Figlio di Vittorio e Regina Saccol, Alberto (Berto) Polin nasce a Montebelluna (TV)
il 2 agosto del 1895.
Suo padre possiede un negozio di tessuti e durante le vacanze porta la famiglia,
rallegrata da sei figli, a trascorrere il periodo di villeggiatura in montagna.
Ad Alberto le passeggiate tra i pascoli e i boschi non bastano e fin da ragazzo si
avventura con gli amici sulle pareti di roccia in arrampicate sempre più impegnative,
diventando col tempo uno scalatore piuttosto esperto.
Allo scoppio della prima Guerra Mondiale Alberto è studente universitario ed è iscritto
alla Facoltà di Economia e Commercio di Cà Foscari a Venezia. Chiede di frequentare
il Corso Allievi ufficiali ed è quindi inviato alla scuola militare di Modena da
dove esce col grado di sottotenente. Dopo un ulteriore periodo di addestramento,
dal dicembre del 1915 viene assegnato alla 79ª Compagnia del Battaglione «Belluno».
Alberto giunge a Cima Lana dove gli Alpini sono stati chiamati a dare man forte alla
Fanteria per attaccare le postazioni austriache. Il comando dell’operazione è affidato
a Peppino Garibaldi e Alberto annota le sue sensazioni dopo il discorso tenuto dal
colonnello in preparazione dell’assalto:
«Quell'accoglienza festosa e un po' retorica non garbò troppo agli alpini e tanto meno
il discorso che venne loro propinato in tale occasione. Il colonnello Garibaldi, dopo
un panegirico sul valore sempre dimostrato dagli alpini, concluse il suo discorso con
queste testuali parole: "Per questo ho espressamente voluto che l'onore di conquistare
il Col di Lana fosse riservato a voi, eroici alpini del Belluno". La frase, abbastanza
ipocrita, fece l'effetto contrario, anche perché tutti sapevano che, in poco più di
cinque mesi si erano inutilmente avvicendati contro quella montagna, ben quattro
reggimenti di fanteria».
Polin partecipa a quel fallimentare attacco del 16 dicembre, tentativo che costa ai
Garibaldini e agli Alpini, uniti nell’assalto, ben 60 morti e 180 feriti.
Il 22 dicembre Alberto raggiunge con la sua Compagnia la Val Costeana. Quando dopo
un mese rientra dal Col di Lana anche la 77ª, frattanto trattenuta per eseguire alcuni
lavori di rafforzamento delle linee, Polin vi é trasferito con l’incarico di comandare
il 2° plotone. Durante l’inverno sulle Tofane inizia lo scavo della mina del Castelletto
e Alberto viene impiegato in corvè e arrampicate esplorative. Il lavoro dei minatori
si protrae più del previsto ma finalmente, il 10 luglio, il capitano Rodari delinea
il piano d’attacco dopo lo scoppio della mina. Il plotone di Polin è tra quelli destinati
a risalire il canalone centrale. Nella notte fra il 10 e l’11 luglio la mina esplode,
ma i tentativi di salire subito dopo tra le macerie provocate dallo scoppio si rivelano
vani. Alberto viene travolto dai massi instabili che franano continuamente sotto i
piedi di chi sale, ma miracolosamente rimane illeso. La mattina del giorno dopo Polin
viene inviato con altri della 77ª e con una sezione mitragliatrici a risalire il Camino
Vallepiana per dominare dall’alto il Castelletto. La sua brillante azione contribuisce
a bloccare gli austriaci nelle caverne del costone della Tofana e della III Guglia.
Il 14 luglio del 1916 la conquista del Castelletto si può dire ormai conclusa con successo.
I Kaiserjäger si sono ritirati lasciando sul posto solo qualche pattuglia, ma costruiscono
un nuovo sbarramento tra la parete occidentale della Tofana e Cima Falzarego con una
sacca che scende verso la Val Travenanzes. Ignari di quell’insidiosa trappola, tra il
29 e il 30 luglio gli italiani sferrano un massiccio attacco da Cima Bos. Polin
partecipa all’azione con una squadra ridotta a pochi uomini e merita una medaglia
di bronzo al Valor Militare.
Nella trappola di Val Travenanzes i danni subiti dal Belluno sono rilevanti: 138
prigionieri, fra i quali 8 ufficiali, quasi tutti della 79ª compagnia che conta alla
fine una novantina di perdite tra morti e feriti. La 77ª di Polin ha miglior sorte
lasciando in mano austriaca solo una ventina di uomini. Per cercare di impedire
altre sorprese da parte austriaca, le posizioni così duramente conquistate devono
essere rafforzate e Alberto, assieme Gino Carugati e a Ugo Ottolenghi di Vallepiana,
conquista una posizione dominante sulla parete nord della Tofana. Quella cengia viene
intitolata al suo nome. Polin la occupa con 15 uomini, vi piazza una mitragliatrice
e un lancia bombe, la rafforza con scavi in roccia e difese e vi trascorre buona parte
dell’inverno. Il colonnello Grandolfi scriverà:
«Quel benedetto Polin, solo con la sua squadra e con la sua arma, sull'aerea Cengia
della Tofana, bloccato per settantadue giorni lassù, isolato da tutti e collegato solo
tramite telefono, quante volte l'aveva in mente e quante volte una telefonata mancata
o una ricevuta avevano fatto il nuvolo o il sereno nell'animo suo!»
Alla fine di giugno del 1917 il battaglione Belluno lascia le Dolomiti per raggiungere
il fronte dell’Isonzo. L’altopiano della Bainsizza, a nord di Gorizia, rappresenta
un punto cruciale, come fondamentale e risolutivo è ritenuto lo scontro che si sta
preparando. Inquadrato nel V Raggruppamento Alpino il battaglione Belluno, al comando
del capitano Luigi Masini, raggiunge le terre Friulane. A Qualso, Alberto trascorre
il suo ventiduesimo compleanno compiendo esercitazioni tattiche. Il 6 agosto si
accampa presso la località Molini di Klinac a nord di Rocinj. All’alba del 20, sotto
il fuoco nemico, anche Alberto passa l’Isonzo. Dopo aspri combattimenti, all’imbrunire
del 25 le posizioni conquistate dagli Alpini nei dintorni di Mesnjak (quote 545 e 550)
sono rilevate dai fanti del 274° Reggimento Fanteria e quello che resta dei V Raggruppamento
può finalmente ridiscendere quei valloni infernali e tornare al di là del fiume.
Gli Alpini hanno lasciato sul terreno 103 morti; 54 uomini vengono dati per dispersi;
741 risultano feriti più o meno gravemente. Il Belluno si trasferisce prima a Ruchin
e poi, nella giornata del 28 agosto, a Peternel. Il battaglione è rientrato dall’azione
sull’altipiano della Bainsizza alquanto malconcio e i suoi reparti devono essere
ricostituiti e riorganizzati. Alberto Polin ottiene la promozione a tenente. Il 18
ottobre il battaglione è di nuovo pronto e viene trasportato con autocarri a Caporetto
da dove, qualche giorno più tardi, si trasferisce a Drežnica, un paesino di una
cinquantina di case ai piedi della Batognica: il Monte Rosso. Il giorno 24 il Belluno
sale verso i roccioni di Kozliak per dare il cambio ai superstiti della Brigata Etna
che ha subito la perdita di circa 700 uomini per colpa di una mina austriaca. Gli
Alpini si danno da fare nell’ingrato compito di seppellire i morti ma nel primo pomeriggio
sono attaccati e devono combattere per reggere la posizione. Il Monte Rosso è tenuto
fino al tramonto quando arriva l’ordine di ritirarsi: é la rotta di Caporetto.
Il Belluno sfugge all’accerchiamento attraversando la passerella di Ternova. Puntando
verso la valle del Natisone, gli Alpini incontrano il comandante dei V Raggruppamento
(Arrighi) che ordina di fermarsi a difendere un caposaldo ritenuto di fondamentale
importanza: il Monte Stol. Lassù per cinque volte il nemico tenta lo sfondamento e
per cinque volte il Belluno lo ricaccia. All’ultimo la mischia si scatena selvaggia!
Consumate le poche cartucce a disposizione, gli Alpini scaraventano macigni dalla
cresta e si impegnano nel corpo a corpo alla baionetta. Polin si trova di fronte
un sergente austriaco, piantato un po’ più sotto di lui, che gli punta addosso il
moschetto. Alberto non ci pensa due volte e si getta addosso al sergente ingaggiando
una lotta furibonda. Alla fine ha il braccio destro squarciato da un colpo di baionetta
ma è riuscito a scaraventare il nemico nel burrone. Gli Alpini sono comunque accerchiati
e non avendo colpi da sparare il capitano Masini ordina di attaccare a ranghi serrati
all’arma bianca. Il Belluno si apre così una via di fuga ma alcuni vengono catturati,
altri muoiono, altri ancora risultano dispersi e tra questi c’è anche Alberto. I
superstiti scendono a valle e a Bergogna viene fatto l’appello: rispondono solo in
trecento. Ma di lì a due giorni, a Vergnacco, alcuni ricompaiono: sono il dottor
Motti, il tenente Pellai e lo stesso Polin, assieme ai loro attendenti che se li sono
portati giù a spalla dallo Stol riuscendo poi a caricali su un’ambulanza. Il battaglione
a marce forzate rientra a Belluno e Polin viene ricoverato in retrovia, oltre la
linea del Piave. Subito dopo viene inviato all’ospedale militare di Milano.
Finita la guerra, tornato alla vita civile, Alberto si laurea in Scienze Commerciali.
Nel 1926 è Segretario Prefettizio di Montebelluna e l’anno successivo è eletto Podestà,
carica che ricopre fino al 1932. Durante la Seconda Guerra Mondiale torna a indossare
la divisa degli Alpini con il grado di maggiore.
L’11 maggio del 1944 a Montebelluna sposa Anna (Anita) Baratto, un’insegnante di
francese vent’anni più giovane di lui. Subito dopo si trasferisce a Venezia (al
1299A di Calle dello Squero a Dorsoduro) dove continua per lungo tempo a esercitare la sua professione.
Alberto Polin si spegne a Mestre il 7 maggio del 1971.
Sul giornale “L’Alpino” Piero Pieri, suo compagno d’armi, storico e cronista della
guerra sulle Dolomiti, scrive:
“Si è spento quasi all’improvviso a Mestre, dopo brevissima malattia, Alberto Polin,
Dottore in Scienze Commerciali. Ma con lui è venuto meno non solo un ottimo professionista,
bensì anche una nobilissima figura di combattente della prima guerra mondiale. Ormai
va fatalmente spegnendosi la generazione che affrontò la grande prova della guerra
1915-’18, nella quale dopo cinquant’anni di vita unitaria gl’Italiani si cimentarono
con generoso ardore.
Alberto Polin aveva partecipato alla grande guerra come Ufficiale degli Alpini, e
si era trovato a combattere, nel battaglione Belluno, dal dicembre 1915, alla 77ª Compagnia
nell’aspra zona delle Dolomiti, fra le Tofane.
Si era subito distinto per il carattere franco e leale, l’intelligenza vivace,
l’abilità alpinistica e il coraggio a tutta prova, spinto spesso fino alla
temerarietà.
Fra quelle rocce a picco, fra strette cenge e ripidi canaloni e camini, il giovane
Aspirante aveva avuto modo di mostrare le sue spiccate attitudini d’arrampicatore
e rocciatore abile e tenace. Ed era amato e stimato dai suoi ottimi Alpini, che in
lui avevano piena fiducia e vedevano non un Superiore severo e pedante, ma un fratello
maggiore che sapeva comprenderli, che li apprezzava, li amava.
Lo animava un patriottismo sincero, alieno da ogni gonfia retorica, ma nutrito del
più profondo senso del dovere; e la sua parola, ferma ed equilibrata, valeva a persuadere
e confortare i soldati nel duro compito di perseverare colla necessaria tenacia e
un irremovibile spirito di sacrificio, sino alla tanto ardua e ferocemente contrastata
vittoria finale.
Intrepido sempre. Nella sfortunata azione del 29-30 luglio 1916 alla testata di
Val Travenanzes, rimasto isolato col suo plotone aveva proceduto, con singolare
presenza di spirito, a sistemarsi a difesa fra i massi respingendo il vigoroso attacco
di un nemico prevalente, cagionandogli notevoli perdite e riuscendo poi la sera a
ripiegare in ordine sulla Forcella Bois. E si era distinto anche in quella guerra
di camosci, e pur di fronte alla continua minaccia nemica, lasciava il suo nome
alla difficile Cengia Polin, sul ripidissimo costone settentrionale della Tofana
Prima a strapiombo sulla Val Trevenanzes, posizione fra le più ardite di tutta
la fronte montana italiana.
Erano venute poi le tristi giornate dell’ottobre ’17, con la rottura del nostro
fronte fra Tolmino e Plezzo, e col battaglione «Belluno» il Polin, ora Tenente,
era ripiegato sul Monte Stol.
Qui già stava per essere circondato la sera del 25, e un sergente austriaco piantato
un po’ più sotto di lui, stava puntandogli contro il moschetto; ma l’intrepido
Tenente degli Alpini si precipitava giù, ed in una tragica lotta con la baionetta gli
squarciava il braccio destro. Eppure riuscì a buttare il nemico nel burrone, ed
aprire così la via di salvezza a molti dei suoi soldati.
Tal era il Polin, e tale rimase fino al termine della grande guerra; e i compagni
poterono compiacersi di vederlo anche in seguito, col suo carattere schietto e animoso,
ottimo amico, cittadino integerrimo, anima sempre aperta alle più generose idealità.
A noi suoi vecchi compagni d’armi piace immaginarlo nel paradiso di Cantore, accolto
dall’Eroe degli Alpini e dalla sua eletta e luminosa schiera di anime generose ed
ardenti, a ricevere in una luce di gloria il premio delle sue mai smentite doti
di coraggio, di bontà e d’inesausto amor di Patria.”
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