Nazione Zama Piero

Grado Tenente

Mostrina  LXXXI / 2° Genio Zappatori

Ritratto

Nato l'8 luglio 1886 a Russi (RA)

Morto il 30 maggio 1984 a Faenza (RA)

Note biografiche (Archivio Franco Licini)

Prima della guerra

Piero Zama nasce a Russi, in provincia di Ravenna, l’8 luglio del 1886. Dopo aver frequentato le scuole elementari, al seguito del padre ferroviere, a quattordici anni si trasferisce a Faenza dove prosegue gli studi entrando in Seminario. Per il suo atteggiamento, definito troppo modernista, nel 1908 viene allontanato dall’Istituto e con l’amico faentino Giuseppe Donati si accosta ad un gruppo di intellettuali fiorentini, inpegnandosi nelle file del cattolicesimo liberale.
Nell'anno accademico 1913/14 si laurea in lettere all'Università di Bologna dedicandosi, fin da subito, alla carriera giuridico-amministrativa.

La Grande Guerra

Allo scoppio della prima guerra mondiale si schiera con gli interventisti e parte, come volontario, per frequentare a Modena il corso allievi ufficiali. Col grado di sottotenente viene inviato a Casale Monferrato al 2° Reggimento del Genio zappatori e dopo aver frequentaro alcuni corsi di specializzazione, parte per il fronte carsico dove, dal novembre del 1915, collabora alla costruzione dell'osservatorio avanzato del San Michele e ad altre opere di difesa e presidio. Nell’agosto del 1916 è alla piana di Doberdò dove partecipa ad uno dei più sanguinosi scontri durante la VI battaglia dell’Isonzo quando gli italiani tentano di sfondare in direzione dell'altopiano del Carso allo scopo di prendere il controllo della strada principale di connessione tra il porto di Trieste e la città di Gorizia. Impegnato continuamente nella costruzione e nel rifacimento di trincee ed avamposti, specializzato nell’uso di esplosivi, viene promossi al grado di tenente.

Il fronte dolomitico

Prosegue la sua opera sino al maggio del 1917 quando, con la costituzione del LXXXI battaglione del 2° Reggimento Genio, viene trasferito a Misurina. Delle sue esperienze sulle Dolomiti, ed in particolare sul Monte Piana, Piero Zama scriverà un diario che sarà pubblicato con il titolo di “Piccolo mondo paesano”. Arrivato in Val d’Ansiei, il tenente Zama dedica le sue prime settimane di lavoro alla valutazione del territorio, non tralasciando di annotare nel diario le sue sensazioni: “[...] Ma quel verde, dal quale spiccavano le parti rocciose, quei sentieri ripidi, quel respirare a pieni polmoni un’aria balsamica offrivano la salute, la vita; una vita non paragonabile a quella sofferta nella piana di Doberdò, nel fango. Pareva di sognare. Benedetti anche gli scarponi chiodati che rendevano sicuro il passo e permettevano alle mie gambe le corse ed i salti nelle veloci discese! [...]”.
Come ufficiale dipendente dal Comando, a Misurina Piero viene accolto al Grand Hotel dov’è ospitato anche il generale Donato Etna, comandante del Settore e della Brigata Umbria. Con lui stringe un rapporto di reciproca stima, definendolo nei suoi appunti “cortese e distinto”.
[...] Ero arrivato in un albergo di prima classe, ed ero stato accolto come un ospite gradito, a cui era assegnato un letto sia pure senza cuscino e senza lenzuola. Chi poteva pensare tanta fortuna? Però il mio posto non era nell’albergo né per sbrigare le poche pratiche e sottoporle alla firma del mio Maggiore, ma io dovevo e volevo visitare tutta la zona, perlustrarla ai fini di dettagliata conoscenza di interesse logistico, tenendo conto di eventuali possibilità di fortificazioni nei punti più interessanti, e cioè le trincee a difesa ed anche di sistemazione della prima linea. Avevo già provveduto – d’accordo con gli ufficiali della nostra Compagnia – a sistemare le salmerie e i cavalli: a distaccare i vari reparti e posizioni, in via provvisoria; e sicuro di interpretare il pensiero del Maggiore gli chiesi due giornate libere da mattina a sera (libere, per mangiare nel tascapane) giacché dovevo ispezionare, almeno in parte, la linea ed avere contatto con gli occupanti e con ufficiali. Partii: facile impresa; il nemico c’era, ma chi lo vedeva? Lo cercavo e lo trovavo nelle carte che possedevo dove appunto erano indicate soltanto le prime linee. In quei due giorni vidi attentamente tutta la zona di Monte Piana e del Cristallino e mi riservai le ispezioni nella parte opposta in altri giorni successivi nei quali mi spinsi fino quasi alla Cima del Lavaredo, e conobbi Val Rimbiano e Val Popena. Nessun incidente in quel mio andare; incontri con ufficiali, gradito io a loro e graditi essi a me, ed ebbi informazioni spontaneamente, ed osservazioni e proposte di grande interesse per dare sviluppo alle difese prevedendo eventuali operazioni. Gli ufficiali di fanteria che erano già sul posto potevano essere ed erano i miei maestri: i più sicuri informatori[...]".

Nell'agosto del 1917 il fronte dolomitico viene ispezionato da Vittorio Emanuele III che nella giornata del 17, a Misurina, incontra i fanti del 54° in linea a Monte Piana, episodio che Piero Zama così registra: “[...]Nel mese di agosto noi ufficiali eravamo in attesa di una visita importante. Arrivarono difatti due macchine; e discese da una di esse il Re. Era già venuto giorni prima il generale Cadorna, il freddo e taciturno generalissimo che aveva osservato tutto, ascoltato il generale Etna ed era partito col consueto saluto, senza parole. Si diceva che il gen. Etna era parente di Cadorna. Invece il Re si avvicinò a tutti noi, ci dispensò dall’attenti, salutandoci, e si fermò anche presso la riva del lago dove affiorava un grosso proiettile inesploso che era caduto dopo la partenza del gen. Cadorna. Prima di partire strinse la mano al generale Etna; si capiva che già si conoscevano. Con la macchina il Re si addentrò verso Monte Piana finché la macchina saliva, e poi girò e non lo vedemmo più [...]”.
Degli avvenimenti accaduti sul Monte Piana, tra il settembre e l’ottobre di quell’anno, il tenente Zama così scrive: “[...] Le giornate di Monte Piana, quelle del settembre e quelle del primo ottobre passavano veloci e si può dire tranquille. [...] Con le perlustrazioni ed osservazioni ero riuscito, con le dovute precauzioni, a segnare sulla carta tutte le opposte trincee di prima linea, particolarmente quelle più vicine fra loro nella zona di Monte Piana, ed avevo segnato e vedevo nella carta i nostri rifugi, le nostre capanne, i reticolati, le postazioni [...]. Ma prima della fine di ottobre, e precisamente il 22, alle ore 5, sul fronte di Monte Piana, un risveglio dell’artiglieria nemica improvvisamente si manifestò. Non era una sorpresa in senso assoluto poiché un soldato austriaco, anzi un ufficiale (uno studente polacco), di notte era giunto alle nostre linee. Era arrivato a Misurina il 20 ottobre annunciando che si preparava un attacco contro di noi. E forse non si tenne il dovuto conto della notizia. In verità gli attaccanti davano prova di tanta tenacia e di sempre crescente estensione per cui si doveva pensare non un semplice sondaggio, ma di un’azione a fondo. Corse la voce che fosse in linea anche un reparto di arditi, una compagnia germanica di assalto e si parlava anche di un battaglione del Brandeburgo; e quindi di rinforzo al nostro 54° reggimento di fanteria giunse il 5° reparto di assalto dello stesso reggimento comandato dal tenente Ruggero De Simone, essendo già caduto in combattimento il Capitano. Intanto era caduta la neve ed il lago era una grande distesa di ghiaccio. Attacchi e contrattacchi si ripetevano senza posa e con perdite crescenti; e venivano a mancare – fra l’altro – le bombe a mano. Fu avvertito il Comando di Misurina che provvide chiamando me, il solo ufficiale in grado di conoscere la zona e non impegnato con soldati. - Provveda! Questo fu l’ordine. Naturalmente conoscevo il deposito delle bombe, una caverna con relativa porta di chiusura, poco lontana dall’Albergo. Ma il trasporto? Di corsa arrivai in un punto della strada che portava a Passo Tre Croci, dove esisteva una centuria addetta alle manutenzioni stradali. Già conoscevo il Tenente, e non appena giunto chiesi ed ottenni trenta uomini, armati soltanto di tascapane. Dissi loro parole quasi allegre perché le faccie erano scure, e li portai alla caverna. Lì «giocai» con le bombe per renderli un po’ tranquilli, e li persuasi a riempire rispettivamente il tascapane. Non meno facile fu la salita; temevano la caduta ed avevano il fiato grosso; ma arrivammo a poca distanza dalla linea, proprio in un affossamento del terreno che io conoscevo e che riparava abbastanza dai guai. Lì fra tante mie ripetizioni delle parole: «adagio, piano» depositarono le bombe; e quando li ringraziai e li licenziai, avendo comandato una calma discesa, mi offrirono uno spettacolo carnevalesco: vedevo una gara di velocità, scivoloni ed anche ruzzoloni a terra, finché scomparvero. Nella notte la compagnia del Ten. De Simone si rifornì di bombe: li avevo avvertiti io stesso prima di lasciare la posizione. Le due opposte trincee erano a breve distanza, e quella nostra linea era già battezzata “Fronte del sangue” [...]. Lì fu colpito a morte il tenente Ruggero De Simone; noi lo apprendemmo soltanto nel primo giorno della ritirata. Intanto era giunto a Misurina un Ordine del giorno, datato 24 ottobre, che ci riguardava, e firmato dal T. Generale Piacentini comandante del Corpo d’Armata e dal foglio trascrivo queste parole: «Negli scorsi giorni, il nemico rinforzato con artiglieria e truppe di assalto, fra cui un battaglione germanico, ha fatto dimostrazioni lungo l’intera fronte nostra, e sferrato poi il 22 corrente un poderoso attacco contro Monte Piana. Ogni suo tentativo è completamente fallito. Non è escluso che altre azioni egli possa tentare; ma se prima avevamo la fiducia di respingerlo, ora ne abbiamo la certezza. Dopo la prova superata, io traggo questa certezza dall’abilità dei capi, dal valore delle truppe, dall’abnegazione e dallo spirito di sacrificio di tutti. Viene ricordato, a titolo d’onore nell’Ordine del giorno, anche l’81° Battaglione Genio”.
Undici giorni dopo - alle 17 del 3 novembre - in seguito alla sconfitta di Caporetto gli italiani sono costretti ad abbandonare anche le posizioni della Val d’Ansiei e Piero annota sul suo diario che: “[...] altre voci annunziavano cedimenti nel Carso e più ancora a Caporetto. Difatti alla fine del mese giunse al Comando di Misurina un ordine quanto mai inatteso, anzi impensabile, e cioè che si doveva partire, abbandonare la posizione. L’ordine era giunto telefonicamente con queste parole: «Tenersi pronti per un eventuale ripiegamento: attenzione alla parola d’ordine: FEDE.» [...]. La parola giunse nella notte. Dunque si doveva partire; partiva la Divisione comandata dal gen. Carlo Ricca che già io avevo avuto occasione di conoscere. Abbandonate dunque le prime linee, abbandonate le nostre fortificazioni, e i nostri ... morti.
Dopo la ritirata Zama è sul Monte Grappa ove, con il grado di capitano, viene nominato Aiutante Maggiore dell’81° Battaglione Zappatori senza trascurare, comunque, di aggiornare la sua preparazione tecnica: “[...]16 marzo 1918. - Per noi, ufficiali del Genio, ci fu un breve intervallo, e cioè, in giorni alternati del marzo ci tenne lezioni molto interessanti un alto ufficiale del Genio. I temi ci erano noti: sempre gli stessi, come è naturale: uso degli esplosivi nelle varie circostanze, passaggi sui corsi d’acqua con materiali regolamentari e di circostanza, lavori su terra di diversa natura, e calcoli relativi ecc. Conoscevo tutte queste cose ma in quelle lezioni appresi altre maniere e particolari espedienti che ignoravo. Ottime lezioni e per me divertenti [...]” ... e che gli torneranno utili, qualche mese più tardi, quando sarà chiamato a collaborare per l’attraversamento del Piave, all’inseguimento degli austro-germanici in ritirata e dopo la vittoria finale nell’opera di bonifica dei campi di battaglia. In un suo scritto, intitolato “Le ore del mio pensiero”, avrà modo di richiamare alla memoria impressionanti ed indelebili immagini: “Marciscono qui intorno, sotto la pioggia e il sole, mucchi di cenci oscuri, e sotto il panno aderente, come se fosse accasciato, appaiono forme d’uomini che invocano il peso della terra per non essere più offese dalla pietà degli sguardi. Più in basso, allineate, vicino al fiume chiaro, stanno croci eguali e segni biancheggianti. «Mamma, mamma!» chiamano tutti così questi figlioli”.

Il dopoguerra

Al ritorno, congedato nel 1919, Zama viene eletto presidente della sezione ex-combattenti di Faenza e divenuto direttore della Biblioteca di quella città, intraprende varie cooperazioni letterarie con riviste a carattere divulgativo. Maestro e quindi direttore didattico nelle scuole elementari di Riolo Terme, assume più tardi la docenza di filosofia alla Scuola normale di Faenza e successivamente, nel 1920, al Liceo classico "Torricelli". Nominato primo segretario politico, per dissensi sempre più gravi col Partito Nazionale Fascista, nel maggio del 1924 se ne distacca, subendo per questo anche alcune ritorsioni.
Prosegue comunque la carriera scolastica come professore e preside fino al 1941 quando viene richiamato al servizio militare per partecipare agli eventi della seconda guerra mondiale come comandante di battaglione sul fronte jugoslavo. Nel secondo dopoguerra si impegna nel restauro della Biblioteca comunale di Faenza che ha subìto gravi danni bellici. Intensamente impegnato nella vita culturale locale, fa parte della Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna ed è tra i soci fondatori, nel 1947, della Società di studi romagnoli.
Piero Zama muore a Faenza il 30 maggio del 1984.