Piero Zangrando nasce a Perarolo, alle porte del Cadore, il 7 novembre del 1878.
Di intelligenza vivace e tenace volontà, fin da fanciullo Piero frequenta con
assiduità la chiesa del suo paese e aiutato, anche economicamente, dal suo parroco,
don Dal Favero, compie gli studi nei seminari di Ceneda, vicino a Vittorio Veneto,
e quindi a Belluno dove, il 6 giugno del 1903, viene consacrato sacerdote in cattedrale
e il mattino seguente celebra la prima Messa nella chiesa di San Pietro. Il Vescovo
lo manda quindi ad Auronzo come cooperatore del rev. don Da Rin e fin da subito
Don Piero dimostra generosità e l’amor patrio. Per donare un tricolore a un’associazione
di Villapiccola vende il suo orologio, l’unico oggetto prezioso che possiede.
Nel 1915, allo scoppio della guerra, all’età di trentotto anni, parte volontario
come cappellano militare e viene destinato al 7° Reggimento Alpini, prima al battaglione
«Monte Antelao», quindi al «Val Piave» dove diventa ben presto amico e padre degli
alpini coi quali condivide disagi e pericoli.
Il 7 giugno del 1915 gli austriaci, salendo da Carbonin, attaccarono il tavolato
meridionale del Monte Piana difeso dalla 268ª compagnia. Decimati i plotoni, caduti
i tenenti Antonio De Toni e Giuseppe De Pluri, gli alpini resistono alla violenza
del fuoco sull’orlo dei precipizi meridionali e si preparano al contrattacco. Don
Piero accorre da Forcella Longeres e portatosi in prima linea, conforta i feriti
e i morenti ... e non solo quelli italiani. È lui stesso a ricordare l’episodio:
“Ho assistito dal principio alla fine a questo combattimento e posso dire di
essere meravigliato dei nostri soldati [...] I primi morti furono da me seppelliti
in cima alla strada del Piana. Io stesso, mentre dopo il combattimento impartivo
l’estrema unzione ad un austriaco nei pressi della Piramide Carducci, corsi pericolo
di essere fatto prigioniero. Ebbi il cappello forato da pallottola di fucile [...]”
Due mesi dopo, dalle Forcelle Pian di Mezzo, Lavaredo, dei Laghi, Pian di Cengia
e da quelle del Paterno, gli alpini del «Val Piave» e del «Cadore», i fanti del
55° e del 56° reggimento, gli artiglieri della 23ª e 58ª batteria da montagna, scendono
alla conquista del Rifugio Tre Cime, del Toblinger Riedel e del Sextenstein. Don
Piero segue gli alpini, li sostiene vivendo con loro in pieno combattimento, riposando
la notte tra i massi e giunge in fine tra i primi sulle trincee conquistate. La
medaglia di bronzo che gli viene attribuita sottolinea il suo eroico comportamento.
Sono innumerevoli gli altri episodi in cui Don Piero interviene, sempre solerte e
disponibile. Solo per citarne alcuni, il 30 ottobre assiste alla riconquista del
Sextenstein, il 30 marzo del ’16 segue l’attacco al Rauhkofel, il fosco Monte
Scabro che incombe sulla piana di Carbonin, il 2 settembre accompagna i volontari
cadorini nell’azione che porta alla conquista della punta occidentale del Forame.
Gli alpini del «Val Piave» e del «Cadore» passano poi ai macereti martoriati delle
Tofane e vanno quindi al fronte dell’Isonzo. Dopo Caporetto sono sulle Alpi di Trento
e il loro cappellano è sempre presente, pronto ad accorrere dove si combatte e si
muore. Arriva finalmente la vittoria e Don Piero tra i suoi ricordi annota che
“[...] essere un italiano è un onore, ma quello che più importa è essere eroi [...]”
Dopo la guerra gli viene affidata la parrocchia di san Pietro apostolo a Sospirolo,
una delle più vaste della diocesi di Belluno. Il 23 marzo del 1919 Don Piero entra
in paese, ma l’accoglienza non è tra le più cordiali. Da solo, per sette anni,
tra le amarezze e le pene del primo dopoguerra, tra le contestazioni delle “leghe
rosse” che inneggiano al social-comunismo, Don Piero, come sempre, non si arrende:
“Sostengo – dice - una noiosa battaglia con chi pensa e parla male del prete.
Ma se cerco di fare del bene, se opero secondo coscienza, che importa l’approvazione
degli altri!”
E Don Piero vince la sua battaglia “politica”: nel ’21 promuove la “Gioventù femminile
di Azione Cattolica”, nel ’25 dà vita al bollettino parrocchiale “Per il Bene”,
nel ’29 il Vescovo benedice le bandiere dei circoli cattolici da lui voluti, il
“Sacro Cuore” e il “San Pietro”.
Un anno prima gli era stato proposto il titolo di monsignore e la promozione a
canonico Teologo della cattedrale di Belluno, ma lui non aveva accettato perché:
“[...] per essere monsignore e vivere in città ci vuole qualche risorsa finanziaria
e io sono poverissimo [...]”. Gli viene proposto anche un preminente posto a
Roma ma Don Piero preferisce “[...] il silenzio e la semplicità dei monti [...]
povero tra i poveri”.
La sua vita è votata alla Fede, ma l’impegno pastorale non gli impedisce di essere
presente a tutte le più importanti manifestazioni alpine e alle gite dei “veci”
sui luoghi di guerra.
Gli viene un giorno l’idea di erigere una chiesetta ai piedi delle Tre Cime di
Lavaredo e, aiutato dai suoi alpini, è pronto ad assolvere quelli che, pur di
realizzare il suo sogno, si “arrangiano” per procurare le assi necessarie alla
costruzione. La chiesetta viene dedicata alla Madonna della Croda, ma qualche
maligno la chiama già la Madonna del “furto”. “La Madonna della Croda, Don Piero,
è quella che s’invoca o quella che si moccola quando la scalata della roccia
diventa maledetta?” gli chiededono, e lui: “Mascalzoni! - risponde - l’imprecazione
tirata quando si è proprio in bisogno e con cuore che sia puro, non solo viene
perdonata, ma è presa lassù come una pura e semplice invocazione!”.
Il 26 maggio del 1926, alla presenza del Re, viene inaugurato a Belluno, nella
caserma del 7° Alpini, il monumento ai caduti. Don Zangrando ha scritto per l’occasione
un libretto intitolato “I Verdi del Settimo”. Dopo la sfilata dei 10 Battaglioni
di guerra ricostituiti, il Sovrano, entusiasta per la magnifica manifestazione,
chiama a sé tanti illustri graduati e infine anche Don Piero, facendogli scherzosamente
osservare che, fra i tanti alpini che erano sfilati in perfetto ordine, solo lui
aveva il passo sbagliato. “Maestà – replica Don Piero – in trincea ho sempre marciato
con il passo giusto”.
Nel 1931 viene organizzata un’adunata a Pieve di Cadore e, pur di non rinunciare
alla presenza del “prete degli alpini”, Italo Balbo lo manda a prendere a Sospirolo
con la sua macchina personale.
Nel 1932 la parrocchia di Candide, in Comelico, resta vacante e Don Piero chiede
e ottiene di esservi trasferito. L’11 settembre entra in paese accolto da archi
di rami e fiori, sventolio di bandiere e drappi alle finestre. Appena divenuto
pievano di Candide, il barone Treves de’ Bonfili gli fa dono di un’automobile e
lui corre tutto contento a venderla e con il ricavato apre una cucina di beneficenza
per i poveri delle sue frazioni. É facile comprendere come il pievano di Candide
sappia ben presto conquistare il cuore dei suoi parrocchiani perché è generoso,
predica bene e, oltre tutto, è anche un alpino. I paesani sono molto orgogliosi
nel vedere quanti pezzi grossi arrivano in Comelico a salutarlo! Don Piero ha dunque
il suo bel da fare:
“Dicono che l’inverno è incominciato tardi, ma si fa sentire. Si cammina sulla
neve da quasi due mesi e decisamente, la mia vita è un po’ quella dell’ebreo errante:
non posso mai riposarmi. Sono talmente pieno di lavoro che tante volte penso: ma
come potrò tirare avanti?”
Il 7 agosto del 1933 partecipa, assieme a trecento persone, a un pellegrinaggio
alpino al Passo della Sentinella e nel marzo del 1935 parte per l’adunata d’oltre
mare a Tripoli, ma poco tempo dopo scrive: “[...] di salute non sto proprio bene.
Ho lo stomaco in rovina e sto facendo una cura grave. Anzi, nella settimana ventura
mi recherò a Vicenza dove vi è uno specialista, il prof Berti che mi è anche amico,
per assoggettarmi ad un’altra visita.” Il professor Berti - Antonio Berti, il
tenente degli alpini che ha già incontrato durante la guerra sulle Tre Cime - gli
trova il cuore assai debole e il male allo stomaco molto grave. E’ da due anni
che Don Piero sta male, pur continuando a fare il suo dovere col sorriso sulle labbra,
ma ora si deve arrendere. Da tutte le parti del Cadore e del Bellunese sacerdoti
e autorità, scarponi e amici corrono a Candide per salutarlo, per scambiare con
lui un abbraccio. Domenica 1 dicembre 1935 Don Piero chiede gli ultimi sacramenti
ma ha ancora lo spirito giusto per dire a un amico: “Vedi, caro, sto facendo le
prove della morte! Sta attento e impara la manovra!”.
L’8 dicembre, festa dell’Immacolata, Don Piero Zangrando si spegne pian piano come
chi si addormenta dopo una faticosa giornata di lavoro. I funerali hanno luogo a
Candide con una larghissima rappresentanza di autorità, alpini e paesani. Il 26
aprile del 1936 la salma viene in fine trasportata nel tempietto militare di San
Francesco d’Orsina, presso Calalzo, dove riposta nella nicchia coperta da un monumento
con la scritta: Don Piero Zangrando – Sacerdote di Dio e della Patria – Riposa
nel Signore – 1878-1935.
Su “L’Alpino” Angelo Manaresi scrive: “E’ morto Don Piero: la notizia triste vola
di monte in monte, di trincea in trincea, di valle in valle. La odono quelli di
sottoterra e si fanno incontro alla grande ombra: - Noi siamo i morti del 7°,
quelli che tu, Don Piero, raccomandasti a DIO nell’ora estrema, quelli che sempre
ricordasti nella preghiera e nel pianto, soldato fra soldati tu ritorni fra noi
a vivere eterno nel cielo della Patria”.
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