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Giovanni Sala nasce a Borca di Cadore il 12 novembre del 1883. Entrambi i suoi genitori,
Giovanbattista e Bortola, portano lo stesso cognome1.
All'età di vent'anni è chiamato alle armi essendosi scambiato col fratello Oreste per il quale,
volontariamente, Giovanni ha assunto gli obblighi di leva. Viene quindi ammesso al ritardo del servizio
militare in quanto studente presso la Scuola forestale di Vallombrosa. Diplomatosi nel 1905, il 31
gennaio dell'anno successivo giunge al 5° reggimento alpini in qualità di allievo ufficiale di complemento.
Il 1° maggio diventa caporale e, continuando nella ferma - inquadrato nel Battaglione "Vestone" - il 1° agosto
gli viene conferito il grado di sergente. Decide quindi di iscriversi alla Facoltà di Agraria a Pisa
dove si laurea nel 1910. Nel frattempo, un anno prima, era stato nominato sotto-ispettore forestale a Sassari.
Nel 1911 si reca alla scuola forestale di Tharandt in Sassonia per approfondire i propri studi e tornato
in Sardegna, coopera alla realizzazione di importanti lavori di rimboschimento nelle foreste demaniali del
Goceano2.
Nell'imminenza della guerra Giovanni Sala ha già ottenuto il grado di sottotenente di complemento e viene
quindi richiamato alle armi col grado di tenente e assegnato al Battaglione "Val Piave" con l'incarico di
comandare la sezione mitragliatrici.
All'inizio delle ostilità è a Misurina agli ordini della 10ª Divisione, quindi in Val dell'Acqua, a Monte
Cengia e più tardi a Forcella Longeres al seguito della sua compagnia. Il 4 giugno il Battaglione è quindi
impiegato a Forcella Lavaredo e a Monte Piana dove gli alpini, al costo di gravi perdite, respingono e
contrattaccano il nemico.
Ai primi di novembre del 1915 la 10ª Divisione viene trasferita sull'Isonzo e sostituita dal Settore Padola-Visdende
alle dipendenze del generale Augusto Fabbri, già comandante della Brigata "Marche" nel Settore Lavaredo.
Alle Tre Cime Giovanni Sala ha già avuto modo di farsi apprezzare dal generale Fabbri e fresco di nomina a capitano,
gli viene chiesto di unirsi al neo costituito reparto Comando insediato a Santo Stefano in Comelico.
In quel distretto, per lo schieramento italiano, il Passo della Sentinella costituisce una pericolosa "spina nel
fianco". Gli austriaci lo chiamano "la finestra sulla valle" perché da esso si domina tutta la Val Padola
fin giù a Dosoledo e a Candide e da lassù nulla sfugge loro dei movimenti avversari. Al primo momento dell'avanzata
gli italiani lo avevano occupato e poi, per qualche ignoto motivo, lo avevano abbandonato e gli austriaci vi si
erano insediati. Tre attacchi sanguinosissimi erano stati sferrati per riconquistarlo, ma da quella posizione
dominante, fiancheggiata dai torrioni delle due cime adiacenti, tutti e tre gli assalti erano stati facilmente respinti.
Fin dal suo arrivo il generale Fabbri è più che mai convinto dell'importanza di occupare quel passo al più presto
e per avere maggiori delucidazioni e consigli sul come affrontare al meglio l'impresa, si consulta anche col
tenente Antonio Berti, noto alpinista e ottimo conoscitore di tutta quell'area. Il generale si persuade che
l'attacco, per essere efficace, debba avvenire non frontalmente ma dall'alto e non d'estate ma d'inverno,
quando l'impresa è ritenuta pressoché impossibile.
Ai primi di dicembre Fabbri è nominato Capo di Stato Maggiore della IV Armata ed a sostituirlo viene inviato
il generale Giuseppe Venturi. Ben presto comunque, anch'egli si convince dell'urgenza di conquistare il
Passo della Sentinella e sposa appieno l'impostazione tattica del Fabbri.
Nonostante la neve abbondantissima - caduta già dai primi di ottobre - e le bassissime temperature, le posizioni
raggiunte fino allora dagli alpini e dai fanti vengono rinforzate e stabilmente presidiate, mentre alcune
pattuglie sono mandate in perlustrazione e ad occupare, ove e quando possibile, le principali forcelle che
si affacciano sul Passo.
Ai primi di gennaio il capitano Sala è stato incaricato dal generale Venturi di condurre le operazioni e
affiancato dal sottotenente Giovanni Lorenzoni3, il giorno 10 compie un sopralluogo al Creston Popera.
I due ufficiali si rendono subito conto che la riuscita dell'impresa dipenderà soprattutto dalla preventiva
occupazione di Cima Undici e inoltre che gli accostamenti che precederanno l'attacco dovranno compiersi con
circospezione e nel massimo silenzio; il balzo finale dovrà avvenire simultaneamente da diverse direzioni
e risultare inatteso.
Esponendo l'esito delle sue osservazioni al generale Venturi, Sala lo avverte che per una tale impresa sarà
necessario l'intervento di personale esperto e molto pratico di montagna. Durante il sopralluogo al Creston Popera,
Lorenzoni gli aveva già parlato di un abile alpinista, un volontario trentino che si trovava in quel periodo
a Belluno presso il deposito del 7° Alpini. Quando Venturi gli propone di mettere proprio lui al suo servizio,
Sala accetta molto volentieri l'offerta. L'alpinista è Italo Lunelli ma come irredento trentino ha assunto il
nome di Raffaele Da Basso. Dopo aver ispezionato assieme il teatro delle operazioni, il capitano Sala e l'aspirante
Da Basso si recano ad Auronzo ed ottengono dal maggiore Setti, sottocapo di Stato Maggiore, la fornitura di tutto
il materiale necessario.
Per tutto l'inverno, tonnellate e tonnellate di attrezzature di ogni specie (legname, corde, viveri, vestiario,
combustibili, armamenti e munizioni) vengono trasportate a soma di mulo fino a Forcella Giralba e da lì a
spalla confluiscono alle posizioni approntate sulle forcelle e sulle cime, in caverne, baracche e tane nella neve.
E' un lavoro lungo e faticoso, compiuto senza tregua nelle rigide notti invernali, non di rado sotto fitte
nevicate o nella nebbia, in modo da non farsi scoprire dagli austriaci. Il terreno in cui si muovono gli alpini
è tra i più difficili: dove non c'é la neve ci sono lastroni di ghiaccio che ricoprono la roccia e le slavine,
o vere e proprie valanghe, si distaccano facilmente dall'alto col pericolo di travolgere uomini e materiali.
Vengono stese le linee telefoniche ed installata una stazione eliografica, e nei primi giorni di aprile gli
artiglieri del gruppo "Belluno", comandati dal tenente Paolo Stiz, trasportano un pezzo da 65/17 della 23ª Batteria
nei pressi di Cima Undici alla quota di 3045 metri.
Dopo aver intensamente collaborato a tutte le fasi di preparazione, l'aspirante Da Basso (Italo Lunelli) organizza
un reparto4 di scalatori addestrandolo per l'attacco finale; il capitano Sala forma due plotoni di alpini, tutti
volontari, mettendoli rispettivamente agli ordini dei sottotenenti De Poi ed Entico Jannetta5. Il capitano Sala
dà loro il soprannome di "Mascabroni": uomini rudi ma generosi, strafottenti ma determinati.
Nella notte del 16 aprile gli uomini di Lunelli muovono dal Sasso Fuoco e s'inerpicano, silenziosi e mimetizzati,
sul ripido nevaio che sale verso il Pianoro del Dito; sorprendono i difensori e s'impossessano di quella
strategica posizione. Poco dopo sono raggiunti dalla squadra del sottotenente Leida.
Gli austriaci sul Passo della Sentinella sono ora isolati e chiusi in una morsa; l'artiglieria dal Creston
Popera tira sulla Croda Rossa e sul Passo; apre il fuoco anche la mitragliatrice manovrata dal sottotenente
Passerini che spara dalla Forcella della Tenda. Sollecitati dallo stesso capitano Sala, il lanciabombe e
la mitragliatrice di Forcella Da Col inchiodano i rinforzi che stanno risalendo dal fondo di Val Fiscalina;
contro di loro fa fuoco anche il plotone di Lunelli dal Pianoro del Dito.
I "Mascabroni" di De Poi sono pronti a scattare da Forcella Da Col, quelli di Jannetta da Forcella Dal Canton;
un altro plotone, comandato dal sottotenente Martini è pronto a muovere frontalmente verso il Passo.
Gli alpini di De Poi si lanciano all'attacco scivolando sulla neve; partono anche quelli di Jannetta; dal Vallon
Popera scatta frontalmente il plotone di Martini che arriva per primo sul Passo.
I sedici austriaci che difendono la postazione sono sopraffatti; sette al riparo nella caverna sono inchiodati
lì dalle raffiche incrociate delle mitragliatrici e dagli uomini di Lunelli inerpicati sul Pianoro del Dito;
un graduato rimane ucciso, gli altri riescono a fuggire.
Alle 13,45 del 16 aprile del 1916 il Passo della Sentinella è in mano agli alpini; il termometro segna 30° sotto zero.
Tra le medaglie meritate in quei giorni, quella d'Argento attribuita al capitano Giovanni Sala riassume
quegli avvenimenti destinati a passare alla storia:
"Organizzò e condusse a termine con costanza e sprezzo del pericolo, nel cuore dell'inverno, l'occupazione di una
impervia postazione, vincendo difficoltà ritenute insormontabili. Eludendo poi meravigliosamente l'attiva
vigilanza del nemico, riuscì, alla testa di un manipolo di arditi, a piombare di sorpresa, scendendo lungo
una parete quasi a picco, su una postazione nemica della quale si impossessò: mirabile esempio di calma e di coraggio"
Cima Undici 16 aprile 1916.
Giovani Sala narrerà le epiche vicende di quei giorni nel suo libro "Crode contro Crode" e quindi, assieme
ad Antonio Berti, in "Guerra per Crode". In seguito si accenderà un'accesa polemica letteraria tra Sala e
Lunelli sull'attribuzione dei meriti nella conquista del Passo, ma tali incomprensioni tra i protagonisti
nulla tolgono all'eroico comportamento di tutti quelli che vi parteciparono.
Sala resta aggregato al Comando del Settore Padola-Visdende fino al mese di novembre del 1917 quando giunge
l'ordine di ritirata verso la linea del Piave. Un mese più tardi è uno tra i fondatori del giornale
"Periodico del soldato - La Trincea", uscito la prima volta il 16 gennaio del 1918, e col quale collabora
anche con alcuni suoi scritti.
Finita la guerra diventa ispettore presso il Commissariato Generale per la Venezia Tridentina a capo del Distretto
Forestale di Merano. Nel luglio 1920 è sottoispettore forestale e per meriti acquisiti durante il servizio militare,
viene nominato Cavaliere della Corona d'Italia.
Nell'estate dello stesso anno si reca a Wiesbaden, in Germania, dove rimane fino al 1923 come membro della
Delegazione Italiana per la Pace con l'incarico di sovrintendere al ritiro del legname che la Germania deve
consegnare all'Italia come riparazione di guerra.
Nel 1924 entra a far parte dell'Alta Commissione Interalleata per i territori renani occupati. In quell'occasione,
per l'accorta opera compiuta, riceve la Croce di cavaliere dell'Ordine della Corona del Belgio.
Rientrato in Italia, nell'agosto 1926 - in seguito alla militarizzazione del Reale Corpo delle foreste - è
nominato seniore e viene destinato a Torino. Nello stesso periodo gli giunge la nomina a Commendatore della
Corona d'Italia.
Nel 1929 è a capo dei servizi forestali della Lombardia con sede a Brescia. Qui inizia un'intensa attività di
studio che si traduce in vari articoli sull'ambiente alpino pubblicati da riviste specializzate: "Lo spopolamento
montano nella Val Camonica" (1935); "Il larice sulle Alpi" (1931); "Per una coscienza forestale italiana" (1937);
"Il Cadore e i suoi boschi" (1937); "L'autarchia nel settore dei prodotti legnosi" (1939); "La nostra produzione legnosa"
(1941); "Vivai forestali" (1943); "Il problema resinifero in Italia" (1949); "Il problema montano" (1956).
Nel 1931 è Console Comandante della III Legione della Milizia Forestale e dal 1936 al 1938 insegna selvicoltura
generale e tecnologia forestale presso la facoltà di agraria dell'Università di Milano e quindi, fino al 1941
comanda l'Accademia militare forestale di Firenze. Nel 1941 è trasferito a Roma presso il Comando centrale della
milizia come Capo di Stato Maggiore e nel 1942 è nominato Console generale per "meriti eccezionali". Nel 1943
lascia il servizio e viene collocato in posizione ausiliaria. Nel 1945 accetta, su incarico del Governo Militare
britannico, di riordinare il Servizio Forestale dello Stato in Alto Adige.
Nel 1951 un Decreto ministeriale gli conferisce la medaglia d'oro al merito silvano e diventa socio onorario
della nuova Accademia Italiana di Scienze Forestali.
Trascorre gli ultimi anni della sua vita a Merano dove, il 17 luglio del 1965, muore improvvisamente nella sua casa,
all'ombra di larici e abeti.
Note
1 Giovanni ha un fratello di nome Oreste della stessa classe 1883.
Un altro fratello, Olivo Sala (nato a Borca di Cadore l'1 aprile del 1870 e morto a Trieste il 30 maggio del 1930)
nel 1915, col grado di maggiore, comanda il battaglione "Val Cordevole" e poi il "Fenestrelle"; come tenente
colonnello è alla testa del 24° Fanteria quindi, promosso colonnello, è assegnato al 14° Gruppo Alpino.
Dal 17 gennaio al 20 luglio del 1920 è al 7° Alpini. Nel 1929 gli viene conferito il grado di generale di Brigata.
2 Le Foreste del Goceano erano comprese nei territori di Bultei, Anela, Bono, Bottida, Esporlatu e Illorai,
nel Sassarese. Nel 1914 Giovanni Sala dirigeva i lavori d'impianto di una faggeta ancor oggi esistente.
Nel vivaio forestale "Fiorentini" sono ancora presenti alcuni esemplari di pino americano da lui introdotti in
coltivazione sperimentale nel 1915.
3 Volontario di guerra trentino.
4 Il reparto di Lunelli è formato da 17 sciatori del Batt. Fenestrelle ai quali si aggiunge, volontario,
Alberto Tonello di S. Stefano di Cadore.
5 All'epoca dei fatti Enrico Jannetta è un ventiseienne alpinista romano iscritto alla Sez. Universitaria
del Club Alpino e al Gruppo romano skiatori. Ottimo rocciatore, ha già aperto alcune vie arrampicando sul gruppo
del Gran Sasso.
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