Nazione Corazzin Giuseppe

Grado Caporal Maggiore

Mostrina  12ª / III / 55° Brigata Marche

Ritratto

Nato il 4 marzo 1890 ad Arcade (TV)

Morto il 18 novembre 1925 a Treviso

Decorazioni

Decorazione Medaglia di Bronzo

Durante la ritirata, raccoglieva i dispersi e li portava arditamente sulla linea del fuoco.
Monte Piana, 20 luglio 1915

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Prima della guerra

Giuseppe Corazzin nasce ad Arcade, in provincia di Treviso, il 4 marzo del 1890. Di famiglia religiosa ed osservante, a soli quindici anni partecipa alla costituzione del locale Circolo Giovanile di Azione Cattolica e conseguito il diploma presso la Scuola Enologica di Conegliano, condivide la pratica di una cattedra ambulante di agricoltura. Durante quell’esperienza comprende lo stato di miseria ed asservamento cui sono costretti contadini e braccianti e decide di impegnarsi socialmente offrendo il suo contributo per risollevare le sorti di quella gente. Per la sua opera, nel 1910 ottiene la nomina a segretario dell’Ufficio cattolico del lavoro di Treviso e si dedica all’organizzazione sindacale per l’agricoltura della Marca trevigiana.

La Guerra di Libia

Chiamato al servizio militare nel febbraio del 1911, viene inquadrato nel I battaglione dell’89° reggimento di fanteria della brigata Salerno ed un anno più tardi salpa per la Libia con le truppe destinate a rinforzare il contingente dislocato in Cirenaica. Pochi giorni dopo lo sbarco, all’alba del 27 febbraio del 1912, le truppe italiane, distribuite in tre colonne, escono dalle trincee di Homs e marciano verso le colline del Mergheb, importanti posizioni per la difesa dell’intera linea d’occupazione. L’89° reggimento, affiancato dagli alpini del Mondovì, si trova al centro dello scheramento diretto all’assalto dell’altura principale che, dopo un aspro combattimento, viene conquistata e mantenuta nonostante i ripetuti contrattacchi nemici. Per il valore dimostrato viene concessa una medaglia d’argento al valore "Per la splendida condotta tenuta dal I° battaglione nel combattimento del Mergheb - 28 febbraio 1912".
Nella notte fra il 5 e il 6 marzo del 1912 gli arabo-turchi attaccano le ridotte del Mergheb presidiate dal battaglione, ma vengono respinti al termine di un combattimento che dura fino all'alba. In quell’occasione il caporal maggiore Corazzin merita una medaglia di bronzo in quanto: “Comandante di un posto d’osservazione, durante l’attacco nemico, assolveva il suo compito, dimostrando molta calma, energia e chiara percezione della situazione – Merghem, 5–6 marzo 1912".
Durante la campagna libica Giuseppe contrae la malaria e nel 1913 ritorna a Treviso dove il vescovo, monsignor Longhin, gli affida l’incarico di direttore del settimanale diocesano “La Vita del Popolo” nelle cui pagine, esprimendo la sua contrarietà al conflitto ormai annunciato contro l’Austria-Ungheria, ha modo di scrivere: "La guerra per la pace? No, la guerra per la pace é un'utopia che non può essere presa neanche in considerazione ...".

La Grande Guerra

Tuttavia, quando l'Italia entra in guerra, ritiene suo dovere non boicottare tale scelta ed a ostilità già iniziate, richiamato alle armi nonostante il disturbo causato dalle febbri malarche, col grado di caporal maggiore si presenta a Treviso al 55° reggimento della brigata Marche, destinato alla 12ª compagnia del III battaglione. Parte quindi per il Cadore dove partecipa agli eventi che si svolgono nella seconda metà di luglio sul Monte Piana. Con la sua compagnia, agli ordini del sottotenente Capuzzo, la notte del 19 Giuseppe Corazzin si porta alla testa del Vallone dei Castrati dove, secondo gli ordini ricevuti, il suo reparto fa da rincalzo agli alpini della 96ª compagnia del Pieve di Cadore, ai fanti del 56° reggimento ed a un plotone di allievi ufficiali che devono procedere, per primi, all’attacco delle trincee austriache. Poco dopo la mezzanotte viene lanciato un razzo verde, ma per difetto di organizzazione ed incomprensione tra i comandanti, nessuno si muove. Verso l’alba gli agli alpini ed il plotone allievi ufficiali, di propria iniziativa, si lanciano comunque verso i varchi aperti nel frattempo dal genio militare tra le file dei reticolati, ed anche la compagnia del caporal maggiore Corazzin viene chiamata a dare il suo contributo. Gli austriaci reagiscono all’assalto col fuoco incrociato delle mitragliatrici ed un plotone di alpini, che ha già messo piede su un presidio nemico, è ora bloccato e sotto tiro. L’attacco delle altre compagnie, frattanto lanciatesi alla carica, avviene in modo scoordinato e nonostante l’impeto ed il valore dimostrato da tutti, il fuoco nemico rinforzato dall’artiglieria è tale da impedire ulteriori progressi. Il plotone degli allievi ufficiali viene praticamente decimato ed anche i fanti e gli alpini perdono numerosi uomini. In totale l'azione costa agli attaccanti 104 morti, 578 feriti e 151 dispersi. Il ripiegamento si rivela altrettanto difficile ed anche raccogliere i feriti, sotto l’incessante tiro della fucileria dei Landesschützen, si rivela compito assai arduo. Per facilitare l’arretramento si deve rispondere al fuoco ed il caporal maggiore Giuseppe Corazzin organizza di propria iniziativa la copertura incitando i propri compagni a resistere attestandosi a difesa. Sarà per questo ricompensato con una medaglia di bronzo al valore militare.
Il giorno seguente il colonnello Parigi, comandante del 55° reggimento, invierà a tutte le compagnie un ordine del giorno ad elogio del loro comportamento: “Con queste ultime operazioni – dal 15 al 20 luglio – le quali hanno avuto per epilogo l'attacco dei trinceramenti nord di M.Piano, il reggimento ha scritto nella sua storia una delle più belle pagine. Tutti hanno dimostrato di possedere le più alte virtù militari, le quali si sono rivelate specialmente nell'eroica giornata di ieri, riscuotendo l'ammirazione incondizionata delle Autorità Superiori. Ed io sono lieto di esprimete la mia più grande soddisfazione a tutti voi ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati che col vostro contegno sapeste tenere alto il buon nome del reggimento che sono orgoglioso di comandare. Né vale a scemare la vostra gloria il fatto di aver dovuto per circostanze di guerra, ripiegare su posizioni meno vulnerabili, abbandonando quei trinceramenti che con tanto eroismo avevate conquistato. Porgo un mesto riverente saluto ai prodi caduti e a voi valorosi superstiti esprimo la piena fiducia che il sangue versato da i nostri cari compagni varrà ad inspirare a noi tutti il sentimento dell'alto dovere che ci incombe di degnamente vendicarlo. Tutti, e fortemente uniti in questo sacro proposito, possiamo con sicurezza guardare all'avvenire ed essere sicuri della finale vittoria”.

Procedendo con la sua compagnia, l’11 di agosto anche il caporal maggiore Corazzin risale faticosamente la Val Marzon verso Lavaredo. Le Tre Cime, al tramonto, appaiono magnifiche e rosseggianti ed a sera ormai fatta i fanti si dispongono ai piedi della Cima Ovest, verso Longeres. Qui restano in attesa di ordini per l’attacco che, sanno, dovrà essere portato alle posizioni austriache di Forcella Toblin, fra l’omonima Torre ed il Sasso di Sesto. Sanno anche che gli alpini hanno appena finito di installare sulla Cima Grande un grosso riflettore che, al momento opportuno, potrà illuminare il campo di battaglia. L’ordine di muovere giunge la sera del 16 agosto e tre compagnie della brigata Marche, attraversata la forcela Col di Mezzo, si affacciano sui pianori della Grava Longa. Per la difficoltà di movimento o forse, ancora una volta, per l’incomprensione tra i comandanti, le tre compagnie di fanteria non partecipano ai primi assalti che si svolgono nella giornata del 17 ma il giorno dopo, unendosi agli alpini della 267ª del Val Piave, anche i fanti della Marche sanno farsi onore. Alla luce del faro della Cima Grande, alle prese, oltre che col nemico anche con i capricci del tempo, nella la nebbia e sotto la pioggia scrosciante, occupano un colle ai piedi del Sasso di Sesto (Würstel lo chiamano gli austriaci per la sua forma) e rinforzano la posizione impossessandosi dei trinceramenti abbandonati dai Landesschützen. La notte successiva provarono ad assalire, più a nord-ovest, la forte posizione sul passo dell’Alpe Mattina, ma qui la faccenda si complica. Gli alpini ed i fanti bianco-azzurri vengono accolti da un nutrito fuoco di fucili e mitragliatrici prima ancora che possano giungere ai cavalli di frisia posti davanti alla trincea e rimangono inchiodati lì dal fuoco incrociato per l’intero pomeriggio, finché non giunge il gradito ordine di ripiegare sulle posizioni di partenza. Il giorno successivo anche il caporal maggiore Corazzin può ridiscendere verso Auronzo coi resti della sua compagna, stremata e decimata, per un meritato un periodo di riposo che però dura assai poco perche, ai primi di settembre, è già tempo di ripartire.
La marcia verso il Comelico non è lunga: attraverso l'altopiano di Danta, i fanti scendono ad accamparsi in Val San Valentino. Sono stati chiamati ad occupare alcune quote tra i 2.300 ed i 2.700 metri nell'alta Val Padola e all’alba del 6 settembre sono pronti all’attacco del Monte Rothek a Cima Vanscuro. Le prime squadre, munite di tubi di gelatina, devono far saltare i reticolati; subito dopo agiranno gli uomini dotati di pinze tagliafili; gli altri, attraverso i varchi, procederanno all’assalto. Con un’ora di ritardo, il III battaglione - quello del caporale Corazzin - arriva alla cresta di Vallorea e dopo un attimo di sbandamento è posto alla guida del maggiore Belmonte, comandante della 10ª compagnia. Alle quattro del mattino i fanti sono già a contatto col nemico che risponde prontamente con un micidiale fuoco di sbarramento. Qualunque progresso è impossibile e le compagnie del 55° sono costrette a ripiegare sulle posizoni di partenza al costo di gravi perdite.
Ad ottobre giunge improvvisamente al reggimento l'ordine di un altro trasferimento ed il giorno 23, da Calalzo, anche Giuseppe parte in treno diretto al fronte isontino. A San Giovanni di Manzano le retrovie sono una bolgia infernale di truppe ed il 55° è stato chiamato all'azione contro le munitissime difese del Sabotino, fortificato e ben munito di caverne che permettono ai difensori di spostarsi al coperto in camminamenti profondi e mascherati alla vista. Il III battaglione si schiera nella conchetta di Dol, a fianco del Sabotino, ma nonostante l’intenso bombardamento eseguito sulle difese nemiche, quando i fanti scattano finalmente all’assalto, vengono accolti da un fuoco micidiale di mitragliatrici. Gli attacchi si ripetono a ondate successive che inesorabilmente s’infrangono sulle pietraie carsiche cosparse di reticolati e battute dall’artiglieria. La mattina del 2 novembre perde la vita il maggiore Belmonte ed anche Corazzin è ferito gravemente ad una gamba. Verso sera, approfittando della nebbia i superstiti si sganciano e ripiegano sulla linea di partenza. I poveri resti del 55° sono inviati a Hum, dove ad aspettarli c’è un nemico ancor più infido delle bombe austriache: il colera.

La fine della guerra

Durante la lunga convalescenza Corazzin si prodiga presso la Casa del Soldato aperta a Treviso nella sede dell’Azione Cattolica. Nel settembre del 1917 è nominato segretario nazionale della Federazione Nazionale dei Lavoratori Agricoli a Milano, dove l’Arcivescovo Ferrari lo incarica come Segretario della locale giunta diocesana di Azione Cattolica. Nel 1918 contribuisce a fondare, a Roma, la Confederazione Italiana dei Lavoratori (precorritrice della Cisl), venendo eletto vicesegretario nazionale. Nel marzo del 1919 è tra i fondatori del Partito Popolare Italiano e nell’ottobre dello stesso anno istituisce il quotidiano popolare “Il Piave”, la cui tipografia viene devastata dai fascisti nel luglio del 1921. Senza farsi intimorire, nel 1923 Corazzin risponde all’aggressione fascista dando vita ad un altro giornale, “L’Idea”, attraverso il quale continua coraggiosamente a diffondere tra gli agrari gli ideali di solidarietà e giustizia sociale. Per la sua attività di sindacalista, politico e giornalista in contrasto col regime, una sera di ottobre del 1924 Corazzin venne aggredito da una squadra di camicie nere. Assieme a lui c’è anche sua moglie, Emilia Calderino, che durante l’agguato perde il bimbo che porta in grembo. L’anno successivo Giuseppe entra a far parte del Consiglio nazionale del Patrito Popolare ed al congresso di Roma sostiene palesemente, ancora una volta, la sua piena opposizione al regime. Colpito da peritonite, a seguito dei disagi della guerra e dei postumi del pestaggio subito, a Treviso, il 18 novembre del 1925 Giuseppe Corazzin muore all’età di soli 35 anni.

ritratto Giuseppe Corazzin con le sue medaglie