Nazione Anagni Agostino

Grado Sottotenente di complemento

Mostrina  60° Brigata Calabria

Ritratto

Nato il 24 ottobre 1891 ad Acuto (FR)

Morto il 28 luglio 1916 presso l'Ambulanza Chirurgica N.4 a Forno di Canale (BL)

Note biografiche (Archivio famiglia Anagni)

Prima della guerra

Nasce ad Acuto (all’epoca Provincia di Roma, oggi Provincia di Frosinone) il 24 ottobre 1891 da Alfonso Anagni e Lucia Bellucci ed è il primogenito di una numerosa famiglia. Il padre, Alfonso Anagni, rimasto vedovo con ben otto figli (alcuni in tenera età), si occupava dell’azienda agricola di famiglia. Nell’educazione ed istruzione dei figli era coadiuvato dal fratello Domenico che era un maestro elementare ed aveva un ruolo di guida, non solo all’interno della famiglia, ma per tante persone del paese di Acuto che a lui si rivolgevano per avere consigli.
Agostino è allievo del Seminario di Anagni, poi del Liceo Classico “Conti Gentili” di Alatri, quindi si iscrive all’Università di Roma, dove consegue la Laurea in Giurisprudenza. Il suo obiettivo è di fare il Magistrato.

La Grande Guerra

Per adempiere all’obbligo di leva frequenta il Corso Allievi Ufficiali a Viterbo ed è in attesa di essere congedato, ma scoppia la I Guerra Mondiale. Appena ventiquattrenne partecipa alle ostilità con il grado di sottotenente di complemento, assegnato alla 18ª Divisione 60° Reggimento (Brigata Calabria) II Battaglione, 8ª Compagnia.
Dal momento della partenza da Viterbo fino a poco prima del suo grave ferimento, Agostino scrive degli appunti in cui riporta giornalmente gli avvenimenti più importanti, in maniera estremamente sintetica, forse come traccia da ampliare in futuri momenti di tranquillità.
Scrive anche moltissime lettere e cartoline a casa (per lo più indirizzate allo zio Domenico) in cui chiede notizie della famiglia, delle sorelle e dei “lupetti”, i due fratelli più piccoli Luigi e Mario. Scrive spesso anche ai fratelli Francesco e Anacleto, impegnati anche loro in guerra (Francesco morirà all'età di 21 anni per malattia contratta in guerra; Anacleto, all’epoca studente di Medicina e impegnato in reparti sanitari, sarà l’unico a tornare indenne a casa e, quando poi avrà i suoi due figli maschi, darà loro il nome dei fratelli persi a causa della guerra, Agostino e Francesco).

Le notizie che Agostino manda a casa sono sempre molto rassicuranti, quasi come se la guerra fosse una favola: "... non è per niente freddo ... c’è cibo in abbondanza ... la mia salute va benone ... il nemico è lontano ... siamo attendati su un bel prato, vicino ad uno splendido bosco di abeti ... c’è molta neve ed abbiamo fatto un ottimo gelato ..."
In realtà, la Brigata Calabria si trova ad operare in prima linea e fin dall’inizio della guerra partecipa alle cruente offensive che si svolgono nella zona del Col di Lana, in cui subisce perdite ingenti. Agostino lascia l'8ª compagnia l’11 novembre 1915, quando viene ricoverato in ospedale per congelamento alle mani, dopo una notte passata all’addiaccio sotto una tormenta di neve nell’attacco a Cima Lana. Rientrato dall'ospedale il 17 dicembre successivo, viene assegnato alla 7ª compagnia. Infine, dopo la licenza invernale, nel gennaio 1916, viene trasferito alla 2ª Sezione di mitragliatrici.

La morte

Nel luglio 1916 la Brigata Calabria passa alle dipendenze della 17ª Divisione e viene trasferita sul fronte della catena del Lagorai. Dal 3 al 13 luglio 1916 la Brigata, oltrepassato il Passo Valles, si raduna nella zona della Malga Vezzana e si prepara ad essere impiegata nelle operazioni belliche nel settore Piccolo Colbricon – Cima Stradon – Buse dell’Oro. L’attacco inizia il 21 luglio 1916 con il bombardamento delle artiglierie, dopodiché le fanterie iniziano l’assalto alle trincee austro-ungariche. A seguito dell'effetto sorpresa si registra qualche iniziale successo ma, duramente contrattaccate, le truppe italiane subiscono perdite notevoli. Agostino viene colpito da una pallottola di fucile al petto la sera del 26 luglio verso le ore 20 (era in vigore l’ora legale) proprio nel settore del Colbricon. Viene trasportato con una barella a spalla fino a Falcade attraverso l’aspro Passo Valles, che tante volte aveva superato in altre operazioni e che oltrepassa questa volta, quasi morente, per l’ultima volta. Lo sgombero lungo l’aspra mulattiera dura 18 ore ed arriva presso l’Ambulanza Chirurgica n. 4 verso le ore 14 del giorno 27 luglio. La ferita appare subito di estrema gravità e la diagnosi clinica è “ferita da proiettile di fucile interessante ambedue le cavità toraciche, con emo-pneumotorace bilaterale.” Il Prof. Giannattasio, con grande rammarico, deve rassegnarsi a restare inattivo davanti allo spettacolo di quella bella esistenza che se ne va.

Agostino scrive alla famiglia per l'ultima volta poco prima di morire. Lo scritto è datato 27 luglio 1916 ed è appena leggibile, tanto le forze lo abbandonano: "... mi trovo all'ospedale leggermente ferito da una pallottola di fucile. Non è assolutamente nulla di preoccupante. Ospedale di Falcade, 27 Luglio 1916. Agostino". Muore il 28 luglio 1916 nel tardo pomeriggio e viene sepolto nel cimitero civile di Forno di Canale (attuale Canale d’Agordo). Il sottotenente Anagni, morto il 28 luglio 1916, sarebbe stato promosso per anzianità al grado di tenente con decorrenza dal 1 agosto successivo.
Nel 1922 la salma viene ricondotta nel paese di origine, Acuto, dove riposa nella tomba di famiglia. Nel vicino Parco della Rimembranza, per ciascuno dei Caduti della Grande Guerra, c’è un albero piantato a perenne ricordo: l’albero a lui dedicato è in cima al Parco, proprio vicino all’entrata della chiesetta. Ogni anno in occasione del 4 novembre si svolgono cerimonie di commemorazione presso il Monumento posto nella piazza principale del paese, Piazza Margherita (dove c’è anche la casa natale) e presso il Parco della Rimembranza, dove ogni albero è abbellito da un Tricolore. Bellissima e significativa la scritta per ognuno dei caduti: “Immolatosi per la grandezza della Patria”.

Documenti e Ricordi


Dal periodico ciociaro “La Sentinella” del settembre 1916. Articolo del Prof. Fernando Ciolli di Acuto, scrittore e poeta.
“Un eroe ciociaro - Il sottotenente Avv. AGOSTINO ANAGNI di Acuto -
Eroe! Se egli leggesse questa sublime parola accanto al suo nome sorriderebbe di quel suo caratteristico sorriso che gli spuntava ad ogni frase retorica, ad ogni espressione ampollosa. Ma rare volte una parola è stata così esattamente applicata, giacché Agostino Anagni fu veramente un eroe, non già di in attimo ma dell'intera vita che egli concepì come campo di perpetua lotta, donde uscì ogni giorno, ogni ora, vittorioso.
Venticinquenne appena, aveva la tempra di un maturo filosofo e nessuna forza sarebbe valsa a farlo deviare dal suo ideale: il dovere.
Di statura erculea, conquistata con esemplare morigeratezza di vita e con diurna, sapiente ginnastica, aveva la dolcezza di un bimbo: di maschia bellezza, mai piegò l'anima eletta alla viltà delle facili conquiste: profondo conoscitore delle cose e degli uomini, seppe serbare, fra la dilagante corruzione, un verginale candore che incantava. Mai successo lo inorgoglì: vedeva troppo netto e profondo e mirava troppo in alto. Parve misantropo, ma era amore per la solitudine, era anelito alla contemplazione della divina natura, era brama di studio raccolto, era fastidio del volgo, ansia di aere puro e sereno.
Compì due anni or sono gli studi universitari con esito brillante ed avrebbe certo rifulso come modello di magistrato integro e sapiente: ma la Patria lo chiamò ed egli partì gagliardo e fidente. Partecipò per oltre un anno alle tremende mischie di Col di Lana, soffrendo impavido il turbinio di granate e di neve e lo spasimo di ogni istante in mezzo a sì spaventoso vulcano. “Questo - scriveva - è per me il vero eroismo: il saper compiere il terribile dovere tra quest'inferno. ..”. E ben egli lo compiva, senza ostentazione, ma appieno!
Ormai ultimo superstite del suo primo battaglione, pareva invulnerabile: ma il suo cuore presago vedeva un'ombra sul suo avvenire e il vigore dei suoi giovani anni riluttava al pensiero della morte: dopo tanti travagli sentiva di aver conquistato il diritto alla vita. Ma ben altro era scritto lassù! Mentre in un folto bosco d'abeti guidava la sua sezione di mitragliatrici, la vile palla di un tiratore appiattato gli trafisse il petto d'acciaio. Ahi! Come atroce, impareggiabile amico, dev’essere piombata sì immatura fine sulla tua fiorente giovinezza! Ma tu certo non piangesti: era il dovere fino al martirio, era il volere di Dio in cui tu fermamente credevi. E Dio di quel puro sangue vermiglio ha ora temprato la tua radiosa, immortale corona."

Dal Diario di Giovacchino Renaioli, soldato dell’8ª compagnia di cui Agostino Anagni fu sottotenente fino ai primi di dicembre 1915.
“I miei Ufficiali.
Il Ten. Anagni si potrebbe definire il secondo Assalonne (per la sua altezza, NdR): era alto da un metro e ottanta a uno e novanta, ben formato, di colorito bianco - roseo, signorile, educato, calmo e con voce stridula. Insomma un uomo perfetto. Buono, ma poco abbordabile. Egli pure lasciò la Compagnia tra il gennaio e il febbraio 1916.”

Il Diario di Agostino Anagni nelle parole del fratello Mario che lo trascrisse nel cinquantesimo dalla morte.
“Il Diario di Agostino è fatto di brevi appunti, di piccole frasi per ricordare, espressi con semplicità e con sereno distacco dalla drammaticità del contenuto. Sono rapidi appunti di trincea, che nella loro potente espressività ci offrono, come scolpita nella roccia, una visione semplice e grandiosa di quell’immane conflitto di popoli: suggestione terribile della guerra che si sprofonda in oscure gallerie di talpe, diabolica potenza del ta-pù, spasimo incessante di sinistri bagliori, di sibili beffardi, di schianti tremendi, cui fanno da sfondo - austeri e inattaccabili - l'umile grandezza del popolo, il divino scenario della natura, la saldezza del grande cuore di Agostino. Il testo, quasi sempre comprensibile, anche quando è sintetico e frammentario, e la rozza veste dei due libretti, nata e vissuta in trincea, hanno sapore di rischio sempre incombente, di sofferenza virilmente accettata e sopportata, di sangue generosamente versato, tepore di sole e brividi di orrore e di gelo. Non v’è mai un lamento, mai una ribellione, nemmeno con sé stesso, mai un cedimento. Il Diario, che ci appare ancor oggi di un’attualità e di un’evidenza impressionanti, specie se rivissuto sui luoghi dell'azione, costituisce per noi una preziosa reliquia e un alto insegnamento. Non si può trascrivere il Diario senza turbare la specifica unità storica ed emotiva; è per difenderlo dalla insidia del tempo, per assicurarne cioè la continuità e l'integrità del testo, che mi induco a trascriverlo. Esso si inizia col motto eracliteo dell'eterno divenire delle cose, dal quale Agostino attinge il suo pensiero filosofico con sereno spirito cristiano, per esprimere la caducità della vita terrena e l'invito evangelico a mirare in alto, oltre i confini del tempo e dell'umana vicenda.
- “Panta rei” - ( in lettere greche)
Ogni tanto nel Diario ricorre un “pi greco”.

Dal Diario di AGOSTINO ANAGNI.

“IL POPOLO
Quando di parla di popolo si fa in genere una colossale sineddoche. Il popolo era allora una scarsa parte di esso, quella più facilmente emozionabile e più rumorosa, che urlava per le vie, senza rendersi conto delle difficoltà che la guerra avrebbe presentate, indotta in errore di apprezzamento dagli illusi o ignari assertori dell’esaurimento del nemico, gonfi di retorica e di sentimentalismo, persuasi che bastassero elementi di ideale simpatia a giustificare la necessità di una guerra. Quelli che magnificando la guerra affilavano le parole, aguzzavano le immagini sfolgoranti, martellavano i tropi e le ipotiposi e, invasi di bellico furore, urlavano a squarciagola nelle piazze, hanno fatto come i battitori nella caccia al cinghiale, che gridano perché la fiera sbuchi e i cani le diano addosso. Il popolo, umile e silenzioso, che attendeva tranquillamente al suo lavoro e doveva dare tutto il suo sangue, non sapeva nulla di quel che rendeva furenti gli altri. Nessuno si occupò mai di lui; nessuno gli rivolse la parola magniloquente. Gli fu rivolta solo quella che era un ordine del comando militare affisso al muro: un ordine secco, aspro, severo che gli imponeva di raccogliersi per marciare contro il nemico. E non uno di quegli umili, di quei silenziosi mancò. Essi hanno dimostrato di saper combattere e morire, senza il pungolo dei poeti.“

“IL TA-PÙ
Pieve di Livinallongo - agosto 1915 -
Siamo andati a Pieve a dare il cambio al 3^ battaglione. Ci hanno subito avvertiti : “Badate, c’è il ta-pù!“
Il ta-pù è un'istituzione che noi, dopo tre mesi di guerra, non siamo riusciti ad imitare: qualcosa di simbolico, di rappresentativo. Ed ha anche il suo tipo: una figura bieca, un diabolico omino deforme, eternamente invisibile, ostinatamente all’agguato, rannicchiato nel suo appostamento, che mai nessuno è riuscito a scovare: perfido, implacabile. È un piccolo e terribile dominatore, che ti sferza col zirlo beffardo delle sue pallottole, ti immobilizza nel ricovero in una esasperante inerzia, ti sfibra costringendoti ad una continua prudenza, ti avvilisce, ti deprime, ti frena ogni movimento troppo vivace, ogni baldanzoso gesto che si offra alla mira del suo terribile fucile.
(Profetiche parole: fu proprio uno di questi terribili colpi che ferì mortalmente Agostino il 26 luglio 1916, mentre guidava la sua sezione di mitragliatrici nei combattimenti di Colbricon/Cima Stradon/Buse dell’Oro - NdR)
La potenza del ta-pù è incommensurabile. Egli può arrestare la marcia di una colonna, ritardare uno spostamento di truppa, impedire il transito di una strada; può costringere all'adozione di speciali precauzioni e alla rinuncia di comodità, di vantaggi, di sollievi: può provocare un fuoco infernale di artiglieria, e continuare impavido, tra una tempesta di schegge, sempre calmo, come sicuro della sua invulnerabilità.“

“LA FATALITÀ DEI 18
Il 18 ... (i 18 di ogni mese sono rimasti memorabili per noi) ... il 18 luglio 1915 ci fu la discesa da passo Valles: una notte spaventosa. Si camminò per sei ore sotto la pioggia per una mulattiera che era diventata un torrente, in un buio perfetto, rischiarato a tratti dai lampi che finivano col confondere anche di più. Un'ora di sosta e di nuovo in marcia fino alla sera.
Il 18 agosto 1915, bombardamento di Pieve: uno spettacolo terrificante. I sinistri bagliori dell'incendio illuminano la notte tragica della distruzione ...
Il 18 settembre 1915, esperimenti di lancio di bombe a mano: due soldati restano feriti.“

“MONTE PORÉ - 23 luglio 1915 -
Monte Poré, la cui conquista nei primi giorni della guerra non non ci costò alcun sacrificio, rappresenta per noi, oltre ad un magnifico osservatorio, un baluardo che dà potenza alla nostra linea difensiva e al nostro impulso offensivo formidabile appoggio. Dalle posizioni di Monte Poré tutto il vasto scenario delle Alpi Dolomitiche s’apriva davanti a noi, soffuso nel sole di mille luci irreali. Qui le vette si distaccano bruscamente dai massicci, si slanciano in alto coi nudi dossi dentati, tagliano l'orizzonte con le spettrali sagome dello loro punte aguzze, che sembrano sfidare il cielo; mentre le groppe, meno aspre, scendono alle valli con linee più dolci, digradando senza precipitare.
Tutt'intorno si staglia aspro il paesaggio dolomitico: è un mondo inverosimile, tutto picchi, tutto cuspidi, affascinante, spaventoso, sublime, solcato da abissi, tagliato da canaloni; un mondo privo di terra e di vita, fatto di pietra nuda, foggiata in una convulsione di forme soprannaturali, senza declivi, senza una curva, angolose, strapiombanti, vertiginose. E’ un incubo di rocce, che accendono le loro guglie allo splendore luminoso delle albe e dei tramonti e che precipitano i loro speroni a picco in voragini dove il sole non tocca mai il fondo: un caos di vette precipitose, una moltitudine di punte fantastiche, di pinnacoli emergenti da chiazze di neve e da frane di detriti, che hanno formato come delle enormi cateratte d'una cinerea immobilità.
Di fronte - vigile occhio sbarrato a spiare e a frugare - alto, con i suoi angolosi dorsali e i suoi declivi precipitosi, Col di Lana allunga come tentacoli le propaggini dei suoi costoni, intorno ai quali si abbbarbicano le linee sottili delle nostre trincee, aggrappate a mezza costa, sospese nel vuoto: un miracolo di acrobatismo militare. Pare che le trincee stesse si allaccino in una lotta. In alcuni punti non si riesce a distinguerle da quelle nemiche tanto s’avvicinano e si confondono in uno sconvolgimento unico del suolo. Ed anche là dove questo contatto incalzante più si delinea, s’aprono, come nere occhiaie, le buche scavate dalle granate.“

“LA GUERRA
La guerra si sprofonda in oscure gallerie di talpe, che corrono in tutti i sensi sotto il verde ingannatore, e si inasprisce in una lotta irta di difficoltà, d'insidie, di perfidia. Le linee di difesa e d'investimento si svolgono lungo tutta una linea tortuosa, che s'innalza e s’abbassa seguendo le asperità della montagna, mascherandosi nel suolo, cercando ignoti appiattamenti. Non se ne avverte la ininterrotta continuità che nelle brevi nudità del terreno.
La guerra moderna ha fatto scendere i forti dalle loro posizioni: li ha, per così dire, sminuzzati, li ha sparsi dappertutto, li ha disseminati su ogni angolo di terra. Ogni lembo di suolo ha il suo bastione; ogni passo, ogni roccia, ogni costone è una ridotta. L’offensiva è divenuta assedio; non ha altra manovra che la zappa e l’assalto; deve vincere e stravincere per conquistare pochi metri di terreno. Ogni passo in avanti è un’ecatombe!
Chi osserva un odierno campo di battaglia è sorpreso dal senso di vuoto che vi domina e, cercando l'ostacolo che ferma un esercito, non lo riconosce in quel minuto, infimo, lieve sottile ombreggiamento di siepe, appena visibile, senza rilievo, confuso nel colore dei campi: quello che è una trincea nell’immensità di un paesaggio. È una lotta invisibile nella quale domina il senso del vuoto e dell'ignoto. Nessun uomo, nessun movimento. Ogni vita è sepolta. Per quanto si osservi con il binocolo non si vede nessuno. Eppure mai questi dossi contennero tanta moltitudine umana. Assai più possenti sembravano le fortezze che trasformavano la fisionomia dei monti e disegnavano sulle vette una minaccia con la sagoma merlata dei loro bastioni, che non i cunicoli, i piccoli argini della guerra moderna, cementati col sangue.
È una guerra fatta di piccole battute di gloria, di attimi d’impeto, che ripiombano subito nella monotona, snervante esistenza della trincea. Sacrifici di ogni ora, eroismi ignorati creano il varco ad ogni avanzata. Sono pochi i fatti che arrivano ad essere conosciuti, e nessuno rimane scolpito nella memoria e nel cuore della Nazione. I protagonisti non sono più degli individui: hanno una personalità più grande: sono il popolo, sono la razza.“

Vezzena
Agostino presso Malga Vezzena

Ricordo
Un ricordo presso lo stesso luogo della foto precedente

Ritratto
Agostino in divisa

Lettera
Lettera che indica la tomba di Agostino

Memoria
Il Ricordo dell'Università di Roma