fine di ottobre il 55° lascia il Cadore e viene rimpiazzato da reparti
di bersaglieri e territoriali; i Fanti scendono fra Pelos e Calalzo per un breve
periodo di riposo. In quei giorni Nazzareno può rivedere finalmente sua madre, la
moglie e la figlioletta Silvia. Il 20 ottobre parte quindi per il fronte sull’Isonzo,
fra il Sabotino e Oslavia dove, tra l’altro, riesce a scampare a un’epidemia di colera.
Durante l’offensiva autunnale contro la testa di ponte di Gorizia, mentre si svolgono
i combattimenti a quota 188 di Oslavia, in Val dell’Acqua, al Lenzuolo bianco e nel
Vallone della Morte, Meneghetti è impegnato nelle trincee di Podsabotino lanciandosi
in continui assalti alla testa dei suoi Fanti. Col grado di capitano, il 2 dicembre
assume il comando del Battaglione schierato nelle trincee ai piedi dello sperone
del Sabotino dove gli austriaci hanno costruito il cosiddetto “fortino triangolare”
e con la 12ª Compagnia riesce a occupare il posto avanzato di Cà dell’Abete.
Gli avvenimenti tra il 21 ottobre e il 15 dicembre del 1915 sono descritti da Meneghetti
in un secondo libro intitolato “Un battaglione sacro”.
Il 15 dicembre Nazzareno viene ferito da una scheggia di granata alla mano sinistra
ed è per ciò ricoverato prima all’ospedale contumaciale di Udine e qualche giorno
dopo all’ospedale “Zacchi” di Treviso. Dopo aver trascorso clandestinamente il Natale
in famiglia a Oderzo, nonostante la mano non sia ancora pienamente guarita, viene
inviato a Taranto per accompagnare 370 complementi che devono imbarcarsi per l’Albania
dove, nel frattempo, ha preso posizione anche il suo Reggimento. A Taranto gli giunge,
inaspettato, l’ordine di imbarcarsi con l’incarico di aiutante maggiore in prima al
Comando del 38° Reggimento. Parte quindi col piroscafo “Molfetta” sbarcando a Valona.
Inviato a Krionero, piuttosto che rimanere immerso tra le scartoffie, si fa affidare
il comando di una Compagnia e diventa “Il capitano della quarta”, il protagonista
del suo libro intitolato “Nella terra di Eleno”. Guida la sua Compagnia alla conquista
dei villaggi della Chimarra lungo una linea che supera i trenta chilometri. Si
dedica inoltre alla costruzione di opere civili che gli fruttano la stima dei capifamiglia
locali, riconoscimento che per Nazzareno vale ben più della medaglia al valore tante
volte promessa e mai giunta.
Nel settembre 1917 Meneghetti chiede di essere ammesso al corso per Ufficiali di
Stato Maggiore e il giorno 20 s’imbarca per Brindisi sul piroscafo “Dandalo”. Diretto
a Verona, passa per Follina dove sta per nascere la sua seconda figlia: Nerina. Durante
quella breve sosta in famiglia si accorge di aver contratto la malaria complicata da
paratifo ed è quindi costretto a ricoverarsi presso l’ospedale militare di Crocetta
Trevigiana. Appena dopo gli avvenimenti di Caporetto viene trasferito all’ospedale
di Aosta. Nonostante i gravi rischi dell’invasione austriaca, sua madre decide di
rimanere a Follina mentre la moglie con le figlie si trasferiscono profughe a Mesnago
di Varese assieme genitori di lei. Cessata la febbre, a metà novembre, Nazzareno
ottiene una licenza di convalescenza e raggiunge moglie e figlie a Mesnago. Lì ha
però una ricaduta e viene per ciò ricoverato all’ospedale militare di Bizzozero, nei
pressi di Varese. Rimessosi in salute, il 31 gennaio del 1918, si presenta a Como
per frequentare il corso di Stato Maggiore al quale era stato ammesso tre mesi prima.
Alla fine del corso è assegnato al VI Corpo d’Armata che si trova schierato sul Grappa.
Manda la famiglia in Toscana e il 31 marzo parte per il fronte, col grado di maggiore,
assegnato agli Uffici Operazioni di Ordinamento Riuniti, agli ordini del colonnello
Michele Serra. Nel suo nuovo incarico è affiancato dal maggiore Mario Ceard e dal
capitano Giriodi col compito di fare da collegamento tra il Comando e le linee di
combattimento del Mussolente e del torrente Lastego dove si schiera, a un certo punto,
anche la sua vecchia brigata Marche.
Il suo pensiero però è sempre rivolto al di là della linea del Piave dove a Follina
è rimasta sua madre della quale riesce ad avere solo poche notizie tramite la Croce
Rossa. Sente dire che in paese c’è un gran viavai di austriaci impegnati nella costruzione
di una strada di collegamento fra Trichiana e Tovena attraverso il Passo San Boldo.
Nazzareno ottiene una licenza durante la quale va a trovare sua moglie e le figlie
a Lastra a Signa, rientrando a San Zenone il 14 giugno, proprio quando scoppia l’offensiva
austriaca. Da Villa Rovero, sede del Comando di Corpo d’Armata, viene subito spedito
ad accertarsi dello stato delle linee di fronte a Col delle Farine dove, di propria
iniziativa, partecipa al contrattacco e alla conquista di posizioni avversarie.
Iniziata la battaglia del Piave, il 30 ottobre giunge notizia che l’avanzata italiana
è ormai giunta sulla linea Conegliano-Refrontolo-Follina. Meneghetti pensa allora di
raggiungere il suo paese natale e a bordo di un sidecar, superato il Piave su una
passerella improvvisata, raggiunge Follina. Trova sua madre che, nonostante tutto,
sta bene e Nazzareno la rinfranca portandole viveri e generi di conforto. Da lì a
pochi giorni, la battaglia di Vittorio Veneto mette fine al conflitto.
Finita la guerra Meneghetti è messo a capo della Segreteria dell’Ufficio Operazioni
a San Zenone e a gennaio del 1919 raggiunge il Comando del Corpo d’Armata a Collaredo
di Montalbano in Friuli.
Alla fine dello stesso mese si congeda e ritorna all’insegnamento. Promuove nel
contempo la costituzione dell’Associazione Combattenti della conca di Follina, una
delle prime sorte in Italia, e quella di Cison di Valmarino. Si trasferisce quindi
a Udine dove riprende il suo posto da insegnante alla Regia Scuola Tecnica “Pacifico
Vellussi”.
Ottiene il titolo di Cavaliere della Corona d’Italia dopo averlo rifiutato una prima
volta per protesta contro i torti subiti dagli ufficiali di complemento nel dopoguerra.
Successivamente viene promosso al grado di tenente colonnello per meriti speciali e
durante il secondo conflitto supera l’esame da colonnello.
Professore per più di 40 anni, Nazzareno Meneghetti diventa preside del ginnasio
“Ugo Cosmo” di Vittorio Veneto e del “Berchet” di Milano. Oltre alle memorie di
guerra scrive, in veste di latinista, alcuni saggi e numerose recensioni.
Muore a Conegliano il 18 aprile 1957 ed è sepolto nel locale cimitero accanto a
sua moglie Maria, contessa di Porcìa, morta quattro anni prima.
Al suo paese, Follina, gli è dedicata una strada.
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